Real-Juventus 1962

il gol decisivo di Omar Sívori

il gol decisivo di Omar Sívori

 

… e nel tempio calò il silenzio

Esistono barriere che possono essere spazzate via da un semplice alito di vento. Altre invece sono destinate a rimanere immobili per secoli resistendo alle intemperie. Ci sono muri fatti di solidi mattoni che cadono in un secondo e altri fatti di immaginazione e flebili speranze che reggono oltre dieci anni prima di essere abbattuti. Il 21 febbraio 1962 fu proprio uno di questi ultimi a crollare, trascinando con sé le convinzioni e la supponenza di una squadra di calcio che si riteneva essere fino ad allora la migliore al mondo. Quella sera la Juventus si giocava il passaggio del turno di Coppa Campioni contro il Real Madrid e, nonostante avesse perso all’andata a Torino, in Spagna riuscì a ribaltare il risultato costringendo i bianchi a giocare la bella.

Fu Omar Sívori a segnare il gol della vittoria, un successo che andava ben oltre il risultato del campo. Al triplice fischio del francese Maurice Guigue si sbriciolò per sempre l’imbattibilità interna del Real a livello internazionale. Finiva il mito dell’inespugnabile Chamartìn, lo stadio inaugurato nel 1947 e dedicato otto anni dopo a Santiago Bernabéu, indimenticabile presidente che fece grande il Real. Alcuni lo consideravano una fortezza capace con la sua imponenza di intimidire ogni avversario. Altri invece lo paragonavano ad un tempio per la sacralità del rito che veniva ripetuto ad ogni partita: le merengues battevano puntualmente con irriverenza e superiorità ogni squadra che ne valicava la soglia.

le due squadre prima del match di andata

le due squadre prima del match di andata

 

A distanza di oltre mezzo secolo dobbiamo riconoscere che i bianconeri scelsero il momento più adatto per sfatare quel tabù. Era infatti l’inizio dei “mitici” anni Sessanta, un decennio di grande rinnovamento generazionale che avrebbe influenzato considerevolmente il resto del secolo. In tutto il mondo si stava diffondendo una ventata d’aria nuova: si affermavano i mass media, spopolava la cultura pop e in generale le persone reclamavano la propria voglia di libertà. Un bisogno urlato a gran voce oppure manifestato con atteggiamenti che andavano in controcorrente rispetto alle norme stabilite. E allora non può proprio stupire che sia stato proprio Sívori ad abbattere definitivamente una barriera leggendaria del calcio mondiale. El Cabezòn era uno dei campioni più forti della nostra Serie A, un mix terribile di genio e sregolatezza come dimostrava la sua abitudine di giocare con i calzettoni abbassati fino alla caviglia. Un vezzo che lo rendeva subito riconoscibile e che lo differenziava una volta per tutte dagli altri calciatori sempre perfetti e ligi alle regole.

l'attesa è spasmodica (© La Stampa)

l’attesa è spasmodica (© La Stampa)

 

Quella sera a Madrid però non c’era aria di impresa. Il Real, forte del successo all’andata, considerava il ritorno come una semplice formalità per sancire il passaggio del turno in Coppa Campioni. I blancos erano convinti che il loro cammino sarebbe continuato senza intoppi: del resto avevano vinto quel trofeo cinque volte di fila dalla sua istituzione. Inoltre avrebbero giocato in casa, in una fortezza che nessun’altra squadra europea era riuscita a violare. Quasi nessuno pensava che a poterci riuscire fosse proprio la Juventus che in campionato tentennava e in Europa aveva avuto poche esperienze e tutt’altro che positive. L’atmosfera sarebbe stata incandescente, con un tifo infernale che molti pensavano avrebbe fatto tremare le gambe ai giocatori bianconeri.

«Affronta meglio le sconfitte chi non ha nulla da perdere» dice un vecchio aforisma. Da questo punto di vista la Juventus era un avversario comunque temibile: essendo virtualmente spalle al muro, la Vecchia Signora era decisa a far valere quel carattere che l’aveva portata a diventare una potenza del calcio nazionale. Non a caso era stata la prima società italiana ad aggiungere una stella al proprio stemma, per celebrare la vittoria del decimo scudetto. I bianconeri volevano dimostrare di non temere affatto quell’ambiente e scelsero di giocare con una divisa completamente nera. Il messaggio era chiaro: anche loro potevano fare paura.

