Il Museo Olimpico di Losanna

l'entrata del Museo Olimpico

l’entrata del Museo Olimpico (© Danilo Francescano)

 

Tra sport, arte e cultura

Un vento fresco che sa di montagna increspa la superficie azzurrissima dell’acqua.

Il Quai d’Ouchy, arteria di importanza vitale per Losanna, segue i bordi del Lago Lemano. Ne sottolinea l’intima comunione con la struttura stessa della città, ne completa il perfetto equilibrio tra le esigenze di una moderna metropoli europea e l’armonia di un gioiello incastonato nel cuore stesso delle regione alpina.

Percorrendo a piedi il lungolago, è impossibile non sostare ai bordi di splendida fontana monumentale in marmo bianco di Carrara, sul lato a monte del Quai, lunga una trentina di metri e sinuosa di curve accattivanti. La Vague, l’Onda, la chiamano i losannesi. L’ha costruita tra il 1990 e il 1993 l’architetto paesaggista José Lardet, con il preciso intento di richiamare, attraverso la morbidezza delle ellissi e il dinamismo delle spirali, l’idea stessa di acqua, di congiungere insomma ancor più Losanna al suo lago. E proprio dal lago sono alimentate le molte bocche d’acqua che compongono la fontana, la cui ragion d’essere, al di là del suo notevole pregio architettonico, è quella di disegnare una prestigiosa Place d’accueil al Museo che le sorge alle spalle, invisibile sulla collinetta ricca di vegetazione. Quale sia poi il particolare tema cui il Museo è dedicato, è subito evidente dalla bandiera che sventola sospinta dal vento alpino, bianca come il marmo della fontana e adorna di cinque cerchi. La bandiera olimpica.

i cinque cerchi olimpici (© CATDvd)

i cinque cerchi olimpici (© CATDvd)

 

Il Museo Olimpico di Losanna è stato inaugurato il 23 Giugno 1993, per volere dell’allora presidente del CIO, Juan Antonio Samaranch, ma sembra che la sua creazione fosse stata preconizzata già dal padre delle moderne Olimpiadi, il barone Pierre de Coubertin, quando nel 1915, in seguito alla Prima Guerra Mondiale, trasferì nella neutrale Svizzera la sede del Comitato Internazionale Olimpico. Di sicuro, pur nella prospettiva non ancora del tutto aperta che la sua epoca gli consentiva, il barone aveva ben chiaro il nesso inscindibile che collega lo sport alla cultura e alla pace.

In omaggio e sulla base di questa intuizione decoubertiniana, il sentiero di 1.363 piedi greci (quanti ne misurava uno Stadion nelle antiche Olimpie) che partendo dalla Vague sale serpeggiando nel verde verso l’edificio del Museo, è contrappuntato da opere d’arte e simbologie storiche.

Jappeloup, statua in bronzo (© Danilo Francescano)

Jappeloup, statua in bronzo (© Danilo Francescano)

 

La vegetazione del parco di 23.100 m2, intrigante quanto ben mantenuta con elvetica applicazione, non è certo scelta a caso o su criteri meramente botanici. I sempreverdi, chiamati a rappresentare come nell’antichità classica l’eterno fluire e il rinnovarsi della giovinezza e della vita, dominano la scena. Pini, cipressi, tassi, rododendri. Piante che hanno un loro preciso significato, spesso legato alla tradizione dell’agonismo ellenico. E arbusti, corbezzoli, lavande e pitosfori, in particolare il Tobira di una siepe che, all’inizio della buona stagione, biancheggia di fiori profumatissimi. Uno scenario da fiaba per la stradina, totalmente priva di barriere architettoniche per permetterne la piena fruibilità (ma esistono anche scale in gres locale e persino una scala mobile). Il sentiero, punteggiato di panchine, è intervallato da belvedere affacciati su splendidi scorci lacustri e da costruzioni evocative o destinate al gioco: un bacino ornamentale vicino ad una piccola costruzione in stile neoclassico, alcune antiche fontanelle recuperate e rese di nuovo funzionali, un Miroir d’eau sulla Piazza Toscana, piccolo specchio d’acqua in cui si può giocare con modellini di barche.

Elementi valorizzati da una sapiente illuminazione, che crea un’atmosfera unica nelle calde serate estive o nei bui pomeriggi invernali, come pure avvolte da fasci soffusi di luci policrome sono le molte opere d’arte installate nel parco.

Statue dedicate allo sport e ai suoi protagonisti. La scultura ai tre ciclisti, chiamata semplicemente Olympia, fusa nel 1993 da Gabor Mihaly; quella all’Uomo locomotiva, Emil Zátopek, opera di Jaroslav Brož, inaugurata il 22 ottobre 2002; quella a Paavo Nurmi, il Finlandese volante, risalente al 1994 e quarta di cinque esemplari ricavati in tempi diversi dallo stesso stampo creato da Wäinö Aaltonen nel 1925. Oppure opere dedicate alla pace e all’umanità, come l’originale pistola bronzea dalle canne annodate, come l’Homme volant (1994) di Jean-Michel Folon, o come il gigantesco viso spezzato dal titolo Porta Italica, nato nel 1991 da Igor Mitoraj.

la statua dedicata a Emil Zátopek (© Danilo Francescano)

la statua dedicata a Emil Zátopek (© Danilo Francescano)

 

Tutto particolare il caso della statua in memoria di Dražen Petrović, il grandissimo cestista jugoslavo morto in un incidente d’auto durante la terribile guerra civile, quando rappresentava uno degli ultimi simboli dell’unità nazionale: un capolavoro dello scultore Vasko Lipovac inaugurato il 29 aprile 1995. Poi, oltre ad una inevitabile quanto giusta statua a De Coubertin, la Jeune Fille à la Balle di Fernando Botero, The American Athlete di Auguste Rodin, Les Footballeurs  di Niki de Saint Phalle, o ancora opere di Miguel Berrocal, di Eduardo Chillida, di Lucien Wercollier e, in certi periodi, meraviglie dell’effimero: statue di sabbia dedicate a simboli dell’olimpismo come Michael Phelps. Una ineguagliabile galleria all’aperto.

