I gemelli Bricoli

I gemelli Bricoli ( © Archivio Luigi Romenghi)

I gemelli Bricoli ( © Archivio Luigi Romenghi)

 

E lo sport a Parma mise le ali

È la maledizione di Icaro, il sogno di volare. La sfida con l’aria, con il peso del corpo, la curiosità di forzare un limite, di accedere a quel luogo, il cielo, dove risiedono soltanto gli dei, che ne concedono talvolta il passaggio a qualche semidivinità.
Sin dai tempi più antichi gli uomini si perdono a osservare gli uccelli, a paragonare l’ossatura delle mani con le piume, a creare e sperimentare pericolosi prototipi di macchine volanti. Invidiano le ali.

Il volo affascina: anche chi ha paura di sollevare i piedi da terra.

Tra le figure che hanno ascritto il volo librato al mito italiano ci sono i gemelli Bricoli. Chiunque si approcci al volo libero s’imbatte nei loro nomi. Figure quasi mitologiche, i Dioscuri dell’Emilia: atletici, avventurosi, al 50% mortali e per l’altra metà immortali. Aneddoti, risate e lacrime avvolgono la loro parabola.

Erminio detto Mino e Stefano Bricoli sono gemelli omozigoti, identici. Nascono a Parma il 10 marzo 1946, sotto il segno della competizione. Due birbanti. Ma buoni.
Come Castore e Polluce, hanno natura e indole affine, ma non identica. Se Castore era domatore di cavalli, uomo mortale; Polluce era invincibile nel pugilato, giovinetto immortale. Ma compivano le loro prodezze sempre assieme: alla conquista del vello d’oro con Giasone, a caccia del cinghiale Calidonio, a liberare la sorella Elena.
Anche Mino e Stefano sono fisicamente uguali e a completamento l’uno dell’altro, Stefano la mente e Mino il braccio, con tutti gli scherzi e le burle del caso: battute e scambi di persona, incluso all’orale di maturità. O forse, anche questa è una leggenda. Vero è che anche la madre aveva difficoltà a riconoscerli: avevano uguale anche la voce.

Stefano e Mino. Mino e Stefano. Una sorella maggiore, tanto per seguire con i parallelismi del mito greco. I genitori lavorano entrambi nella catena di macellerie di famiglia. I gemelli crescono con lo zio Giusto, un uomo definito dai parmensi “molto fuori dagli schemi per l’epoca”, colui che avrebbe trasferito ai nipoti l’impronta sportiva e il gusto per la sfida.

E loro non soltanto accolsero questi stimoli ma… spiccarono il volo.
Si narra che sin da quando i gemelli erano piccoli lo zio avesse costruito loro un carrettino con cassetta di legno e li facesse venire giù dalla discesa della Ghiaia, dove c’è il mercato di Parma, tra il ponte di mezzo e la parte est della città, tra le macchine. All’inizio li tirava con la corda, lanciandoli in velocità. Poi i baldi fanciulli fecero tutto da soli.

Non amavano gli sport di gruppo: erano individualisti.
Cominciarono tra il 1968 e il 1970 con il motocross, quando ancora non c’era il motocross. E nel momento in cui la disciplina prese campo e fiorirono le piste gestite da piccoli moto club, arrivando a registrare settanta iscrizioni e tremila spettatori paganti in quel di Bologna, i gemelli ottennero risultati importanti a livello regionale, nazionale e internazionale. Già nel 1970 Stefano è campione provinciale. Ai campionati del mondo del 1976, Erminio Bricoli su Bultaco si classifica al 51mo posto.
Al seguito dei Bricoli sempre lo zio Giusto, che guidava il camioncino con le moto da cross dentro.

Nel 1974 cominciò l’avventura con lo speedway su sabbia. Erano moto di grossa cilindrata, con una sella ingombrante, il motore potente. Le gare si svolgevano su un ovale di pista: il primo ad arrivare vinceva.
Lo speedway fu il primo mezzo a mietere vittime nella cerchia delle avventure sportive dei gemelli Bricoli: Giuseppe Lunardi, noto medico di Parma, figlio di Bruno, fondatore della stampa sportiva parmense, morì schiacciato da una moto speedway durante le prove di gara. Esiste tutt’oggi un motoclub che porta il suo nome. Nel momento di crisi che seguì il lutto, i due fratelli incontrarono Mauro Guerra e altri quattro o cinque paracadutisti che nel parmense cominciavano a volare con il deltaplano. Era il 1975. Avevano 30 anni.

