Miguel Benancio Sánchez

Miguel Sánchez corre

Miguel Sánchez corre

 

La corsa degli invisibili

Panem et circenses è una locuzione di Giovenale molto conosciuta. Letteralmente significa “pane e giochi da circo” ed è intesa come formula del benessere (e quindi dell’approvazione) popolare. Un’approvazione che diventa quindi anche politica. Nel contesto originale, Giovenale, grande autore satirico del primo secolo, si diletta a descrivere l’ambiente della Roma imperiale in cui vive e gli strumenti usati dagli uomini al potere per assicurarsi il consenso, mediante da una parte la distribuzione di generi alimentari e dall’altra la concessione di svaghi che si svolgevano negli anfiteatri (come il Colosseo), e nei circhi (il più grande dei quali era il Circo Massimo). Storicamente, l’atleta (soprattutto se eccelle) gode di una certa amnistia, come se il mondo dello sport fosse un mondo separato, un mondo subterraneo, oltreterrestre, intergalattico. Dalle multe per eccesso di velocità agli abusi edilizi, dalle violenze sessuali alle accuse di omicidio, ai campioni perdoniamo tutto. E i governi chiudono un occhio sugli orientamenti degli atleti, sulle loro infrazioni alle leggi, sulle loro azioni disoneste, anche quando non collimano con gli interessi degli stati che rappresentano.

Così accade, secondo quanto riporta l’associazione www.desaparecidos.org, che dei trentamila argentini “scomparsi” in Argentina nella Babele di orrore della dittatura tra il 1976 e il 1983, soltanto trentadue sono sportivi. La maggior parte sono rugbisti (al tempo il rugby era connesso alla militanza universitaria malgrado l’origine nelle classi più alte della società), uno solo appartiene al mondo del calcio, uno è velista, un altro tennista. C’è anche un giocatore di pallamano e un insegnante di educazione fisica. Gli altri due sono corridori.

Si cercano ininterrottamente ancora oggi, dopo più di 30 anni, per tirarli fuori da quel limbo dove la parola “desaparecido” li confina: non persone, non spiriti, né corpi vivi né corpi morti.

Sánchez in gara

Sánchez in gara

 

Miguel Benancio Sánchez è uno dei corridori. Originario del nord dell’Argentina, nacque, ultimo di dieci figli, a Bella Vista, a 24 km dal capoluogo El Tucumán, il 6 di novembre del 1952. Il padre lavora la canna da zucchero per cui la provincia è celebre.

«Lo ricordo correre dietro alla palla nel quartiere» ha più volte ricordato la sorella Elvira. «I nostri fratelli abitavano già a Buenos Aires così, non appena poté, adolescente raggiunse la capitale. Non chiese mai nulla, lavorava come imbianchino e riuscì a farsi tesserare nella squadra di calcio del club “Gimnasia y Esgrima La Plata”».

Miguel ha l’abitudine di scrivere: annotazioni sulla vita quotidiana, note sull’allenamento con la squadra, poesie. Un giorno, rileggendo le note prese a margine del campo da calcio, sottolinea la sua velocità di gambe e decide di correre. Quando ottiene un posto fisso alla banca della Provincia di Buenos Aires, nel 1974, abbandona la squadra e si dedica completamente all’atletica.

«Non saltava un allenamento» testimonia la sorella «correva per tre ore al giorno, prima e dopo il lavoro, tutti i giorni. Si era messo in testa di voler conoscere tutti gli atleti europei».

Andava al campo di golf a Ranelagh, solitamente. I parenti giurano che non scherzasse quando diceva di voler vincere una medaglia olimpica con i colori albicelesti. È tesserato nel Club Independiente. Soprannominato “el Tucu” (per l’origine di Tucumán) dai compagni di lavoro e “corre-caminos” (“colui che va”) dai colleghi di lavoro della banca, Miguel passa “dal lavoro a casa e da casa al lavoro”, seguendo la dottrina che propagò il generale Perón, che Miguel tanto ammirava. Era infatti iscritto della Gioventù Peronista, anche se la banca e lo sport non lasciavano più posto alla militanza. L’obiettivo del “Tucu” era la San Silvestre a San Paolo del Brasile.

«Quella celebre corsa lo affascinava da sempre» racconta nelle interviste l’allenatore Osvaldo Suárez, che vinse la gara brasiliana tre volte. «Forse per l’idea di finire e cominciare l’anno correndo, forse per la peculiarità della gara brasiliana che si correva di notte, un saliscendi durissimo di 15 km per le avenidas accalcate a partire da mezzanotte meno dieci. La voleva fare».

