Emil Zátopek, il viaggio di un atleta

un momento di "903" (© Andrea Butti)

un momento di “903” (© Andrea Butti)

 

Volo Nove Zero Tre

Una platea sgombra, un palcoscenico deserto. Lo spettacolo in verità non si svolge nel teatro, ma altrove: è stato riprodotto uno spiazzo solcato dai ritmi estenuanti della corsa, uno stadio dove il pubblico applaude i suoi eroi e gioisce per le loro vittorie. Questo era, si potrebbe dire, l’habitat naturale di Emil Zátopek, un uomo che ben aveva conosciuto la fatica della gara, saggiato il terreno dei suoi percorsi e mai avrebbe desiderato allontanarsi da quell’emozione.

Come i pesci nuotano nell’acqua e gli uccelli volano nell’aria così anche Emil aveva trovato il suo modo personale per vivere: correre nell’arena che poi, a ben vedere, non è altro che un’alternativa per spiccare il volo. Al centro della platea un attore ci racconta questa storia; quella di un uomo che aveva dedicato la sua vita alla corsa diventando così simbolo del suo Paese ed anche strumento di un regime oppressore capace di distruggere la sua identità. Stefano Annoni veste i panni di Emil Zátopek mostrando la figura dell’atleta che sopravvive attraverso un uomo che corre, perfino quando tutto appare perduto, «con la speranza nel cuore, il sole nella testa e pochi soldi in tasca».

Emil Zátopek

Emil Zátopek

 

Volo 903, in prima nazionale al Teatro Sociale di Como, è lo spettacolo sceneggiato da Maddalena Mazzacut-Mis per la regia di Massimiliano Speziani che fa rivivere un’epoca storica attraverso un destino individuale narrato da due sole voci: la memoria di Zátopek, affidata ad Annoni, e l’inquisizione di un regime totalitario, personificato da Daniele Gaggianesi.

Non s’ode fragore d’applausi, una sola parola rimbomba nel silenzio urlata con il tono di un ordine: «Censura!».

E illuminato da una pallida luce, un uomo a capo chino. Nelle mani stringe dei fogli che sintetizzano i principi della Primavera di Praga alla quale Zatopek aderì, parole taglienti d’accusa abortite in quel grido «Censura!». Lo spazio attorno ai due uomini è ampio, ricorda il percorso di una maratona, eppure al suono di quella voce pare restringersi, rimpicciolirsi come se si innalzasse un muro a delimitare le pareti grigie di una cella. Le mani dell’uomo si aggrappano a quelle pagine con movimenti sempre più convulsi, mentre legge avidamente cercando di sovrastare l’urlo, che tuttavia non tarda ad arrivare, spezzando di nuovo il suo discorso. A nulla valgono quelle lettere scritte, sono deboli quanto la voce cancellata dal grido, sono solo coriandoli di carta destinati ad essere spazzati via, strappati dalle stesse mani che hanno fatto della libertà un’illusione lontana. La voce si spegne a poco a poco trascinando con sé anche la memoria che tramandava, lascia solo al centro di quel buio un uomo privo di passato, senza ricordi né identità.

Daniele Gaggianesi e Stefano Annoni (© Andrea Butti)

Daniele Gaggianesi e Stefano Annoni (© Andrea Butti)

 

Eppure quell’uomo un nome l’aveva, un tempo la folla lo osannava aldilà degli spalti; lui ne serba ancora il ricordo, a volte straziante, si sforza di sopprimerlo per non prolungare la pena. Nel campo di lavoro al quale è stato condannato per le sue idee politiche ha solo un modo per esistere, essere ancora se stesso: correre, fino a sfiancarsi, fino a perdere coscienza e crollare a terra privo di forze mentre l’aria gli esplode nei polmoni. A tratti zampillano immagini nella sua mente e correre pare l’unico modo per inseguire ancora quel passato: allora crollano le pareti della cella, il grigiore sbiadisce, il mondo intero non sembra essere altro che un’immensa arena di gara.

