Béla Guttmann

Béla Guttman

Béla Guttman

 

La maledizione infinita

«Nessuna squadra portoghese vincerà più una Coppa dei Campioni per due anni consecutivi. E il Benfica per cento anni non vincerà una coppa europea». Con questa “maledizione” Béla Guttmann, probabilmente il più grande allenatore di calcio della prima metà del novecento, si congeda dal Benfica la sera del 2 maggio 1962 subito dopo la conquista della seconda Coppa dei Campioni consecutiva.
Storia affascinante e controversa quella del tecnico ungherese nato a Budapest il 27 gennaio 1899, figlio di due maestri di danza classica che gli trasmettono la grazia e l’eleganza proprie del ballo tanto da fargli conseguire, a soli 16 anni, l’attestato di istruttore di danza. Béla decide, però, di mettere a profitto la sua capacità atletica nel gioco del calcio piuttosto che calcando il parquet di un teatro.
Qualche anno in patria e, a soli 22 anni, l’esperienza austriaca con l’Hakoah, ricchissimo club fondato da due sionisti che si ispirano all’ “ebraismo muscolare”. A Vienna contribuisce in maniera determinante alla crescita del livello qualitativo della squadra, conseguendo importanti soddisfazioni sportive come la vittoria in casa del West Ham, detentore della FA Cup. Per la prima volta un club inglese esce sconfitto a casa propria. L’Hakoah, inoltre, diventa una sorta di club sportivo itinerante, un club che esporta il calcio austriaco in tutta Europa vista la mancanza di competizioni ufficiali. Numerosi incontri-esibizione consentirono al giovane Béla, insieme ai suoi compagni, di farsi apprezzare negli stadi più importanti e prestigiosi.
Nel 1924 si intravede per la prima volta il carattere forte e determinato di Béla Guttmann. Alle Olimpiadi di Parigi è a capo di una mini ribellione di giocatori della selezione che ritengono eccessivo

Guttman calciatore (1925)

Guttman calciatore (1925)

 

il numero di ufficiali dell’esercito presenti in squadra. Guttmann decide così di appendere fuori dalle porte delle loro stanze dei topi morti. Gesto di evidente rottura e di presa di posizione molto decisa che gli costò inevitabilmente la nazionale per sempre. Addio Ungheria, quindi.

Prima di imbarcarsi per una tournée negli Stati Uniti nel 1926, altro anno fondamentale nella sua vita, riesce anche a laurearsi in psicologia. Approfittando della ridotta popolarità del calcio negli States, Guttmann decide di fondare l’Hakoah All Star, squadra che gli consente di far conoscere meglio agli americani la bellezza del football europeo. Il 1926, appunto. Un anno fondamentale per Béla che decide di trasferirsi stabilmente in America adottandone usi e costumi e integrandosi alla perfezione, da camaleonte quale era, nel mondo di allora. La tentazione borsistica è davvero forte in quel periodo e Guttmann non fa eccezione: compie manovre finanziarie notevoli e rimane vittima della crisi del ’29 perdendo quasi tutti i suoi averi. Questo lo spingerà, in futuro, ad essere ancora più determinato nell’accumulare ricchezza. Nonostante il tracollo finanziario resta a giocare negli Stati Uniti fino all’età di 33 anni, età in cui decide di “appendere le scarpe al chiodo”.

Da questo momento entriamo in un’altra dimensione del personaggio: da giocatore ad allenatore. Il vero carisma, il vero amore per la leadership, la sua natura intransigente e metodica, il suo essere motivatore e psicologo, tutti questi elementi trovano la loro espressione nel Béla Guttmann allenatore.

Inizia in Austria, nella vecchia e cara Hakoah, per poi riprendere il suo personalissimo “world tour” già sperimentato da professionista.
Olanda e Ungheria le successive tappe fino allo scoppio del conflitto mondiale ed alle sue inevitabili conseguenze per un allenatore ebreo come Béla. L’Ungheria non rappresenta più un porto sicuro e così sparisce senza lasciare letteralmente traccia fino al termine delle ostilità belliche. Dove sia andato non si saprà mai. Ogni volta risponderà: «Mi ha aiutato Dio», non lasciando trapelare nulla di più.
Rieccolo a pieno ritmo nel 1947 sulla panchina del Kispest, la futura mitica Honved. Siamo a Budapest ed in quell’unico anno alla guida del club getta le basi per ciò che rappresenterà in futuro la squadra per tutto il calcio magiaro e non solo. Si incontrano due personalità molto forti, Guttmann e Ferenc Puskás, destinate inevitabilmente a scontrarsi. A causa di uno screzio proprio con il giocatore più rappresentativo. il rapporto tra la società e l’allenatore si interrompe bruscamente: si narra che, durante una gara contro il Gyor, Guttmann decise di lasciare a riposo, dopo il primo tempo, un suo giocatore, non particolarmente motivato a giudizio del tecnico. La squadra rimase in dieci perché a quel tempo non era possibile operare sostituzioni. Sale in cattedra, inaspettatamente, Puskás ordinando al compagno di ripresentarsi sul terreno di gioco disobbedendo alle disposizioni del tecnico. Guttmann, livido di rabbia, decide di abbandonare la panchina e di seguire la partita dalla tribuna leggendo un giornale di corse di cavalli, non prima di essersi acceso un sigaro. Al termine dell’incontro prese un tram per allontanarsi dallo stadio e non vi fece mai più ritorno. Addio Honved!
Disse all’epoca: «Controlla la star e controllerai la squadra». In quell’occasione il giocatore leader lo aveva pubblicamente sfidato e questo per Béla era inaccettabile. Inevitabili, quindi, le dimissioni.