Poi, dopo la San Silvestre, avrebbe fatto anche una gara collegata, chiamata “la travesía de la Plata”, che si svolgeva in Uruguay. Una tappa agonistica prima del rientro in Argentina. Il sognatore Miguel mette al bando le fritture, divora miele e verdure, mangia una mela al giorno, non fuma ed evita i luoghi troppo fumosi.

Ed eccolo là, a San Paolo. Tre volte. L’ultima il 31 dicembre 1977. Scrive nella sua agenda: «Ancora non ci posso credere, una delle prove più celebri del mondo, la San Silvestre. Sono quattro giorni che vivo in un clima dove regna pace e amore e amicizia, dove tutti vogliamo dare il massimo, dove la speranza, la conquista e la meta definitiva ci aspettano. Ci hanno appena informato che ci verranno a cercare alle 21 e 30». È in effetti un’atmosfera speciale questa gara notturna. Quando narra il suo tragitto dall’albergo alla linea d’inizio, Miguel descrive il mondo che anima le strade, le luci di tutti i colori, la samba che vede di sfuggita attraversando San Paolo, la festa di mani che applaudono. «Chiesi a Dio la pace nel mio Paese», annota Sánchez. Invia una cartolina alla famiglia.

Quando ripercorre la gara nel suo diario, utilizza aggettivi come “fantastico”, “meraviglioso”. «Mai sentì tanti applausi assieme, avevo voglia di urlare ‘grazie di tutto‘ nel sentire gridare i nomi, provavo il fortissimo desiderio di arrivare alla meta e completare il circuito». Dopo il primo giro è quarto, ma le ginocchia non reggono l’emozione, rallenta. Per Miguel quella è la terza San Silvestre. Ma non ci si abitua. Nel 1976 la Gazzetta del Brasile gli dedica un reportage. Nel 1977 proprio il 31 dicembre gli pubblicano la poesia Para vós, atleta.

Miguel riceve una coppa

Miguel Sánchez riceve una coppa

 

Ha quasi dimenticato la militanza politica, ma la politica non ha dimenticato le sue simpatie peroniste. Il giovane maratoneta rientra in Argentina dall’ultima San Silvestre, dopo aver sostato in Uruguay il 7 gennaio 1978 per la gara di Maldonado, alle dieci di notte. Cena e va a letto. Alle tre di notte “sei o otto persone armate”, stando alle testimonianze, bussano alla porta di casa Sánchez. Anzi, la sfondano, cercando un “Miguel Ángel Sánchez”. Il cane, Adam, un pastore tedesco, abbaia furiosamente. «Non c’è, non c’è alcun Miguel Ángel», dice una sorella. Ma questi uomini, che vestivano come militari, dicono che fa lo stesso, anche se si chiama Benancio. Buttano all’aria tutto, cercano libri rivoluzionari ma non li trovano, aprono gli armadi, trovano una bandiera argentina. Chiedono la ragione della bandiera. «Sono argentino» risponde Miguel. Lo portano via.

«Lasciate che vada a dare un bacio a nostra madre» chiede un’altra sorella. «Non occorre, tornerà presto», le viene detto.

Nel quartiere ricordano il giovane, all’epoca venticinquenne, bendato, mentre viene fatto entrare nella Ford Falcon verde, che sparisce all’angolo senza lasciare alcuna traccia. Adam non abbaia più. Né quella sera né negli anni a venire: ha perso la gioia di vivere. L’agenda di Miguel è sparita.

In camera, accanto alla sedia con i vestiti della corsa che il giovane è stato costretto a indossare, è rimasta la borsa che portò da San Silvestre con dentro portachiavi, posacenere, vestiti che aveva scambiato con altri atleti e il ritaglio di giornale della Gazzetta del Brasile, dove era pubblicata la poesia:

Para vos atleta
para vos que sabés del frío, de calor,
de triunfos y derrotas
para vos que tenés el cuerpo sano
el alma ancha y el corazón grande.
Para vos que tenés muchos amigos
muchos anhelos
la alegría adulta y la sonrisa de los niños.
Para vos que no sabés de hielos ni de soles
de lluvia ni rencores.
Para vos, atleta
que recorriste pueblos y ciudades
uniendo Estados con tu andar
Para vos, atleta
que desprecias la guerra y ansías la paz
.

