Ronaldo

Ronaldo, il Fenomeno

Ronaldo, il Fenomeno

 

O Fenômeno

Di lui il grande Manuel Vázquez Montalbán disse: «È un pugile con il colpo del KO ma con i piedi di Fred Astaire. Ogni industria ha bisogno di rinnovare i propri dei. Con lui il calcio ha un dio per i prossimi dieci anni». Definizione meravigliosa per un campione che ha conquistato tutto e tutti, lasciando ovunque ricordi memorabili, soprattutto a Barcellona, Milano e Madrid.

Tutto ha inizio sui campi di Bento Ribeiro, quartiere della zona nord-ovest di Rio de Janeiro, dove si gioca sulle peladas, campetti di terra battuta, sassi e cemento. “Jogar uma pelada” è l’espressione tipica per indicare una partitella tra amici ed è proprio nel tragitto casa-scuola che Ronaldo si imbatte in queste irresistibili tentazioni. A terra la cartella e via sulla pelada a mietere vittime anche tra i ragazzi più grandi. Imprendibile e dotato di velocità e tecnica straordinaria per l’età.

La prima esperienza è in una squadra di futsal (il calcio a 5 brasiliano), il Tennis Club Valqueire, addirittura come portiere! Ogni volta che decide di andare a giocare in attacco sono dolori per tutti e quindi viene in brevissimo tempo dirottato nel suo ruolo naturale. Un giorno dice, togliendosi i guanti: «Vado in attacco». Da quel momento incomincia ufficialmente la carriera del piccolo Luís.

Le origini

Il sogno è giocare nel Flamengo, la squadra di Rio in cui aveva militato l’idolo di sempre, Arthur Antunes de Coimbra detto Zico. Dopo innumerevoli tentativi riesce a farsi convocare per un provino e, ovviamente, i talent scout carioca non se lo lasciano sfuggire. Tutto sembra perfetto tranne che Bento Ribeiro dista parecchio dal campo di allenamento: ci vogliono due autobus all’andata e due al ritorno, il tutto per due allenamenti settimanali e le partite. Loro non possono pagarglielo e nemmeno mamma Sônia che, con il cuore gonfio di tristezza, dice al ragazzino di abbandonare l’idea tanto sognata. Quello stop doloroso ed imprevisto poteva segnare la fine del percorso verso il successo. Poteva.

Ronaldo nel Social Ramos Clube

il giovane Ronaldo nel Social Ramos Clube

 

Nel 1989, allora ancora tredicenne, gioca nel Social Ramos Clube, piccola società dilettantistica con un campetto di cemento senza erba sintetica, ovviamente. Si tratta sempre di calcio a 5 ma la sede è vicina a casa e l’iscrizione assolutamente economica. Ottima idea per farsi conoscere. Infatti arrivano, di lì a poco, due improvvisati talent scout (professione molto comune in Brasile visto l’alto numero di giocatori di calcio) che propongono al ragazzino e a mamma Sônia di giocare nel São Cristovão de Futebol e Regatas, squadra dotata di uno stadio da ottomila posti, in un quartiere poco distante da Bento Ribeiro. In breve tempo nella metropoli carioca non si parla d’altro che delle gesta calcistiche di questo quindicenne strabiliante. Arrivano anche i primi compensi sotto forma di rimborso spese che la mamma decide, opportunamente, di investire in un apparecchio per correggere la dentatura di Ronaldo.

A 16 anni e mezzo si inizia a fare sul serio. Il trasferimento al Cruzeiro di Belo Horizonte, favorito dal mitico Jairzinho, viene perfezionato grazie all’intervento di Alexandre Martins e Reinaldo Pitta, il gatto e la volpe, i due super agenti di Ronaldo che cureranno i suoi interessi fino al 2003, anno del loro arresto per una mega truffa fiscale. Personaggi curiosi, questi due, che hanno una straordinaria intuizione che cambia la loro vita: acquistano il cartellino di Ronaldo per 7.500 dollari, una cifra che consentirà loro di non dover più pensare alla vecchiaia.