L’arena di Helsinki, il 27 giugno del 1952, quando il pubblico assisteva al trionfo di una sconosciuto: l’atleta numero 903, di origine ceca, dalla corsa sregolata così priva di coordinazione. Correva in modo sgraziato, il corpo contratto da spasmi, la testa sempre inclinata, come sospinta da un vento contrario, sembrava sul punto di crollare da un momento all’altro. Quel piccolo uomo pareva la caricatura del maratoneta, tuttavia, con quella sua andatura stramba, riuscì ad affiancare Jim Peters, l’inglese detentore del record mondiale. Seguì il ritmo di Peters, lo accostò scambiando addirittura qualche chiacchiera con lui, l’inglese accelerò per seminarlo ma lui stesso non resse quello sforzo e desistette, stremato. Il traguardo era tutto per quel piccolo uomo cecoslovacco, rattrappito nella fatica della corsa. Mai aveva disputato una maratona in tutta la sua vita, eppure si consacrava ora in un’impresa leggendaria conquistando il terzo oro in quell’Olimpiade.

Il pubblico in delirio subito imparò il suo nome dalla pronuncia insolita: Emil Zátopek, lo soprannominarono “la Locomotiva umana” rendendo omaggio al suo bizzarro stile di corsa. A chi domandava il motivo della smorfia che assumeva durante la gara, lui rispondeva così: «Riderò quando mi iscriverò ad una gara di pattinaggio. Finora nessuno nella corsa ha valutato il bianco dei denti. Non ho abbastanza talento per correre e sorridere allo stesso tempo».

un'espressione particolarmente intensa di Stefano Annoni (© Andrea Butti)

un’espressione particolarmente intensa di Stefano Annoni (© Andrea Butti)

 

E le persone amavano l’atleta biondo anche per questo: la sua spontaneità, abbinata ad un’insolita goffaggine, che suscitava il buonumore. Lo riconobbero persino dopo, quando tutto era ormai cambiato, ed anziché correre negli stadi faceva il netturbino ed inseguiva a grandi falcate i camion della spazzatura: gli applausi scrosciavano nelle strade, il suo nome si levava dalle case circostanti. L’arrivo dei carri armati aveva interrotto la fioritura della Primavera di Praga, la riforma in cui Zátopek aveva creduto aderendo entusiasta al manifesto di Alexander Dubček: una firma che pagò a caro prezzo.

C’è un uomo adesso, in quel campo di lavoro confinato fra le montagne, lavora di buona lena e corre per combattere il freddo e fingere di avere le ali proprio come gli uomini, nell’antichità, quando credevano di volare. Racconta storie al suo compagno di sventura, ricalcano i miti del passato e narrano di un campione, Zátopek e delle sue imprese. Ora è solo l’emozione a riaffiorare, Helsinki è lontana, ma per raggiungerla è sufficiente accelerare il passo, adottare il ritmo della corsa. È quel desiderio di correre a tradire l’uomo: lui è Emil Zátopek, ormai non può più negare, è troppo forte la nostalgia. Sente la mancanza della moglie, Dana Ingrová, legata a lui da singolari affinità: erano nati lo stesso giorno, lo stesso anno, proprio come due gemelli, ed in contemporanea avevano trionfato ad Helsinki. All’Olimpiade Emil folgorava il mondo con il suo record nella maratona, mentre Dana conquistava l’oro nel lancio del giavellotto. Sono momenti belli come questo, a tornare alla mente nella solitudine del campo di lavoro e d’un tratto il peso di quelle parole, in grado di fluttuare come coriandoli di carta, appare davvero di poca importanza.

la corsa di Zátopek-Annoni (© Andrea Butti)

la corsa di Zátopek-Annoni (© Andrea Butti)

 

«Censura!» di nuovo ordina la voce, stavolta l’uomo china il capo. Non vuole più annullarsi nel grigiore del niente, non ne ha la forza, ha già combattuto abbastanza. La storia vera, quella con la S maiuscola, la lascia agli altri: lui è Emil Zátopek, torna da Dana, riprende a correre nell’arena che da troppo tempo custodiva come un miraggio nel cuore.

