Paola Marquis

Paola Marquis (© Paola Marquis)

Paola Marquis (© Paola Marquis)

Inseguendo l’inverno

 
Vento dall’est, la nebbia è là, qualcosa di strano fra poco accadrà…
Basta un soffio a Bert per comprendere che Mary Poppins sta arrivando a Londra.
Basta che l’inverno bussi una volta ai vetri della scuola ed ecco che i pensieri di Paola s’involano sopra la schiena nuvolosa delle montagne, oltre i giochi di prestigio della nebbia, per allegri sentieri di neve che lasciano una traccia delebile.

Ho conosciuto Paola Marquis d’inverno, e non poteva essere altrimenti. L’ho conosciuta a cavallo tra Cile e Argentina, sulla strada verso la città più a sud della Terra, a 54º e 50’ di latitudine. Attendevamo, uniche straniere, l’ultimo mezzo di trasporto che ci avrebbe portate a Ushuaia.

Pochi elementi: un pullmino scalcinato in ritardo oltre ogni aspettativa, mentre la scarsa luce solare già saluta; una piazza rocciosa nello spazio sterminato della pampa; nessun alloggio prenotato per la notte.

Cercavamo un po’ di conversazione per scacciare lo spettro del buio.
«Tu perché sei qui? ».
«Sono in tesi a Buenos Aires, ma sono stata contagiata da sogno australe. E tu? ».
«Ho passato la stagione come maestra di sci a Bariloche, ma non potevo tornare in Italia senza aver sciato a Ushuaia. Diciamo che era un sogno australe anche il mio».

Ci siamo dirette allo stesso ostello e incorniciate da un panorama mozzafiato fatto di picchi montagnosi, ghiacciai perenni e acque tumultuose abbiamo condiviso una camera, qualche cioccolata calda, gite in barca e qualche chilometro di sentieri.

Paola in discesa (© Paola Marquis)

Paola in discesa (© Paola Marquis)

 

E lei si è fatta le sue discese, alla ricerca della curva perfetta:

«Io devo timbrare il cartellino: una sciata in tutti i posti. C’era anche la nazionale ad allenarsi: sono rimasta incantata a guardarli. Che spettacolo!».

Sono passati più di dieci anni e Paola è sempre alla ricerca di nuove montagne e nuovi inverni. È appena rientrata da Ushuaia.
Maestra di primaria di mestiere, precaria come tanti, sostiene:
«Non faccio cose speciali; potrebbero farle tutti».

Tra le “cose non speciali che tutti potrebbero fare”, vi sono passeggiate a 6000 metri di quota, un primo premio di guida sicura, scalate di vulcani in Cile e Nuova Zelanda, selezioni per Donnavventura, trekking in Nepal e un anno di attraversamento di continenti in sci (con 90 kg di bagaglio in spalla), inseguendo gli inverni del pianeta dalla Nuova Zelanda all’Argentina…

«Le mie figure di riferimento sono Walter Bonatti e mio padre – racconta Paola -. In primis mio papà, soprattutto perché era viaggiatore, esploratore, da contadino andava a piedi fino in Francia per lavorare. Infatti mi ha sempre supportata: a 21 anni sono partita da sola alla volta della Thailandia con lo zaino in spalla! Poi c’è un alpinista/amico che dai racconti dei suoi viaggi e delle sue imprese alpinistiche molto spesso mi fa viaggiare con la mente in questi mondi a me sconosciuti e in qualche modo irraggiungibili… si chiama Hervé Barmasse, ma io chiamo “il figlio del Cervino”».

Anche Paola è una figlia del Cervino. Il Cervino è la Grande Madre. La Montagna di tutte le Montagne.

«Ho aspettato molto a scalarlo. Dovevo attendere il momento giusto, la persona giusta. Prima mi sono avvicinata facendo il ghiacciaio vicino: l’ho dedicato a mio padre malato perché è lui che mi ha dato la possibilità di sciare, dandomi i natali in quella zona e quindi permettendomi di vivere montagna appieno».

Sei cresciuta a pane e sci?
«Proprio! E in età tarda ho aggiunto anche alpinismo e ascensioni su vette. Per me la montagna non può essere ridotta ad altezze, pendenze, numeri, ascese, discese, conquistatori, vinti. È di più. Un panorama grandioso in cui immergersi. Mi ricordo quando volavo sopra Ushuaia e guardavo le montagne in basso pensando “lì ancora sicuramente non è stato nessuno”».

E si sente dal tono della voce, che pregusta la polvere di neve di quei sentieri vergini. Anche se nel cuore ha sempre il Cervino.

Non hai trovato nei tuoi viaggi una montagna simile?
«Ci assomiglia l’Ama Dablan, infatti è chiamato “il Cervinio nepalese”. Si trova nella valle del Khumbu Himal e ha una sagoma inconfondibile. Ma non è casa».

Una notte a Ushuaia, nel caldo dell’ostello, quando ancora c’era un solo computer disponibile, in tempi di roaming salato e senza whatsapp, sullo schermo come allegato a una mail arrivò un autoscatto del ragazzo di Paola con un cielo stellato e una dedica “a Peo”.

