Settimio Terracina

Settimio Fernando Terracina

Settimio Fernando Terracina

 

Le Leggi Razziali salgono sul ring

«Si è presentato sul ring con pantaloncini con una croce sionista ostentando un razzismo che niente ha a che fare con lo sport fascista».

Siamo a Ferrara, è il 1937, anno XVI dell’Era Fascista e anno II dell’Impero. Si svolge una manifestazione internazionale di boxe riservata ai dilettanti. La stampa locale – e non soltanto la stampa – critica il giovane talento di vent’anni che deve disputare la finale contro un certo Faraoni.

Il ragazzo perde il match e a tutti pare giusto così. Ha avuto la sfrontatezza di gareggiare con un paio di pantaloncini su cui è stata cucita all’altezza della coscia sinistra una stella di David (chiamata “croce sionista”), con all’interno la scritta “Shaddai”, uno dei nomi di Dio, che in ebraico significa “onnipotente”.

Alla vigilia delle Leggi Razziali, che in Italia saranno emanate tra il 1938 e il 1944, il potere principale di questa stella è quello dell’esclusione. Un potere che con la loro entrata in vigore diventa mortale. I boxeur sono stati prontamente cambiati per l’ultimo incontro, così nella foto della proclamazione del vincitore non c’è alcuna stella sulla coscia del ragazzo sconfitto.

Una carriera promettente

Settimio Fernando Terracina porta il nome dello zio: ha quattro fratelli, è nato e cresciuto nel ghetto di Roma, è ebreo. Per due volte nel 1934 è campione dei novizi a Roma, vince la cintura di Roma nel 1935, diventa campione regionale e viene selezionato per partecipare alle Olimpiadi di Berlino. Parte per Senigallia dove si allena con tutti i compagni, indifferentemente dal peso.

«A Berlino non abbiamo capito come andò», racconta a Storie di Sport la nipote di Settimio, Rita. «Lui ricordava di esserci andato, diceva di essere rimasto impressionato dall’atmosfera, dalle scritte “Juden Raus!” nei negozi, da come veniva trattato. Ma se abbiamo molte foto dell’allenamento, di Berlino non ne possediamo».

Per quel che riguarda il pugilato, l’Italia finì in quarta posizione, con la Germania prima davanti a Francia e Argentina, con un oro e un argento grazie al peso mosca Gavino Matta e al peso gallo Ulderico Sergo. Le Olimpiadi del 1936 sono un evento cruciale per la storia dello sport e mettono in luce la grande macchina propagandistica messa in funzione dai regimi fascista e nazionalsocialista. L’esaltazione della forza fisica, l’amor patrio, i Giochi utilizzati come carica per incidere nell’humus dei popoli e delle nazioni chiamate a competere. Sono le Olimpiadi di Adolf Hitler e Jesse Owens, l’atleta di colore che vince quattro ori; sono quelle di Leni Riefenstahl che cura la regia delle riprese; sono quelle di Ondina Valla, prima donna italiana a vincere una medaglia d’oro, ma anche di Helena Mayer, unica atleta di origine ebrea a far parte della nazionale tedesca.

«In fondo Settimio non si accorse veramente di essere escluso» – continua a raccontare Rita. – «Tirava brutta aria ma se ne rese veramente conto solo dopo Ferrara, una volta tornato a casa a Roma, quando andò in palestra e lo cacciarono via».

Per paura o per opportunismo alla politica persecutoria del regime, l’esclusione degli ebrei colpisce anche lo sport italiano, mentre nelle colonie viene proibito ogni contatto sportivo tra indigeni e colonizzatori. Settimio combatte sessantatré incontri e scopre di non poter incassare i soldi dello stipendio in quanto ebreo. Lo chiamano al servizio militare e lo cacciano via, una volta conosciuta la sua fede religiosa.

Terracina dopo un incontro

Terracina dopo un incontro

 

Il suo coetaneo Leone Efrati, pugile anch’egli di religione ebraica, suggerisce che lo mandino negli Stati Uniti con il dirigente Emil Nancy. Il segretario della Federazione Pugilistica Italiana, cavalier Edoardo Mazzia, che era presente a Ferrara, lo aiuta a espatriare «per meriti sportivi».