Non esistono più toni inquisitori, lavori forzati: è una giornata torrida in Australia, a Melbourne, l’atleta biondo corre di nuovo un’Olimpiade. Raggiunge il sesto posto, ma non se ne duole: la vittoria è di Alain Mimoun, l’eterno sconfitto, che lo attende stupito al traguardo per stringergli la mano. «Sono diventato padre di una bambina, si chiama Olympe» dice Mimoun al rivale e Zátopek lo abbraccia a lungo con affetto. Ricorderà anche questo, un altro momento bello, la censura ha applicato un setaccio ai suoi ricordi imponendogli di rimuovere ogni istante legato alla prigionia, agli atti compiuti dal regime. Lui a quel grido «Censura!» ha ceduto, perché preferisce custodire gli attimi preziosi che non avvelenano l’animo: d’ora in poi racconterà di Dana, dei trionfi, della bambina di Mimoun, pensieri per cui vale la pena vivere senza mai arrestare la corsa.

La rappresentazione si conclude così: l’uomo si allontana dal centro della platea, risale il palcoscenico, che non è stato utilizzato, per poi tornare dal pubblico. Corre in tondo per battere le mani degli spettatori, proprio come al termine di una corsa, quando il vincitore ripercorre l’arena che ha consacrato il suo trionfo.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

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Comments To This Entry
  1. capisco che vogliate trattare lo sport sotto vari punti di vista, e questo può essere anche ammirevole. Ma, onestamente, kissenefrega di una piece taetrale su zatopek o dei quadri di un’ertista mai sentita nominare prima (colpa mia, lo ammetto, ma insomma, non state certo parlando di Pikasso). Il fatto e ke se voglio notizie in questo senso frequento altri siti. Io mi aspetto ben altro da voi (e sono sicura di non essere la sola): le grand estorie, le grandi imprese, i grandi personaggi del presente e del passato. Come dle resto avete sempre fatto. Non prendetela come una critica sterile, ma solo come stimolo per avere sempre il meglio da un sito come il vostro. Che è unico e che vorrei che tale rimanesse. Sonia

    Sonia Angelinelli on aprile 7, 2013 Reply
    • Ciao Sonia! Siamo molto contenti di aver ricevuto il tuo commento, perché ci dà modo di spiegare le nostre scelte e soprattutto la filosofia che sorregge tutto il nostro lavoro. Filosofia che in due parole è quella di aiutare la formazione di una cultura sportiva, che, di fatto consolidata in altri Paesi, nel nostro stenta purtroppo ad affermarsi. Riteniamo insomma che il racconto della vita e delle imprese dei grandi campioni (che certo è e rimarrà sempre l’asse portante di “Storie di Sport”) non possa rimanere fine a sé stesso, ma debba fare da volano alla percezione dello sport in quanto aspetto centrale della società moderna. Il che vuol dire appunto occuparsi anche di quanto allo sport è connesso direttamente, e che dallo sport trae ispirazione, come teatro, arte, musica e media televisivi. Senza nulla togliere alla parte sicuramente più coinvolgente, cioè quella narrativa e legata ai grandi eventi sportivi: ti anticipiamo che in quest’ottica stiamo pensando di aumentare il numero degli articoli mensili. Vogliamo che sia proprio la visione allargata del fenomeno sportivo, dalle sue radici storiche alle sue implicazioni del mondo moderno, a caratterizzare “Storie di Sport” e a renderlo unico nel panorama della rete. Non dubitare, Sonia, continueremo a raccontare i grandi dello sport, e perdonaci se qualche articolo ti interesserà di meno: avrai modo di trovarne molti altri che speriamo ti soddisferanno! (La Redazione)

      admin on aprile 7, 2013

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