Guttmann tattico

Guttmann tattico

 

Il suo personalissimo viaggio riprende con destinazione l’Italia. In sequenza, Padova, Trieste e Milano, sponda milanista. L’esperienza italiana non si rivela ricca di soddisfazioni bensì piena di polemiche. La permanenza a Milano, soprattutto, genera contrasti e malumori nonostante ci fossero in rosa giocatori del calibro di Nils Liedholm, Gunnar Nordahl, Juan Alberto Schiaffino e un giovane Maldini Cesar in difesa, Cesare Maldini. Venne esonerato pur essendo in testa alla classifica e rispose così ai giornalisti: «Sono stato esonerato anche se non sono né omosessuale né un criminale». La tappa successiva, termine del tour italiano, è al Lanerossi Vicenza dove provoca un incidente alla guida della sua auto uccidendo un bambino. Rapporto con il club chiuso e fuga in Ungheria dove ritorna alla Honved.
Durante una tournee in Spagna i carri armati sovietici invadono l’Ungheria e la squadra resta al di fuori della cortina di ferro per scelta espressa dei suoi giocatori. Iniziano a girare per il mondo, proponendo un calcio mitico e spettacolare e, allo stesso tempo, inseguiti dagli ammonimenti della FIFA che alla fine scioglierà il club. Dopo aver valutato l’idea di chiedere asilo politico, approdano nel 1957 in Brasile. Altra data da segnare con l’evidenziatore, nello sviluppo della vita di Guttmann.

Il periodo brasiliano

Béla si innamora del paese verdeoro, apprezza il clima e intuisce che potrebbe fare fortuna esportando il suo modello di calcio.
Guttmann allena dunque il San Paolo introducendo il famosissimo 4-2-4. «Sono gli schemi a doversi adattare agli uomini, non viceversa. Il sistema è per gli uomini non il contrario». Il modello più in auge all’epoca era quello di Herbert Chapman (il cosiddetto WM) e la Grande Ungheria giocava con un 3-2-3-2. La variante applicata al San Paolo è di accorciare la distanza tra centrocampo e difesa, un modulo tutt’altro che difensivista come ingiustamente qualcuno affermò all’epoca.
Vinse subito il campionato paulista e fornì ampio materiale tecnico-tattico alla nazionale verdeoro che applicò il suo modulo durante i vittoriosi campionati mondiali del 1958. «Passare il pallone per arrivare in porta. Marcare e smarcarsi. Se la palla non è nostra, marca. Se lo è, smarcati. Il principio fondamentale del calcio è tutto qui». Concetti rivoluzionari per l’epoca che verranno ripresi dagli allenatori futuri più abili e scaltri nel copiare soluzioni e metodi dimostratisi allora decisamente vincenti.
Guttmann lascia il segno ovunque, nel bene e nel male. L’animo zingaro gli impedisce di restare troppo in un posto, gli impedisce di accontentarsi di un successo, lo spinge a sempre nuove sfide.
Eccolo quindi nel 1958 ad Oporto, allenatore del Porto. Il Portogallo è la sua nuova terra su cui piantare la bandierina, su cui fare nuovi discepoli. Con il Porto, subentrato a stagione in corso, compie una incredibile cavalcata fino alla conquista del titolo nazionale. Onori e premi per l’allenatore ungherese che, di nascosto, si è già accordato con i rivali del Benfica per la successiva stagione. Incredibile Béla, incredibile capacità camaleontica, incredibile freddezza e determinazione.