A Belo Horizonte c’è un clima completamente diverso rispetto alla Cidade Maravilhosa, un clima quasi europeo. Il campionato statale di Minas Gerais, allo stadio Mineirão, e la Copa Brasil. Due fronti su cui Ronaldo deve impegnarsi e dare il suo contributo determinante. Subito titolare in prima squadra, lascia immediatamente l’impronta del campione a suon di gol tanto da essere convocato nella Selecão del 1994 al mondiale negli USA. Non giocherà nemmeno un minuto, ma potrà fregiarsi del titolo di campione del mondo. Ottimo il bilancio a fine stagione: cinquantaquattro partite tra campionato, coppa del Brasile e qualche altra apparizione, cinquantasei goal! Jairzinho, d.s. del Cruzeiro dice: «Dare la palla a Ronaldo è aver già segnato mezzo gol».

Lo sbarco in Europa

Dopo il Mondiale, i dirigenti del Cruzeiro lo vendono agli olandesi del PSV Eindhoven per la cifra record di sei milioni di dollari. Lo sbarco di Ronaldo in Europa è fatto. Un evento che segnerà la sua carriera ed accenderà il tifo di milioni di europei che potranno ammirare il purissimo talento brasiliano da vicino.

il Fenomeno con la maglia del PSV Eindhoven

il Fenomeno con la maglia del PSV Eindhoven

 

Gli inizi in terra olandese sono tutt’altro che semplici. Clima freddissimo, città non molto accogliente, lingua ostica. Dopo soli tre mesi chiama mamma Sônia intimandole di raggiungerlo, insieme al fratello Nelinho e alla allora fidanzata Nadia, ad Eindhoven. Troppo forte la saudade carioca e, soprattutto, quella per il cibo materno. In questo periodo è fondamentale per Ronaldo l’incontro con un personaggio che gli sarà sempre al fianco negli anni futuri: Cesar. Sarà il tuttofare, l’autista, l’uomo della spesa e anche il reclutatore di bellissime fanciulle! Prima stagione con un bottino di trenta goal su trentatré presenze. All’inizio del secondo anno i primi allarmi sulla tenuta delle sue benedette ginocchia. Qualche problema con gli scatti, il completamento dello sviluppo muscolare accompagnato dall’aumento di peso. Una diagnosi precisa e pungente: apofisite tibiale curabile solo con il riposo. Si affacciano all’orizzonte i problemi ai tendini ed ai legamenti che tanto lo tormenteranno in futuro. La stagione termina con sole tredici presenze accompagnate da dodici goal.

Siamo nell’estate del 1996. Per Ronaldo nemmeno il tempo di riflettere sulla delusione dell’Olimpiade americana: è in vista il trasferimento a Barcellona, stadio Camp Nou. Si parte volentieri dalla mai amata Olanda per raggiungere il mar Mediterraneo, buon antidoto alla nostalgia dell’ Atlantico. Villa a Castelldefels, cittadina a pochi chilometri dalla metropoli, località discreta abitata da persone benestanti. In pochi mesi la Ronaldomania contagia la città catalana come mai si era visto prima. Dibattiti tra i tifosi sul goal più bello, referendum promossi dai giornali su quale fosse la sua miglior prodezza. Barcellona, come recitava una pubblicità dell’epoca, mangiava Ronaldo, beveva Ronaldo, respirava Ronaldo! Inizio impressionante, dodici goal nelle prime dieci partite. Uno su tutti, il secondo segnato il 12 ottobre al Compostela: ruba palla ad un avversario e percorre quarantasette metri in undici secondi toccando la palla quattordici volte e saltando cinque avversari!