Mino Bricoli decolla dal Monte Caio ( © Archivio Luigi Romenghi)

Mino Bricoli decolla dal Monte Caio ( © Archivio Luigi Romenghi)

 

Fu l’inizio di un’era. «Sai, ci sono persone che si buttano dal monte e volano», bisbigliavano in città.
Il bisbiglio arrivò alle orecchie di Luigi Romenghi, all’epoca diciannovenne, che lesse un articolo dal titolo “Gli uomini volanti a San Marino”. Sul giornale c’era un nome, Enzo Boschi, e un numero di telefono con il prefisso di Bologna.
«Se c’era un numero di telefono doveva essere vero. Chiamai Enzo Boschi e mi disse che c’era un gruppo di uomini volanti anche a Parma, in via Solari. Fu in via Solari che mi diedero il numero dei Bricoli. Ricordo ancora il breve dialogo che ebbi con la madre:
Buongiorno signora, mi chiamo Luigi Romenghi, ci sono Stefano e Mino?
Sono andati a volare
E dove?
A Calestano.
Chiamai Patrizia, allora mia fidanzata e in seguito mia moglie, partimmo con la mia Fiat 127 e… era tutto vero. Li vedemmo dall’alto: i Bricoli in volo».

Fu così che cominciò un’amicizia.
«E cominciarono anche i miei finesettimana poco usuali rispetto a quelli delle mie compagne di classe: sveglia alle 8, assistenza ai tentativi ruzzolati di volo e imparare a guidare presto per portare e recuperare tutti gli uomini volanti!», esclama Patrizia Moretti, che rincorre il ricordo di quei tempi: «Erano persone diverse da quelle che si conoscevano abitualmente, di un altro pianeta: persone su cui poter contare. Visti dall’esterno si capiva che c’era qualcosa di profondo che li univa. E questo qualcosa era uno sport unico, faticoso, nel quale si usava un’imbragatura pesante e che dipendeva dal tempo atmosferico. Erano compagni di peripezie, più che di avventure. Li chiamavano “i diavoli volanti”».

«L’appellativo nasce dall’esclamazione di una contadina – specifica Romenghi – Nei primi anni di volo Franco Bianchi andò ad atterrare vicino a un paesino agricolo. Un’anziana intenta nel lavoro dei campi lo vide e gridò verso gli altri contadini “ohhhh! È rivè un diavel da praria!”, “è arrivato il diavolo dal cielo!”».

Nelle foto di allora si vede ogni tanto qualche braccio ingessato, qualche volto tagliato,… e negli occhi una luce comune, di chi conosce e condivide un gran segreto: il segreto dei venti.

Bobbio, atterraggio del 1978 ( © Archivio Luigi Romenghi)

Bobbio, atterraggio del 1978 ( © Archivio Luigi Romenghi)

 

Franco Bianchi per l’associazione sportiva Volo Libero Monte Caio e Delta Club Melloni ha rievocato i primi delta che giunsero a Parma: il primo fu acquistato da un gruppo di aeromodellisti nel 1974, ma non decollò mai. L’anno seguente venne acquistato un secondo delta, per una spesa di lire 25.000 a testa, da coloro che sarebbero stati i precursori del volo librato a Parma. In elenco: Armando Macor, Giovanni Conforti, Valerio Grassi, Franco Bianchi, Sergio Delendati, Carlo Barbazza, Silverio Salsi, Alberto Bianchinotti, Mauro Guerra, Lucio Gasparini, Fulvio Molinari.

Il mentore e maestro dei Bricoli era Mauro Guerra.
«Gli davamo del lei per deferenza», rammenta Patrizia, «fu il principio per i Bricoli, ma anche per noi che venimmo in seguito». Volavano con tute di cotone da ginnastica, Stefano Bricoli con i mocassini, altri con scarpe da pescatore. Volavano seduti.

I gemelli facevano sempre tutto insieme: dove c’era uno, c’era anche l’altro.
«Erano i galletti di Parma, Modena, Reggio – racconta scherzando Luigi Romenghi -. Da fuori agli invidiosi parevano strafottenti. Sempre accompagnati dallo zio Giusto, un omone simpatico che dopo aver guidato il camioncino con le moto da cross cominciò a guidare il camioncino con gli aquiloni».

Diversi i percorsi scolastici: Stefano fece ragioneria e rilevò la macelleria del padre, morto prematuramente d’infarto; Mino andò all’Isef e divenne professore di educazione fisica.