Per te atleta
Per te che sai il freddo, il caldo,
i trionfi e le sconfitte
per te che hai un corpo sano
l’anima grande e tanto cuore.
Per te che hai molti amici
molti desideri
l’allegria adulta e il sorriso dei bambini.
Per te che non sai il ghiaccio né i soli
la pioggia né i rancori.
Per te, atleta
Che corresti paesi e città
unendo gli stati con il tuo andare
Per te, atleta
che disprezzi la guerra e aneli alla pace.

Pace. Anche per una generazione argentina smembrata che sembra non trovare pace. E che tuttavia, non deve e non può dimenticare. La famiglia Sánchez presentò il primo habeas corpus a La Plata il 3 di maggio 1978 alle ore 11. Un mese dopo sarebbero cominciate le partite per il Campionato del Mondo di calcio, che avrebbe visto l’Argentina trionfare su tutte le grida dei prigionieri, inghiottendo di suoni festosi il silenzio di chi non si trovava.

Al lavoro, dove i colleghi esibivano i trofei vinti dall’impiegato Sánchez e non lesinavano permessi per andare a gareggiare, nessuno va a cercare la famiglia. Elvira oggi conserva cinquanta trofei e trentasei medaglie vinte dal fratello, ma sa che in ufficio lui ne teneva molte altre.

La partenza della Corsa di Miguel del 2009 (© Giancarlo Colombo per Omega/FIDAL)

La partenza della Corsa di Miguel del 2009 (© Giancarlo Colombo per Omega/FIDAL)

 

Ad oggi, a distanza di trentasei anni, non si sa ancora nulla di cosa accadde o dove si trova il corpo (vivo o morto) di Miguel. Un testimone disse di aver sentito da una cella la voce di un ragazzo che non parlava con l’accento porteño di Buenos Aires, che disse di essere un maratoneta. Lo incontrò a “el Vesubio”, il centro clandestino di detenzione dell’esercito situato a La Tablada, un piccolo punto nella mappa del Gran Buenos Aires. Fu uno dei più terribili. Dall’infermeria (leggasi sala di tortura) campeggiava la scritta “Si lo sabe cante, si no aguante”, ovvero “se lo sai canta, se non lo sai resisti”. Nel 1998 con un reportage i giornalisti Ariel Scher e Victor Pochat ricostruirono la sua vicenda, gli ridiedero vita. La sua storia ha attirato l’attenzione del giornalista italiano Valerio Piccioni, che ne ha tratto un libro e una corsa annuale dal titolo La corsa di Miguel.

La prima fu a Roma nel 2000 e vide la partecipazione di più di trecento podisti. Oggi migliaia di persone partecipano a questa gara, che viene replicata in tutto il mondo. Tutti i partecipanti sulle pettorine portano il nome e il volto di Miguel.

Quando salì al potere Alfonsín nel 1983, le famiglie delle persone scomparse durante il regime poterono fare denuncia al CONADEP: Elvira Sánchez capì che non avrebbe mai più rivisto suo fratello, che probabilmente era morto cotto sulla “picana” o era volato da un aereo sull’Oceano. La madre invece, Cecilia Santillán, non si è mai rassegnata: è morta nel 1992 aspettando ancora notizie del figlio.

Le migliaia di persone che corrono in nome di Miguel Benancio Sánchez rendono questo desaparecido venticinquenne un campione: se, al momento della sua “scomparsa”, in termini tecnici non si poteva definire tale, malgrado avesse raggiunto risultati importanti nella corsa su strada, oggi Miguel, attraverso la manifestazione che porta il suo nome, è un campione a tutti gli effetti. Rappresenta tutti coloro che non hanno possibilità di ricordo. Passo dopo passo, respiro dopo respiro, il volto di Miguel riprende a pulsare sui petti di altri corridori, a reclamare memoria e (un po’, almeno un po’) giustizia, riaffermando, attraverso questa corsa collettiva, che a ogni edizione batte il record precedente di presenze, il diritto inalienabile alla libertà individuale. Da Roma a Buenos Aires, da Barcellona al Brasile. Quella notte nel quartiere di casa Sánchez, dalla calle San Martín di Villa España, sulla Ford Falcon vennero caricate sei persone. Tre mancano all’appello.

Frattanto, dinnanzi alla Casa Rosada, ogni giovedì camminano le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo. Una marcia silenziosa, l’unica che il Mondiale del 1978 non è riuscita a silenziare.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

 

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