In campo, l’allenatore Bobby Robson non deve spiegargli nulla di tattico. È necessario solo dargli il pallone e al resto ci pensa lui con la sua straordinaria velocità e rapidità. Imprendibile, immarcabile, esageratamente potente. Un incubo per le difese avversarie. Juan Manuel Lillo, allenatore dell’Oviedo, dice: «C’è solo un momento in cui Ronaldo non è pericoloso. È quando non gioca». In campionato nulla può il Barcellona contro il Real Madrid. Ci si consola con la Coppa delle Coppe vinta in finale contro il PSG a Rotterdam grazie ad un rigore di Ronaldo. Nonostante la passione della tifoseria, nonostante il mare, nonostante l’ingaggio un trasferimento epocale attende il ragazzo di Bento Ribeiro: l’Inter di Massimo Moratti è pronta a tutto pur di portarlo a Milano.

L’idolo di San Siro

La data in cui si decide l’acquisto è scolpita nella storia della società neroazzurra: 5 aprile 1997, pareggio dell’Inter a Firenze per 0 a 0 con sofferenze pazzesche date dalla mancanza di valide manovre offensive. Si narra che Moratti disse al figlio: «Compriamo Ronaldo, così il prossimo anno veniamo a Firenze e vinciamo noi». Pur consapevole delle difficoltà dell’operazione (clausola rescissoria di notevole importo) Moratti è intenzionato a superare qualsiasi ostacolo pur di avere quel giocatore tanto talentuoso.

Ronaldo in nerazzurro

Ronaldo in nerazzurro

 

28 luglio 1997, stadio San Siro. Cinquantamila spettatori assistono alla partita tra l’Inter ed il Manchester United per la Pirelli Cup. A nessuno importa il risultato, a nessuno importa chi scenda in campo. La Milano interista è lì per la presentazione di Luís Nazário de Lima, in arte Ronaldo. Il più forte giocatore al mondo indossa per la prima volta la gloriosa maglia numero 10 dell’Inter. Il sogno di Massimo Moratti e di tutta la tifoseria neroazzurra è diventato realtà. Il ragazzo di 21 anni che sta facendo impazzire il mondo avrà la possibilità di esibirsi in Italia con i colori interisti. Che gioia, che emozione, che spettacolo impresso nella memoria. Una luce in fondo al tunnel delle sofferenze interiste sembra accendersi. Ronaldo è neroazzurro!

Allenatore di quella stagione è Luigi Simoni, proveniente dal Napoli, autentico gentleman della panchina, profondo conoscitore di uomini e gioco. Il tecnico impara subito come relazionarsi con il nuovo arrivato soprattutto per quanto riguarda la spinosa questione degli allenamenti. Dice il tecnico: «Ronaldo faceva il primo esercizio, qualche volta arrivava a fare il secondo, poi cominciava a ridere e faceva una battuta o fingeva di dare un pugno ad un compagno». Finiva lì il suo impegno atletico. Poi c’erano le partitelle ed allora ci si divertiva da matti con il suo show preferito: uno contro tutti con i compagni a cercare di rubargli il pallone mentre lui andava all’indietro!

la vittoria della Coppa del Mondo

la vittoria della Coppa del Mondo

 

Stagione meravigliosa, il 1998, per Ronaldo. La curva interista lo chiama Fenomeno e si rivedono le scene di delirio già provate a Barcellona. La sua disponibilità verso i tifosi è storia così come il suo sorriso contagioso. In campo poi è davvero immarcabile. Da ricordare, tra i tanti goal meravigliosi, quello segnato al Milan nel 3 a 0 finale e quello quasi segnato alla Juventus nella partita d’andata. Un’emozione unica vedere il giocatore ubriacare le difese avversarie con una velocità ed una rapidità ineguagliabili.

Sembra l’anno giusto per l’Inter ma il 26 aprile 1998 si arriva alla sfida con la Juventus con i bianconeri a +2 sui neroazzurri. La partita è segnata dal clamoroso errore dell’arbitro Piero Ceccarini che non ritiene opportuno punire un “blocco” fisico di Mark Iuliano ai danni proprio del Fenomeno. Rigore sacrosanto non dato dal direttore di gara. Polemiche e squalifiche successive macchieranno una stagione che, con la vittoria della Coppa UEFA, avrebbe potuto essere trionfale.