Intanto i Beatles si sciolgono, Elvis si esibisce in diretta in mondovisione, nascono i Queen, gli Ac/Dc e Dark Side of the Moon; in Cina muore Mao, Videla prende il potere da Evita in Argentina, diventano popolari Space Invaders, Asteroid e PacMan; il Concorde vola da un lato all’altro dell’Alantico.
In Italia cominciano i primi campionati italiani di volo libero.
Il gruppo di Parma si iscrive alla federazione Italiana di volo libero (FIVL) e gli atleti partecipando alle varie manifestazioni e competizioni incominciano a farsi conoscere. Tiene, Pinzolo, San Marino, Bobbio, Asciano di Pisa,… ottengono sempre piazzamenti alti.

«Il gruppo di Parma era quello da battere. A parte il primo campionato del 1976, vinto dal francese Jean Marie Clément, residente in Italia dal 1968, parlano le classifiche dei singoli – elenca Romenghi –: Mino è stato campione italiano nel 1978 e 1979; io nel 1980; Stefano nel 1982, 1986 e 1988; Mino nel 1992 e 1996 e comunque sempre tra i primi posti».

Nel 1977 si aggiunge al gruppo dei “diavoli” Filippo Melloni, che era motocrossista assieme ai Bricoli nonché campione provinciale di tennis. Quando i Bricoli erano campioni cadetti della 175cc, la massima classe di quegli anni, Melloni lo era nei 50cc. Insieme avevano partecipato a manifestazioni di carattere acrobatico con il nome di Yellow Flash. Il trio vestiva tutine dal caratteristico color giallo, appariscenti: si divertivano anche così, a impennare in sincrono con costumi improbabili con la scusa di fare spettacolo.
Nel frattempo Mino apriva le palestre. Fu lui a portare lo squash in Emilia, era una disciplina che aveva conosciuto nei suoi viaggi all’estero.

Il trio Yellow Flash ( © Archivio Luigi Romenghi)

Il trio Yellow Flash ( © Archivio Luigi Romenghi)

 

Il 16 novembre del 1978 Melloni decide di andare a volare da solo, accompagnato da un amico di Zibello, suo paese natale, sul monte Maddalena a Brescia. Era una zona dove ogni tanto il gruppo andava. Il monte preferito di Filippo. Il decollo da un prato soffice. Era un giovedì. La sera il gruppo parmense si ritrovava al bar di via Solari. Arriva una telefonata dei carabinieri di Brescia. Risponde Guerra, in quanto presidente. Cercano qualcuno del Delta club. Quando riattacca, Guerra piange.
Melloni era morto nel pomeriggio, alle tre. Un incidente di volo.
La notizia ha subito una eco vastissima.
«Ero in quinta liceo – racconta Patrizia -, tutti sapevano che frequentavo i “diavoli volanti”. La mattina la segretaria della scuola mi aspettava con La Gazzetta di Parma aperta sull’articolo del deltaplanista caduto. Mi chiese se lo conoscevo: mi sentii cedere le gambe. Andai alla cabina telefonica e chiamai Gigi. Fu terribile».
Filippo Melloni aveva 23 anni. La sua cameretta rimase come il giorno in cui la lasciò. Al funerale, a cui parteciparono più di tremila persone, gli amici sportivi portarono la bara in spalla.

Cominciavano i fantasmi: Lunardi, Melloni,… Fu crisi. La consapevolezza che il delta potesse tradire così tragicamente le correnti d’aria gettò tutti nello sconforto.
«Quasi tutti volevamo smettere. Avevamo sospeso le attività. In realtà – spiega Romenghi – Filippo è morto per un attrezzo che avevamo tutti: il jet. In Francia c’erano già stati due morti».
Dopo lo smarrimento, riprendono i decolli:
«Rincominciammo a volare, perché il jet costruito male non era un buon motivo per tenere i piedi fissi a terra. E riprendemmo a fare gare. Eravamo un centinaio in tutta Italia, non c’era nemmeno bisogno di fare le selezioni».

Decollo di Stefano Bricoli da pedana, Canazei 1981 ( © Archivio Luigi Romenghi)

Decollo di Stefano Bricoli da pedana, Canazei 1981 ( © Archivio Luigi Romenghi)

 

Il campione italiano del 1978 era Erminio Bricoli. Filippo Melloni si era classificato al secondo posto. I campioni italiani ritiravano il trofeo intitolato a Ivo Scala, un atleta deceduto nel 1975/6. In seguito alla sua morte la famiglia istituì un fondo. Parimenti fecero i Melloni con Filippo. Così per i campionati italiani al primo classificato va trofeo Scala, al secondo classificato il trofeo Melloni.
E il “Gruppo Volo Libero Parma” divenne il “Gruppo Volo Libero Filippo Melloni”.

