Luz Long e Jesse Owens

Luz Long e Jesse Owens (  sportvintage.it)

Luz Long e Jesse Owens (© Getty Images)

 

L’amicizia che sconfessò il Führer

Per raccontare certe storie è necessario iniziare dal punto in cui si concludono. Quel che accadde il pomeriggio del 4 agosto 1936 nello stadio olimpico di Berlino apparve agli occhi del mondo come uno schiaffo al regime nazista nel fulcro del suo potere: una medaglia d’oro vinta da un uomo di colore nella Germania ariana.

Tuttavia non è quella medaglia, per quanto splendente, a suggellare una vittoria umana ben più considerevole: un’amicizia nata sul campo di gara, a dimostrare che la rivalità non si traduce sempre in antagonismo. E che il valore di un’amicizia non si misura nel momento in cui nasce, ma dalla sua capacità di sopravvivere al tempo. Per questo è necessario partire dalla fine.

Il legame fra l’atleta tedesco Luz Long e l’avversario afroamericano Jesse Owens trova la sua più valida conferma in quella lettera, ultima di una fitta corrispondenza, spedita dal fronte di guerra:

«Dopo la guerra, va’ in Germania, ritrova mio figlio e parlagli di suo padre. Parlagli dell’epoca in cui la guerra non ci separava e digli che le cose possono essere diverse fra gli uomini su questa terra. Tuo fratello, Luz».

Così scriveva Long, divenuto ufficiale della Luftwaffe tedesca, a Owens, appresa da poco la notizia della nascita del suo primogenito. Si preannunciava un luglio afoso, in Sicilia erano sbarcati gli americani contro i quali era tenuto a combattere in nome della patria. Il suo status di atleta internazionale gli aveva risparmiato di prendere parte al conflitto iniziato nel 1939, ma il capovolgimento delle sorti della guerra richiamava al servizio del Reich perfino gli esponenti più illustri della nazione. Le circostanze avevano condotto Long a gestire la spedizione contro gli americani, azione che, in cuor suo, doveva sentire come profondamente ingiusta. Proprio ad un americano, infatti, scriveva nei momenti più bui intessendo pensieri di pace, in ricordo di un momento perduto in cui entrambi sorridevano con un medaglia appuntata sul petto.

Luz sapeva che istanti simili non sarebbero più tornati, per questo ne affidava ad Owens la memoria e il compito di tramandarli. Avrebbe trovato la morte in quella Sicilia arsa dal sole estivo, ferito gravemente a Gela il 10 luglio 1943: morirà dopo quattro giorni di agonia in un ospedale da campo nei pressi di San Pietro.

Aveva solo trent’anni, una piccola storia che sbiadiva nell’ombra di quella immortale di Jesse. Cadde allo stesso modo di molti altri soldati, senza rumore, il furore delle esplosioni era troppo forte perché si udisse il cessare di un battito. Imperversava la follia, il mondo non aveva orecchi che per il disumano.

Luz Long morì nel silenzio, venne gettato in una fossa comune diventata poi un mausoleo ai caduti di guerra. Owens, da parte sua, mantenne la promessa: incontrò il figlio di Luz, partecipò alle sue nozze, gli raccontò ciò che era stato quell’uomo svanito anni prima in un Paese lontano. A proposito dei trionfi di suo padre, dirà che non valevano un quarto di quella medaglia mancata per un soffio o, piuttosto, per un consiglio.

Long e Owens ( blogspot.com)

Long e Owens (© Getty Images)

 

Le Olimpiadi di Berlino

Berlino, 1936. La grandiosità colossale delle strutture sportive, pianificate fin nei minimi dettagli dall’architetto del regime Albert Speer, mirava ad infondere negli spettatori una forma di temibile rispetto per il potere nazista. Con chiari richiami ai modelli architettonici dell’Antica Grecia, l’Olympiastadion, di recente costruzione dopo l’incendio del Reichstag, poteva contenere oltre centodiecimila spettatori. Maestoso ed immenso, costituiva un’autentica “macchina di propaganda” messa in azione dal regime per ottenere consensi. All’insaputa del resto del mondo, una manifestazione sportiva stava per essere trasformata in uno strumento di battaglia ideologica.

Hitler intendeva servirsi delle Olimpiadi per dimostrare la supremazia della razza ariana, di conseguenza l’atleta tedesco doveva corrispondere all’immagine stereotipata: alto, biondo, prestante, carnagione chiara e occhi azzurri. In questa categoria rientrava perfettamente Carl Ludwig Long, detto Luz, un ventitreenne studente di legge di Lipsia, nonché atleta della Leipziger SC. Long aveva già dimostrato in precedenza le sue doti, superando per due volte consecutive nel salto in lungo il record olimpico di 7,73 m stabilito nel 1928 ad Amsterdam dallo statunitense Edward Hamm. Era diventato il beniamino della nazione dopo essersi classificato terzo ai campionati europei di atletica leggera, nel 1934. Una pedina d’oro, quindi, che non poteva mancare nella scacchiera schierata da Hitler per affermare il dominio sportivo germanico.