Il campionato si conclude con amarezza ma ci sono tutti i presupposti per altre vittorie e trionfi. Milano è fiera del suo campione e del suo modo di giocare e di vivere. Nulla sembra fermare la corsa del Fenomeno verso i migliori traguardi. Invece quella del 1998 sarà l’ultima stagione del vero Ronaldo, a soli 22 anni. Sarà quasi impossibile rivedere intatta la freschezza atletica unita all’esplosività muscolare messa in mostra in quegli anni.

Le ginocchia iniziano a lamentarsi di tanta prestanza atletica, iniziano a ribellarsi a tanta potenza muscolare. Il 21 novembre 1999 Ronaldo compie una torsione innaturale del ginocchio e subisce la lesione del tendine rotuleo. Operato a Parigi, tornerà in campo il 12 aprile 2000 a Roma giusto per sei minuti al termine dei quali il tendine rotuleo si rompe definitivamente. Dirà l’arbitro Pellegrino: “Abbiamo sentito un botto, come qualcosa che si rompeva”. Lo stadio ammutolisce, gli sportivi sono attoniti davanti alle immagini televisive, tutti ci si stringe attorno al campione brasiliano comprendendone il dramma sportivo. Nuova operazione a Parigi e rientro molto molto più tardi, un anno dopo, alla fine del 2001.

Il Fenomeno nelle Merengues

Il Fenomeno nelle Merengues

 

Nel frattempo sulla panchina neroazzurra è arrivato mister Héctor Cúper con il quale i rapporti saranno sempre tesi e mai cordiali fino alla rottura. Ronaldo rientra da protagonista e segna importanti gol fino alla data fatale del 5 maggio 2002 quando la squadra neroazzurra riesce a perdere uno scudetto già vinto. Incredibili sono le sue lacrime a fine partita che sanciscono, tra l’altro, la fine della sua avventura a Milano.

Cinque anni nelle “Merengues”

Dopo la conquista del Mondiale coreano, il Fenomeno verrà ceduto al Real Madrid. Cinque anni nella capitale spagnola ricchi di trionfi prima di ritornare al Milan per una stagione e mezza in cui subisce la rottura del tendine rotuleo nell’altro ginocchio. Finirà la carriera al Corinthians dopo essersi ripreso nuovamente dal tremendo infortunio patito. Il 14 febbraio 2011 Ronaldo comunica al mondo la sua decisione di ritirarsi dal calcio giocato a soli 34 anni. Problemi di ipertiroidismo curabili solo con farmaci considerati dopanti sono all’origine della sua decisione.

La carriera di Luís Nazário de Lima finisce qui. Avrebbe certamente potuto vincere di più e, soprattutto, con continuità, ma è stato frenato dalle ginocchia più che dai difensori avversari. Rimarrà negli occhi di chi ha potuto vederlo da vicino, negli anni di grazia 1997-1998, un giocatore imprendibile e fulminante, sorridente e allegro, amante della bella vita ma serio professionista in campo.

Un campione senza tempo né età, capace di mettere d’accordo tutti con il suo incommensurabile talento. Tecnica e potenza abbinate ad un’impressionante velocità. Nessuno è ancora riuscito ad esprimersi a tali livelli. Il Fenomeno arrivato da Bento Ribeiro ha saputo far innamorare per un decennio schiere di tifosi pronti a fare di tutto per lui, pagare il prezzo del biglietto solo per vedere le sue giocate, solo per poter gioire ad un suo goal.

Ronaldo il Fenomeno: un giocatore allegro, velocissimo e maledettamente sfortunato. Del resto, come lui stesso disse: «Non mi è mai stato permesso di vivere una vita normale».

Gabriele Radaelli
© Riproduzione Riservata

 

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