L’avventura con il Benfica

L’anno seguente a Lisbona, siamo nel 1959. Come sempre bisogna prendere nota di questa data.
Da Lisbona inizia il percorso super vincente della carriera di Béla Guttmann, il percorso della carriera che lo consegnerà all’Olimpo mondiale dei tecnici del pallone. In sole tre stagioni vinse due campionati, una coppa nazionale e, soprattutto, due memorabili Coppe dei Campioni.
Per fare tutto ciò, rivoluziona completamente la rosa rimuovendo 20 giocatori di prima squadra che mal si adattano alla sua concezione del football e inserisce i giovani più promettenti del vivaio. Il leader in campo di quella memorabile squadra era Mario Coluna, “il mostro sacro”. Al primo tentativo vince il titolo nazionale e la Coppa dei Campioni battendo in finale il Barcellona di Liusito Suarez e di Zoltán Czibor e Sándor Kocsis, due giocatori della ex Honved. Sembra destinato, Guttmann, ad incontrare e sconfiggere suoi connazionali, lo rifarà l’anno successivo.
Nell’estate del 1960 il Benfica riesce ad acquistare quello che ancora oggi è considerato il più forte giocatore portoghese: Eusébio da Silva Ferreira, in arte Eusébio. Destinato inizialmente allo Sporting Lisbona, la leggenda narra che Guttmann venne informato da Josè Carlos Bauer, suo vecchio giocatore al San Paolo, durante una seduta dal barbiere, delle meravigliose doti di questo giocatore ancora quasi sconosciuto. Il tecnico magiaro, fidandosi dell’informazione, verificò di persona il ragazzo e decise di portarlo a tutti i costi al Benfica. Versò dei soldi (pare 20.000 dollari) alla mamma di Eusébio, lo fece viaggiare sotto falso nome in aereo, lo fece prelevare all’aeroporto da un’auto sotto la pancia dell’aereo e portato per qualche giorno in un villaggio di pescatori dell’Algarve. Alla fine Eusebio accettò il Benfica e non lo Sporting Lisbona. Questo è un altro lato di Béla Guttmann, deciso e determinato come nessun altro.
Nel 1961-1962 arrivò la seconda Coppa dei Campioni proprio contro il grande Real Madrid di Di Stefano (a cui Guttmann “dedicò” una ferrea marcatura a uomo) nella finale di Amsterdam. Sotto per due gol a zero all’intervallo il tecnico ungherese pronunciò la sua memorabile frase, concentrato di tutta la psicologia applicata al calcio: «Abbiamo vinto, loro sono morti!». Memorabile Guttmann, memorabile.

con il grande Eusébio

con il grande Eusébio

 

Detto, fatto. Al rientro in campo sembra di vedere solamente una squadra. Finisce 5 a 3 per i portoghesi con il grande Puskas (autore dei tre gol straordinari della su asquadra) annichilito dal suo maestro di tanti anni prima. Benfica nella leggenda, Benfica nella storia, Guttmann tecnico super celebrato. Poteva essere il lieo fine di una storia sportiva di prim’ordine? Niente affatto.
Non contento, si presenta alla dirigenza e chiede un sostanzioso aumento di ingaggio, visti i risultati, e, soprattutto, la possibilità di mettere in vendita circa metà della rosa utilizzata in quel biennio fantastico. I portoghesi respingono con fermezza le richieste e danno il benservito a Béla che pronuncerà l’ormai mitologico anatema contro il Benfica.
Ancora qualche viaggio all’estero (in Uruguay allena il Peñarol e lo conduce alla finale della Coppa Libertadores) e poi il ritorno in Europa prima di ritirarsi nella sua amata Vienna nel 1973.
Muore nel 1981 ed è sepolto nel cimitero ebraico della capitale austriaca.
Personaggio incredibile, Béla Guttmann ha giocato prima e allenato poi per oltre cinquant’anni, lasciando un solco ben visibile per tutti i suoi futuri colleghi allenatori.
Josè Mourinho oggi, Brian Clough ieri sono i più vicini e diretti eredi del patrimonio non solo di gioco ma anche di psicologica tramandato da Béla Guttmann. Un uomo che è sempre stato mosso da una sfrenata ambizione e da una leadership fuori dal comune. Un uomo che ha avuto alti e bassi, un uomo che è caduto spesso ed altrettanto spesso ha saputo rialzarsi più forte di prima. Ha attraversato due guerre, un Olocausto, un tracollo finanziario importante e ha sempre portato avanti, pagandone il prezzo, la sua idea di calcio e di vita.
Questo era Béla Guttmann, non solo l’uomo dell’anatema contro il Benfica.
Non solo.

Gabriele Radaelli
© Riproduzione Riservata

 

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Comments To This Entry
  1. Questo sito è interessante ma pieno di errori ed esagerazioni: il Benfica vinse la sua seconda Coppa dei Campioni nel 1962, contro il Real. La partita era sul 3-2 Real all’intervallo, non sul 2-0.

    http://www.uefa.com/uefachampionsleague/season=1961/matches/round=924/match=61650/postmatch/lineups/index.html

    Eusebio fu effettivamente acquistato nel ’60 ma poté esordire solo nel ’61, ma i €20.000 sono una semplice invenzione.

    http://www.theguardian.com/football/2010/jun/06/eusebio-africa-world-cup

    avevo notato la stessa cosa anche in altri articoli, storie interessanti immancabilmente romanzate a discapito della realtà dei fatti.

    M. on settembre 19, 2014 Reply
    • Grazie delle segnalazioni, anzi ti invitiamo ad evidenziare altri eventuali errori. Può capitare che qualche dato non sia preciso e ce ne scusiamo, ma le storie che raccontiamo, per quanto romanzate, sono reali, non verosimili. In ogni caso, ben vengano le tue puntuali osservazioni, ci rendono fieri dei nostri lettori e ci pungolano a prestare maggiore attenzione. Provvederemo a correggere!

      admin on settembre 21, 2014

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