Al centro del parco sorge l’antica villa, ora chiamata Villa Olimpica, sede dell’amministrazione del Museo. Il suo restauro è stato effettuato nel rispetto pieno della struttura originaria e dei materiali costituenti. La pavimentazione è stato rifatta in gres locale, e il prato, le aiuole e il cortiletto barocco davanti all’aranciera sono stati ricreati sul modello originale.

Si arriva infine al cortiletto greco del Museo, dove non poteva mancare il simbolo principe dell’olimpismo antico, un olivo mediterraneo, e dove il legame con le Olimpie originarie è incarnato dalla fiamma perenne di Olimpia accesa dalla pattinatrice Katharina Witt, che arde dentro una grossa base scolpita a forma di antico tripode.

il tripode olimpico (© Danilo Francescano)

la fiamma olimpica perenne (© Danilo Francescano)

 

Il Museo è un capolavoro dalla facciata in marmo (di Thasos, ovviamente), progettato agli inizi degli anni Novanta dal messicano Pedro Ramírez Vázquez e dallo svizzero Jean-Pierre Cahen.

Entrare nel Museo vuol dire apprezzare la riproduzione in bronzo di un efebo sulla destra e osservare incuriositi il bianchissimo, gigantesco torso umano dai muscoli scolpiti, che si divide in tre parti e ruota su sé stesso per poi ricomporsi, dalla parte opposta. Vuol dire dedicare qualche minuto e qualche fotografia alla singolare fontana detta del Faiseur de pluie dalla statua al suo centro, da cui scaturisce il getto d’acqua. Significa salire gli scalini che conducono alla piazzola d’entrata, fiancheggiata da sei candide colonne che recano i nomi delle città olimpiche, e passare sotto i ritti che segnano i record del mondo e olimpici del salto con l’asta e del salto in alto maschile e femminile: oggi i Serhij Bubka e le Elena Isinbaeva, i Javier Sotomayor e le Stefka Kostadinova, domani chissà…

Per trovarsi infine in un vasto ambiente dall’architettura avveniristica, illuminato da una luce soffusa che proviene da un’apertura circolare sul soffitto, oculo di un moderno Pantheon protetto da vetri a nido d’ape. Un percorso a spirale, quello del Museo, disposto su rampe elicoidali come la Guggenheim di New York, che permettono uno sguardo a volo d’uccello sulla sala più bassa, sotterranea, dove sono ospitate la biblioteca, la videoteca e imponenti archivi fotografici e sonori.

bronzo dedicato al ciclismo (© Eduardo Neves)

bronzo dedicato al ciclismo (© Eduardo Neves)

 

Al piano terreno è raccolta la documentazione sull’Antica Grecia, e audiovisivi realizzati con estrema cura permettono di assistere “dal vivo” agli originari Giochi Sacri. Le vetrine ospitano ogni sorta di oggetti in grado di accontentare gli studiosi più esigenti, come la coppa dipinta da Makron, una ceramica attica a figure rosse risalente al 490 a.C. e raffigurante dei lottatori. Di seguito, una sezione ricorda la vita di De Coubertin con scritti autografi, abiti e oggetti personali.

Gli altri due piani sono dedicati alle Olimpiadi moderne. Cimeli forse meno nobili, ma in grado di fare la felicità di qualsiasi appassionato. Parti di equipaggiamenti indossati dagli atleti durante le gare più famose, come le scarpe dorate usate da Carl Lewis sui duecento metri alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, le magliette di Pelè e di Usain Bolt, l’abito indossato da Nadia Comăneci nella Cerimonia di Apertura del 1976. E oggetti di tecnologie in evoluzione: maschere, fioretti, sciabole, bob a due ed a quattro, scarponi da sci, palloni da basket e via dicendo per ogni sport esistente, compreso quel curling che tanta simpatia desta ai Giochi invernali. Naturalmente sono esposte tutte le medaglie e le torce originali delle Olimpiadi moderne, e si può persino provare l’emozione di toccare una vera medaglia, esposta allo scopo. Ci sono sale dedicate alla filatelia e alla numismatica, e ovunque sono installati schermi giganti con filmati e ricostruzioni a ciclo continuo.

bandiere (© Danilo Francescano)

bandiere sul lungolago (© Danilo Francescano)

 

Infine, vanno ricordate le frequenti esposizioni temporanee, che sono invece dedicate all’attualità: una delle più famose, che si tenne nel 2007, era intitolata Voiles du Défi, ed era dedicata alla America’s Cup, nel centenario della Federazione Internazionale di Vela.

Il Museo è completato da un Centro di studi olimpici, un auditorium ed un ristorante panoramico. Insomma, un paradiso degli sportivi, in grado di favorire nel suo grande shop veri e propri attentati al portafoglio dei visitatori.

Danilo Francescano
© Riproduzione Riservata

 

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