«Noi volavamo con mezzi un po’ così – chiarifica Romenghi – . Qualcuno di marca francese, qualcuno bolognese, prototipi semiartigianali, roba sparpagliata. Nell’autunno del ’77 arrivò un francese in Italia, Gérard Thevenot, che cercava un importatore per l’Italia dei nuovi prodotti della sua ditta, La Mouette. Solo un paio di anni prima era ancora studente alla scuola d’ingegneria di Nancy e, acquisiti i piani del “Seagull”, un’ala delta costruita negli Stati Uniti, non avendo i materiali sotto mano costruì involontariamente un’ala con una più grande dimensione. Aiutato dal fratello, si accorse che aveva prestazioni di volo maggiori. Fondò La Mouette, che significa “gabbiano” in francese. Quando venne a Parma, portò il suo Exo7: un aquilone bellissimo, alluminio, acciaio e dacron dai mille colori. Lo comprammo in tanti e prendendone un certo numero i parmigiani ebbero l’opzione di diventare rappresentanti per l’Italia. Nel corso degli anni La Mouette diventò la ditta numero 1 al mondo. Mino e Stefano rimasero gli unici soci italiani. Nel 1986, in Italia il periodo massimo di volo libero con il deltaplano e volo a motore con il deltaplano (perché poi arrivarono parapendio e ultraleggeri), vendettero 750 deltaplani in un anno, per un costo medio di circa 3 milioni. Avevano talento per il volo, ma anche fiuto per gli affari».

La competizione era con bolognesi e torinesi. Vi si aggiunse anche una questione di marche: i torinesi vendevano l’Highway che era americana, i parmigiani mantennero il rapporto con le innovazioni francesi.

Fino alla diffusione di certi aquiloni più prestanti di altri, intorno circa al 1984, le gare di volo libero avevano una durata di tempo nel percorso breve ed era importante l’atterraggio. A volte c’erano delle boe e bisognava fare un tipo di bordeggio con il giudice che faceva segno con la bandierina. Abituati agli atterraggi dei propri monti, molto stretti, i parmigiani svilupparono un talento nel fare centro.

«Oltre a essere preciso, Mino aveva un’eleganza rara, uno stile inconfondibile sia in decollo che in atterraggio. Sia Mino che Stefano furono selezionati sia per gli Europei che per i Mondiali. Ma in volo la differenza tra i gemelli si notava. Mino si classificò tra i primi cinque d’Europa: aveva classe, era la perfezione», commenta Romenghi. La sua eleganza si può apprezzare da vari filmati. La preparazione dell’imbragatura, la preparazione, lo sputo sulle mani per avere più presa sull’aquilone, la piccola rincorsa, lo stacco dal monte. E la scellerata grazia omerica della giovinezza che fa strizzare l’occhio alla telecamera sotto gli occhiali prima di spiccare il salto. Per quanto riguarda l’atterraggio, per Mino è un “tac”. Non c’è abbrivo, non c’è una perdita di equilibrio, vi è un contatto con la terra in piedi, fermo, non un passo in più; una naturale prosecuzione del planare.

«Successivamente invece nelle competizioni non importava più il centro in atterraggio. Fornivano una macchina fotografica e chi arrivava più lontano vinceva». L’era del cross country.

Nella Primavera del 1977 erano comparsi i primi delta a motore. Somiglianti più a un triciclo con una vela, il primo mezzo fu portato a Parma da Mino. Veniva dalla Francia, era un Cirrus propulso da un piccolo motore a due tempi, tipo quello di una motosega, con un’elica. Ancora un primato: ci fu lui tra i primi decolli a motore italiani. Con l’aiuto dell’amico deltaplanista Giovanni Rovaldi, tecnico e meccanico di qualità, Mino aveva tentato di mettere a punto un delta a motore avvalendosi del Dragon Fly che utilizzava per il volo libero. Aveva studiato i motori sulle riviste americane; sarebbero arrivati in Italia qualche anno dopo. Si chiamavano Soarmaster e naturalmente il primo Soarmaster a Parma arrivò dalla Francia portato da Mino. Il Dragon Fly a motore invece non ebbe mai potenza sufficiente per volare.

Mino Bricoli davanti al Dragon Fly Bobbio, all'atterraggio del 1978 ( © Archivio Luigi Romenghi)

Mino Bricoli davanti al Dragon Fly ( © Archivio Luigi Romenghi)

 

I gemelli Bricoli erano legati anche in aria. Un giorno andarono a volare al Caio, il monte che sovrasta Tizzano. Mino partiva per primo. «Fu incredibile – ricorda Patrizia – io ero in atterraggio con Mino; Stefano doveva ancora partire. A un certo punto Mino mi disse che Stefano s’era fatto male, partendo in decollo. Se lo sentiva. Era vero: si era fatto male alla schiena e dovette portare il bustino per un certo tempo». Ma naturalmente non ci furono pause di volo.
«Certo che no: volava con il bustino di gesso».