Agli occhi del Führer il trionfo di Long appariva quasi scontato e il dittatore si preparava a pregustarlo.

Owens e Long sul podio delle Olimpiadi di Berlino @wikipedia

Owens e Long sul podio delle Olimpiadi di Berlino (© Getty Images)

 

Alle Olimpiadi avrebbero partecipato ben quarantanove Paesi, un numero record rispetto alle edizioni precedenti, che tuttavia non teneva conto della forte discriminazione insita nell’evento berlinese. Gli atleti ebrei-tedeschi furono espulsi da tutte le discipline sportive, mentre un destino già più felice toccò agli afroamericani, ai quali fu concesso gareggiare, anche se in numero minore. Una squadra olimpica americana presentava una media di diciotto atleti di colore su 312 partecipanti, una percentuale bassissima. Ancor più bassa tenendo conto che quei diciotto subivano una pesante discriminazione perfino in patria. Erano pochi, ma abituati alle privazioni, forse per questo motivo ancor più desiderosi di riscattarsi. Uno di loro si chiamava James Cleveland Owens, ma tutti lo conoscevano come Jesse.

Il razzismo imperante

La presenza degli afroamericani venne giustificata da Hitler con sordido disprezzo: essendo un popolo primitivo potevano vantare una costituzione robusta, perciò più adatta alla corsa. A rincarare l’acredine fu il quotidiano della propaganda nazionalsocialista, diretto da Joseph Goebbels, che definiva i neri come ausiliari degli Stati Uniti. La realtà si mostrava sotto una luce del tutto diversa: gli afroamericani, nel loro Paese, erano costretti a sedere nella parte posteriore dell’autobus, dovevano utilizzare gli ascensori di servizio negli alberghi: essere confinati ai margini era la loro condanna. Al contrario degli ebrei tedeschi, certo, il diritto di vivere non era loro precluso, eppure, sottilmente, silenziosamente, veniva negata loro quella possibilità che si trova alla base della libertà stessa: vivere come volevano.

Lo sapeva bene Jesse, figlio di un povero agricoltore dell’Alabama, che a otto anni lavorava già come inserviente per meritarsi un posto un po’ più accettabile in quel mondo deciso ad escluderlo. A scuola l’insegnante non riusciva a comprendere il suo slang, così, quando lui disse: «Mi chiamo James», comprese Jesse. Quel nome, nato da un’incomprensione, divenne la sua nuova identità, simboleggiava meglio di ogni metafora l’adattamento forzato a cui era stato costretto per sopravvivere fin dalla più tenera età. Furono le sue capacità atletiche a consentirgli una borsa di studio per la Ohio State University, dove incontrò Larry Snyder, uno dei migliori coach in circolazione.

Jesse cominciò a segnare i suoi record: ad Ann Arbor, in Michingan, vinse quattro gare in un’ora e un quarto. L’eccezionalità delle sue imprese lo condusse a Berlino. Correva stretto nel pugno chiuso del Führer, accanto ad atleti che con la sua storia non avevano nulla da spartire. Luz Long aveva le mani delicate di chi nella vita non ha sfogliato altro che libri, eppure lesse nei suoi occhi scuri ciò che non avrebbe intravisto nessun altro.

L’apoteosi di Owens

Il sole appena sorto quel 4 agosto vedeva Jesse Owens già vittorioso: il giorno prima la medaglia d’oro dei centometri splendeva con lui sul gradino più alto del podio.

I suoi successi lo precedevano, tuttavia i giudici tedeschi non esitarono a sollevare la bandierina rossa durante le qualificazioni per il salto in lungo. Dopo due nulli incombeva su di lui lo spettro dell’eliminazione. Jesse era dotato di grande velocità, ma il suo stile rivelava imperfezioni, soprattutto se confrontato con l’impeccabile hang style (sospensione) dell’idolo di casa Luz Long. Per Owens sembrava ormai preannunciarsi l’inevitabile sconfitta, senza contare che ormai su di lui pesava duramente la fatica degli sforzi precedenti. Rimaneva un’unica possibilità e la giuria già si apprestava a dichiararlo fuori gioco senza troppi ripensamenti.

