Omar Sivori

Omar Sivori con il Pallone d'oro vinto nel 1961 (ftbro.com)

Omar Sivori con il Pallone d’oro vinto nel 1961 (© ftbro.com)

 

Il genio del dribbling

Le sue immagini sono legate indissolubilmente al bianco e nero, il suo fisico non ha nulla a che spartire con quello degli atletici calciatori di oggi: lui era Omar Enrique Sivori, il genio del dribbling.

Sono anni rimasti nella memoria di pochi, i suoi, anni in cui il calcio era ancora solo un gioco e correre un “difetto” di pochi. «È la palla che deve correre», si diceva, il genio è nei piedi, non nei polmoni. Portava i calzettoni bassi, Omar, lo faceva per irridere i difensori, quelli di allora, una sorta di macellai con libertà di uccidere; sventolava la muleta davanti ai loro occhi e all’affondare dei tacchetti svolazzava di lato evitandone l’agguato.

«Sivori è un vizio» diceva Umberto Agnelli, presidente di quella Juventus che nel 1957 si accaparrò i suoi servizi versando nelle casse del River Plate la bellezza di dieci milioni di pesetas, un vizio a cui non si sapeva rinunciare. Un angelo che si muoveva leggero accarezzando la palla con quel magico sinistro, ma un angelo con la faccia sporca, come lo avevano ribattezzato in patria, insieme ai suoi due compagni di nazionale Valentin Angelillo e Humberto Maschio, perché il suo viso era di polvere e sangue, i suoi occhi abissi neri dentro cui i cherubini non potevano volare, e il suo modo di giocare un inno alla furbizia che da sempre è l’arte dei poveri.

Era un figlio di italiani d’Argentina discendente da ceppi liguri ed abruzzesi, un figlio della speranza che aveva scoperto ben presto che il solo mezzo a cui avrebbe potuto aggrapparsi per riscattare la sua situazione di immigrato erano i suoi piedi. Il suo gioco non aveva la poesia di un tango malinconico e strascicato, ma piuttosto l’arroganza di un tango figurato, fatto di suoni sincopati, lavorati, di ricami di gambe e braccia che si aggrovigliano in un connubio di passione e furore.

Nel 1954 entra a far parte del River Plate e nel club di Buenos Aires incontra due reduci della meravigliosa squadra che negli anni Quaranta veniva soprannominata la maquina per la forza con cui schiacciava gli avversari: sono Angel Labruna e Felix Loustau. Da loro Omar ruba qualcosa dell’arte del calciatore, ma molto è frutto del suo sacco, piccolo magari, ma pieno di magie. Vincerà tre campionati nazionali e la Coppa America del 1957 con la sua nazionale, prima di attraversare l’Atlantico e tornare nel paese dei suoi genitori, dove sarà naturalizzato italiano. Renato Cesarini, ex giocatore della Juventus, lo aveva segnalato ai dirigenti torinesi, che pensarono bene di investire un capitale su quel piccolo argentino.

Senza di lui il River Plate per diciotto anni non vincerà più nessun campionato nazionale, ma con i soldi ricavati dalla sua cessione finirà di costruire il suo famoso stadio, il Monumental, mentre la Juventus, la sua nuova squadra, conquisterà grazie a lui tre scudetti nelle stagioni 1957/58, 1959/60 e 1960/61, ingrossando la sua bacheca con altrettante Coppe Italia nelle stagioni 1958/59, 59-60 e 64-65.

Alla corte degli Agnelli

È una storia, quella in bianconero, fatta di 257 partite e 170 gol, condivisa con gente del calibro di Giampiero Boniperti e il gigante gallese John Charles, e impreziosita dal Pallone d’oro conquistato nel 1961. Con Boniperti c’è una totale differenza nel modo di intendere la vita e la professione: uno è l’eleganza, l’altro è un lestofante rabbioso, ma in campo i due sembrano fatti apposta per completarsi. Dove uno era tecnica l’altro era velocità, e quando mancavano la forza o i centimetri ecco correre in loro aiuto il gigante gallese Charles e il gioco era fatto. È una Juve che entra di diritto nella storia del calcio italiano, come El Cabezón, il testone, nomignolo che Sivori si conquista per via di quella vistosa capigliatura che stona con l’esile fisico.

Il trio delle meraviglie: Sivori, Boniperti e Charles durante l'allenamento. ( Lapresse)

Il trio delle meraviglie: Sivori, Boniperti e Charles durante l’allenamento (© Lapresse)

 

Gli avversari non lo amano, anzi, la sua furbizia è ingannatrice, non c’è nulla del nostro moderno fair play nel suo calcio fatto di spigoli, piccoli passi, veroniche, acrobazie e tocchi irridenti: Omar è quello che finge di star male e poi ti piazza il tunnel irridente, il dispettoso che dice confidenzialmente al portiere avversario dove gli tirerà il rigore e poi all’ultimo momento cambia idea e lo spiazza, il piccolo folletto imprendibile che non sa correre ma che riesce a tenere incollata al piede la palla. Non c’è da stupirsi se alle volte scarta un avversario e poi si ferma ad aspettarlo per scartarlo di nuovo, o se dopo aver superato anche il portiere si ferma nei pressi della riga di porta solo per il gusto di aspettare il difensore in disperato recupero e mandarlo a vuoto con un movimento simile a quello con cui i toreri evitano le incornate.