Sívori e Di Stefano prima della partita

Sívori e Di Stéfano prima della partita

 

Certo l’accoglienza era stata da brividi. Il Bernabéu era pieno all’inverosimile: i tifosi sostenevano a gran voce i propri idoli, accompagnandoli nelle azioni d’attacco e fischiando gli avversari quelle rare volte che i blancos erano costretti in difesa. In campo poi c’erano Ferenc Puskás, Francisco Gento, Alfredo Di Stéfano e José Santamaría, giocatori di valore assoluto che facevano girare la palla a memoria, in una sinfonia perfetta capace di incantare e ammaliare qualsiasi squadra.

Eppure la Juventus reggeva bene. Per nulla intimoriti dal caos assordante che arrivava dagli spalti, gli uomini di Carlo Parola erano riusciti nei primi minuti a non farsi schiacciare resistendo alla morsa merengue con un’asfissiante marcatura a uomo. Bercellino seguiva ovunque l’ungherese Puskás, mentre il giovane Bruno Mazzia – nonostante l’inesperienza – non concedeva spazi alla Saeta Rubia. Gli spagnoli volevano trasformare la partita in una corrida, ma i bianconeri rispondevano colpo su colpo. La suadente manovra del Madrid, costruita sull’asse Puskás-Di Stéfano, sembrava in grado di far vacillare la Juventus, ma i bianconeri restavano in piedi e la Vecchia Signora somigliava sempre più ad un’intrepida tanguera.

il Real Madrid 1961-62

il Real Madrid 1961-62

 

Dopo trentotto minuti, il colpo di scena. Bruno Nicolé serviva con un preciso cross John Charles, sempre presente in area madrilena. Il gallese colpiva subito di testa verso il compagno d’attacco Sívori: una sponda che regalava al piccolo mancino un assist perfetto per trafiggere il portiere avversario José Araquistáin con un tiro in diagonale. Il pallone finì implacabile in fondo alla rete e nel tempio calò il silenzio. Se il frastuono iniziale aveva gelato il sangue ai bianconeri al momento dell’ingresso in campo, l’incredulità dei tifosi spagnoli che assistevano muti alla loro festa fece loro capire che l’impossibile poteva davvero accadere.

Quel silenzio in fondo valeva più di centomila applausi. Rivelava l’incapacità di reagire di una squadra intera, la debolezza di giocatori che fino ad allora si erano ritenuti infallibili. Possiamo immaginare che, tornando negli spogliatoi in vantaggio di un gol, Sívori, Charles e compagni si siano guardati per un attimo negli occhi consapevoli di essere riusciti nel loro primo obiettivo. I blancos si stavano scoprendo umani e reagivano nella maniera più comprensibile prevista in una situazione simile: avevano paura di perdere.

una formazione della Juventus 1961-62

una formazione della Juventus 1961-62

 

Nella ripresa il Real andò più volte vicino al pareggio, ma la Juventus non si scompose e continuò a rispondere colpo su colpo. La squadra italiana riuscì anche ad impensierire la difesa avversaria, confermando che quel vantaggio parziale non era frutto del caso. Con il fischio finale dell’arbitro, per i giocatori spagnoli si materializzò l’incubo peggiore: spariva per sempre l’inviolabilità del loro stadio e iniziava a vacillare la convinzione di essere una squadra imbattibile. Poco importa che la Juventus abbia poi perso lo spareggio del Parco dei Principi a Parigi: i bianconeri si sarebbero tolti altre soddisfazioni in Europa negli anni successivi, ma la vittoria del Bernabéu rimase per sempre nella mente dei tifosi. Un successo indimenticabile, per certi versi storico. Sívori e compagni avevano aperto una crepa nella roccaforte della squadra più temibile al mondo, facendo vacillare la supponenza dei madrileni. Non a caso il Real avrebbe dovuto aspettare cinque stagioni prima di vincere un’altra Coppa dei Campioni e da quel momento sarebbe iniziato un lungo digiuno durato addirittura trentadue anni.

Roberto Dalla Bella
© Riproduzione Riservata

 

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