Poi Mino passò all’aliante. Ironizzava dicendo che era più adatto agli anziani…
E fece un brutto incidente che fa riaffiorare alla memoria di Patrizia un altro esempio della sintonia tra i gemelli: «Eravamo in ospedale, Mino non riusciva ad aprire gli occhi, aveva un brutto catarro e non riusciva a scioglierlo. Beh, fu Stefano a tossire. E anche la gola di Mino fu liberata».
L’incidente fu terribile: i medici diagnosticarono un danno neurologico, temevano la paralisi. Dissero che non si sarebbe più alzato dalla carrozzina. Non per questo i Dioscuri persero il gusto per gli scherzi.
«Mino si era appena sposato. Fino a quel momento aveva vissuto con il fratello e la famiglia del fratello Stefano. Eravamo a Villanova, dove restò per i primi mesi di riabilitazione. A un certo punto i fratelli si guardarono. Stefano prese il posto di Mino sulla carrozzina; si rigirò i pantaloni lasciando le gambe scoperte, si coprì con un lenzuolo bianco e chiese a Gigi di spingerlo in corridoio, dove stava per passare il professore che aveva in cura il fratello. Al grido di “professore guardi che progressi ho fatto!” Stefano si alzò per andare incontro al dottore che per un attimo sbiancò, incredulo. Mino era nella stanza che rideva a crepapelle».

Quel Capodanno, a cavallo tra il 1999 e il 2000, gli amici di volo sono a casa di Stefano a salutare il millennio. Stefano prepara un filmato dove campeggia l’interrogativo «Cosa ti aspetti dal Duemila?». Fa il giro degli ospiti per registrare le risposte. Arriva il turno di Mino, ancora in carrozzina: «Anche se mia moglie Paola non vuole, dal Duemila mi aspetto di ricominciare a volare in delta».

Le figure semidivine non seguono le leggi degli umani. Né i precetti medici né la fisiologia.
Mino ricomincia a camminare: prima con le stampelle, poi senza.
E torna a volare.
Ai massimi livelli.
Con i deltaplani tradizionali.
«Non servono le gambe per volare», ama ripetere.

Pur tornando a gareggiare con notevoli risultati, Erminio non riesce a entrare nella squadra italiana, capitanata allora da Filippo Oppici di Parma. La fame di riconoscimenti alimenta i miti e Mino ha bisogno di premi per nutrirsi. Si mette quindi a volare con un qualcosa che all’epoca era emergente: un’ala rigida, che vola con lo spostamento di alettoni. Si credeva che questa classe sarebbe stata il futuro del delta. E lui ci si dedicò, da pioniere, come aveva fatto con il motocross, lo speedway, il delta a motore, lo squash,…
Si scoprì poi che quegli aquiloni vanno in tumbling, cioè un looping al rovescio, in negativo. Le ali sono rigide, si chiude la vela, si cade in modo catastrofico.

Era agosto. Vicino al castello di Torrechiara, davanti agli amici del paradeltaclub Tizzano che lo guardano impotenti, Mino precipita. Non ci fu nulla da fare.

Nel mito più popolare dei “giovinetti di Zeus”, i gemelli Castore e Polluce, Castore viene ucciso dagli Afaridi, Polluce, disperato supplica il padre di essere mandato anch’egli a morte. Zeus gli concede di rinunciare all’immortalità dividendola con il fratello. I gemelli vivono così alternativamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti.
Non fu concesso altrettanto ai gemelli Bricoli. Qualcuno sentì Stefano pronunciare: «Perché ho due figlie, sennò non varrebbe la pena vivere».
Stefano cede la ditta e smette di volare; Paola, moglie di Mino, taglia ogni rapporto con i diavoli volanti.

Si può saziare bruscamente l’appetito per il volo, ma non quello per le competizioni. Ed ecco il nuovo campo di Stefano Bricoli, rimasto a gareggiare da solo: il biliardo. Concentrazione, silenzio, tattica. E ancora una volta è campione italiano.
Non serve nemmeno alzare lo sguardo verso il cielo. I Dioscuri di Parma vivono la loro immortalità nelle classifiche della terra.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

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Comments To This Entry
  1. Un’unica emozione,
    un doppio sorriso!

    Lavinia on May 9, 2019 Reply

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