Il suo sinistro è un’arma che tutto può, e se qualcuno, tipo il presidente Umberto Agnelli, si azzarda un giorno a chiedergli ragione di quell’ostinarsi a non allenare il destro, lui senza proferir parola si mette a palleggiare solo col sinistro correndo intorno al campo per poi fermarglisi davanti e chiedergli se davvero valesse la pena di perdere del tempo per allenare anche l’altro piede. Poteva uno così temere qualcosa o qualcuno?

Certo non si può dire che facesse molti sforzi per farsi amare, ma lui aveva investito tutto sulla sua arte pedatoria, mica sulle pubbliche relazioni, e così si permetteva di arrivare spesso agli allenamenti in ritardo, di allenarsi solo se ne aveva voglia, o di correre il meno possibile. Ma la domenica, la domenica faceva sempre la differenza.

Proprio per questo gli allenatori chiudevano un occhio sulla sua vita da atleta e i compagni erano disposti a faticare per lui, ma è fatale che prima o poi si alzi una voce fuori dal coro, un qualcuno che pretenda di mettere tutti sullo stesso piano e di far rispettare a tutti le stesse regole di comportamento. Quel qualcuno è Heriberto Herrera, un paraguiano col culto della preparazione fisica a cui la Juventus affidato le sue sorti nel 1965. Omar lo vede come il fumo negli occhi, la sua disciplina fa a cazzotti col concetto di libertà dell’argentino, e nell’estate del 1965, al termine di insanabili attriti, Sivori lascia l’amata Juventus.

Le stagioni partenopee

Qualcuno è convinto che il meglio di sé lo abbia già dato, ma non il Napoli dell’armatore Achille Lauro che gli apre le porte e se lo porta a casa per una cifra vicino ai settanta milioni più svariati altri per l’acquisto di due motori per due delle sue navi. Insieme all’italobrasiliano Josè Altafini e all’allenatore argentino Bruno Pesaola, Omar porterà la squadra partenopea al terzo, quarto e secondo posto nelle tre stagioni successive, e in tutto giocherà sessantatré partite segnando dodici goal.

Omar Sivori stringe la mano di Umberto Agnelli

Omar Sivori stringe la mano di Umberto Agnelli (© Getty Images)

 

Nel dicembre del 1968, però, in seguito a un brutto infortunio patito in una amichevole internazionale e a una lunga squalifica conseguente a una lite furiosa scoppiata con l’arbitro Pieroni durante un Napoli-Juventus, Omar Sivori annuncerà il suo precoce ma irrevocabile ritiro.

Non tornerà più sulla sua decisione, e in un attimo il calcio resterà orfano di uno dei suoi più fantastici interpreti, un romantico attaccabrighe che aveva collezionato trentatré giornate di squalifica nella sua carriera, ma che era stato anche capace, da figlio di immigrati, di disputare con i colori della nazionale italiana i Campionati Mondiali in Cile nel 1962.

Dopo l’addio ancora un sussulto come allenatore, nel 1973, quando corre al capezzale della nazionale argentina per cercare, dopo il fallimento di quattro anni prima, di farla qualificare per i Mondiali del 1974: ci riuscirà, ma all’indomani del successo verrà allontanato motivi poco chiari. Il suo carattere probabilmente lo aveva penalizzato ancora.

Seguiranno anni di spola tra Italia e Argentina per spendere come opinionista e critico televisivo il suo sapere calcistico. I suoi giudizi saranno sempre taglienti come lo erano le sue giocate, senza mezze misure, a gamba tesa su chi secondo lui lo meritasse. Poi la perdita del terzo figlio di quindici anni nel 1978 ne affievolì per sempre la verve.

Un detto argentino recita: «Nessuno può toglierci i tanghi che abbiamo ballato», e così nessuno potrà mai dimenticare chi è stato e cosa ha rappresentato nel calcio Omar Enrique Sivori, un corsaro delle aree di rigore, che aveva sempre vissuto a calzettoni bassi, sfidando gli attacchi della vita e spesso riuscendo anche a raggirarli, fino a quel 17 febbraio 2005 quando nella sua casa di San Nicolas de los Arroyos morì a settant’anni per un tumore al pancreas. L’ultimo dribbling non gli era riuscito.

Marco Tonelli
© Riproduzione Riservata

 

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