«Non fu facile. Mazzia nel raccontare l’episodio del 1937 disse che si dovette adeguare ai dettami del regime. In seguito, nel 1945, invierà a Settimio una lettera in cui gli chiederà di scagionarlo dalla compartecipazione alle invettive della stampa. Si dette da fare per aiutarlo negli Stati Uniti».

È il 1940.

Ha ventidue anni.

Salpa nel mese di marzo. A maggio lo troviamo già a combattere nell’Illinois e i giornali americani parlano di lui. Il famoso cronista americano Fred Eisenstadt lo definisce «il migliore della sua categoria proveniente dalla terra di Mussolini». Appena arrivato conquista quella che viene definita un’«impressionante vittoria» contro Al Tibbits, popolare pugile americano del tempo. Le sue speranze d’atleta vengono così affidate all’allenatore Don Hamill.
Per tutti diventa “Terry”. Come dichiarerà al Corriere dello Sport in un articolo del 19 agosto 1944: «Dacché fui in America, non riuscivo mai a rendermi conto quando qualcuno mi chiamava per nome, tanto elegantemente e fantasiosamente me lo storpiavano. E Settimio divenne per tutti il mio secondo nome. Per tutti sono Terry. Non se ne abbia a male il caro zio Settimio…».

Continua per un anno la boxe da professionista anche se, come ricorda la nipote Rita, «a lui la boxe americana non piaceva. Ripeteva di essere per «la nobile arte del combattere», non per le semplici scommesse dove quel che conta sono solo i soldi, come accadeva negli Stati Uniti».

Con l’entrata in guerra degli Stati Uniti a Settimio vengono date due opportunità: essere internato come prigioniero di guerra in un campo americano o prendere la cittadinanza americana e combattere per gli USA.

Terracina in posa scherzosa con un amico

Terracina in posa scherzosa con un amico americano

 

Terry, l’americano di Roma, sbarca ad Anzio, svolgendo molta attività d’interpretariato per l’esercito americano. I suoi fratelli lo vedono tra i liberatori, ma molti tra parenti e amici sono stati deportati nei campi di concentramento. Tra loro anche Leone Efrati, che muore ad Auschwitz dopo aver combattuto per il divertimento degli aguzzini.

Settimio, l’americano

«Amava l’Italia, ma ha preferito tornarsene negli Stati Uniti», dice la nipote.

Qui lo trovano i cronisti del Corriere dello Sport, in divisa kaki della U.S. Army, in una delle palestre più attrezzate dell’Armata statunitense, il Repple Depple. Con guanti da sedici once insegna ai giovanotti a «scambiarsi carezze» tra invettive in dialetto romanesco.

A Roma arriva il knock-out: per strada incontra una ragazza che lo mette a tappeto. Diventerà sua moglie e si trasferirà con lui negli Stati Uniti, vicino a Chicago. Basta incontri sul ring: solo pizze (aprirà una pizzeria) e famiglia. Fino alla morte, avvenuta nel 1985.

Mentre quella stella ostentata con orgoglio tanti anni prima continua a brillare tra gli archivi familiari. E a raccontare la sua storia dalla gamba di un pantaloncino.

Melania Sebastiani
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Comments To This Entry
  1. This article is about my father, Settimio Terracina. Is there any way that the mistake of calling my father Septimus can be corrected? That was not his name.

    Lisabeth Terracina Rosenberg on marzo 11, 2013
    • Dear Mrs. Lisabeth, we were very happy in receiving your comment: we hope that you liked our article about your father!
      Surely we’re ready to correct any possible mistake or imprecision in the article, but in our Italian version the name of your father is always Settimio Fernando Terracina, as you can see if you look at the Italian, original version.
      So, we think that the translation became “Septimus” just by using an automatic translator.
      Hoping that you can became a friend of Storie di Sport, we send our dearest greetings! (DF)

      admin on marzo 11, 2013
  2. Bellissimo articolo che racconta un po’ la storia di mio zio (fratello di Nonna Emma) dal lato sportivo.
    Solo un piccolo appunto: la Nipote si chiama Rina e non Rita, ed ha una gemella di nome Elda che sarebbe la mia mamma.

    Sarah on ottobre 16, 2013