Jesse si trovava di fronte all’ultimo salto valido per accedere alla finale, quando qualcuno si avvicinò alle sue spalle. Era Luz, l’atleta tedesco di cui tutti attendevano la vittoria, che cercava di esprimersi con quel poco di inglese imparato a scuola. Aveva riconosciuto le sue potenzialità meravigliosamente espresse nelle gare precedenti. «Uno come te dovrebbe essere in grado di qualificarsi ad occhi chiusi», disse, poi gli consigliò il punto di stacco ideale per effettuare un salto valido indicandolo con un fazzoletto bianco posato accanto alla pedana. Long accompagnò il gesto con un’occhiata di intesa che non si aspettava di essere delusa, e la conferma non tardò. Jesse non solo si qualificò per la finale, ma superò lo stesso Luz saltando ben 8.60 m contro i 7.87 del tedesco. Vinse così il suo secondo titolo. Fu uno scacco matto per Hitler che riponeva ogni speranza in Long per un trionfo nell’atletica leggera, disciplina nella quale la sua fucina di atleti aveva dimostrato una certa carenza. Di certo, il Führer non poteva sapere che era stata proprio la sua “scommessa vincente” a tradirlo fraternizzando con il rivale.

Si vociferò a lungo sulla reazione di Hitler al fallimento, gli attribuirono i comportamenti più disparati come l’essersi rifiutato di stringere la mano all’afroamericano. Jesse smentì le malelingue affermando di essere stato salutato, sebbene a distanza, dal Führer. Ben diverso si dimostrò invece il comportamento del presidente americano Franklin Delano Roosvelt che, troppo occupato a raccogliere voti in previsione delle elezioni imminenti, non si degnò neppure di accogliere il vincitore olimpico alla Casa Bianca come prevedeva la tradizione. Jesse aveva battuto ogni record vincendo il maggior numero di gare in un’Olimpiade; oltre ai successi nei centometri e nel salto in lungo aveva infatti conquistato il primo posto perfino nei duecento metri e, il 9 agosto, nella staffetta 4×100. La sua ascesa non conobbe ostacoli, neppure Long fu in grado di eguagliarlo. Dopo l’argento vinto nel lungo, il tedesco fu eliminato nella semifinale del salto triplo ottenendo la decima posizione.

Il bilancio finale non fu comunque negativo per la Germania, che poté vantare il primato di vittorie, con oltre ottantanove medaglie, di cui trentatré d’oro, contro le cinquantasei degli Stati Uniti. Un esito annunciato, senza dubbio, conquistato però a prezzo di ignobili violenze. Hitler recludeva gli ebrei e sterminava gli zingari per mostrare al mondo l’immagine di una Germania consona alle sue aspettative, trascurando che l’umano esisteva ancora in quel suo regno asettico dominato dai canoni estetici. Carl Ludwig Long aveva occhi azzurri e un viso diafano, ma non solo: in lui c’era una simmetria che Hitler, tanto occupato a montare equilibri esteriori, non era in grado di scorgere.

Nel tempio dell’impero ariano, dove ogni proporzione era stata architettata per ricercare l’armonia tanto cara agli antichi, veniva scolpito per sempre un nome frutto di un errore di pronuncia, portato da un afroamericano: Jesse Owens.

Corrispondenza epistolare

L’amicizia fra Jesse e Luz continuò ad esprimersi attraverso le lettere, l’unico mezzo con cui potevano sfidare i venti di guerra che infuriavano separandoli. L’eco di quel consiglio continuò a perpetuarsi attraverso le parole, facendosi beffe dei piani di morte. Non sarebbe dovuta seguire una guerra per dimostrare l’insensatezza della follia nazista. L’errore era già chiaro, come scrisse Luz in una delle sue lettere: «Tutte le nazioni del mondo hanno i propri eroi, i semiti così come gli ariani. E ognuna di loro dovrebbe abbandonare l’arroganza di sentirsi una razza superiore.»

Jesse Owens gareggia contro un cavallo in corsa durante un evento sportivo ( blogspot.com)

Jesse Owens gareggia contro un cavallo in corsa durante un evento
(© Getty Images)

 

E Jesse, l’eroe mascherato di quell’Olimpiade, non diede mai molta importanza alle sue medaglie che neppure in patria gli vennero riconosciute con il rispetto che meritavano. Tornato negli Stati Uniti dovette adattarsi a quel mondo ostile facendo i lavori più disparati, fra cui anche l’inserviente in una pompa di benzina. Per guadagnarsi da vivere gareggiava contro cavalli, cani e motociclette durante eventi a pagamento. Dovette attendere anni prima che venissero riconosciuti i suoi successi sportivi e, anche quando venne acclamato all’unanimità, gli rimase un’unica certezza: «Si potrebbero fondere tutte le medaglie che ho vinto, ma non si potrebbe mai riprodurre l’ amicizia a 24 carati che nacque sulla pedana di Berlino.»

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

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Comments To This Entry
  1. Complimenti per questo articolo scritto benissimo.

    Leonardo Mercatanti on luglio 12, 2017 Reply
    • Grazie!

      (La Redazione)

      admin on luglio 13, 2017

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