«Peo sono io!», aveva gridato con gli occhi scintillanti dietro al segno della maschera da sci.

Si erano incontrati in pista, Matteo Calcamuggi e Paola Marquis. E il tracciato dei loro sci non ha smesso d’intersecarsi, divenendo un marchio di fabbrica: “Teo & Peo”.

«Lui è uno spirito libero come me», specifica, «se non di più! Quando tornavamo dal Nepal, dall’aereo ha visto certe vette dall’aereo… Al ritorno ha fatto una ricerca con le immagini satellitari e poi è partito: erano montagne georgiane».

(© Paola Marquis)

(© Paola Marquis)

 

E tu, c’è un Paese che vorresti visitare?
«Mi manca un Paese arabo: mi piacerebbe andare sulle montagne dell’Iran».

Alla ricerca di un record?
«No, alla scoperta di un luogo. A quello servono scarpette, imbrago e sci. A vivere un luogo».

Occorre stracciare lo stereotipo dell’inverno come stagione priva di amore: il vento tra gli alberi, il crocchiare degli scarponi che s’incastrano negli sci, il suono morbido deciso che fa la linea della curva perfetta,… skilovers, come il loro blog: amanti e innamorati dello sci, ma anche della vita.

Il loro manifesto: «Lo sci non può essere ridotto a numeri, pendenze, prime discese, followers, vincitori, vinti, like, pros, etc… Sciare è il puro piacere di muoversi velocemente in ambienti grandiosi come questo, dove, anche se per un attimo, ti sembra di poter volare sopra le montagne e la traccia che hai lasciato, diventa l’ombra stessa del tuo volo».

Tra i viaggi in ambienti grandiosi, per Paola il Nepal ha sempre un “nonsoché” particolare: «Durante il viaggio in Nepal la passione per la montagna si è combinata con la passione per la scuola: ho visitato una classe, casualmente, bussando alla porta di un palazzo buio. Mi hanno accolta dieci bambini cantando in inglese, era una pluriclasse elementare. Mi piacerebbe riuscire a mantenere una corrispondenza con loro. I bambini danno un’energia positiva incredibile».

Qual è stato il tragitto?
«È stato un viaggio particolare: lì cammini tutto il giorno e il panorama è sempre quello. È durato due mesi in tutto. Abbiamo affrontato due trekking: uno nella zona dell’Everest e una nella zona dell’Anapurna, più o meno di dieci giorni l’una. L’idea era anche quella di fare una piccola vetta ma ho preferito conoscere il popolo e restare tra i bambini a Bhaktapur».

Com’è stato l’approccio con il popolo nepalese?
«Devo dire un po’ deludente: in Anapurna sono genuini ma nel Khumbu (Everest) hanno cambiato le loro tradizioni, forse proprio per le processioni del turismo. È vero che la valle è molto più pulita rispetto all’Anapurna, d’altronde avere la montagna più alta del mondo fa, ma l’Anapurna si avvicinava di più a quello che cercavamo. Partivamo presto la mattina, una breve pausa pranzo, alle 5 buio. L’Anapurna è più selvaggia. Di Kathmandu invece ho un ricordo delirante, la città più inquinata che abbia visitato: caos, motorini e mucche per strada, macerie, un paese proprio disordinato e sporco».

In Nepal (© Paola Marquis)

In Nepal (© Paola Marquis)

 

L’amore si fortifica in viaggio?
«Chissà… se vivi nello stretto dei pochi metri di un furgone per molto tempo o ti dividi o ti unisci ancora di più. Di certo viaggiare con una guida alpina in certi contesti aiuta! In Cile abbiamo scalato vulcani attivi, pieni di odori che procuravano fastidio. C’erano spesso nuvole con uno strato fitto di nebbia, quella tremenda. Il momento in cui ho avuto più paura è stato sul vulcano Osorno: io volevo scendere sulle tracce della salita; Matteo voleva scender dall’altra parte. Finalmente poi abbiamo trovato le tracce della discesa, c’era nebbia ovunque e stavo andando in panico. In Cile se entri in boschi non esci più. Bisogna fidarsi dell’intuito, lì avevo valutato male la situazione».

È diversa la neve sui vulcani?
«Sì, è vellutata, a cono. A causa del brutto tempo nel 2010 non era stato possibile sciare all’interno. Quest’anno invece ci siamo riusciti: il vulcano Puyehue si è concesso con i suoi duemila chilometri di cratere».

Era Matteo che aspettavi per il Cervinio?
«Eh sì… Era importante con chi farlo ma era importante anche il momento. Mio padre è morto nel giugno 2016, a ottobre sarei partita con Teo per il nostro viaggio di un anno all’inseguimento dell’inverno. A settembre 2016 mi sono decisa. È stato proprio il momento giusto, un’emozione fortissima. Il mio momento. Non era soltanto una scalata, si trattava di portare lassù il pensiero di mio padre. Alcune guide locali incontrate ricordano ancora il mio pianto continuo di commozione… se tu mi chiedi cosa ho visto dall’alto mi cogli in difficoltà!».

Hai un portafortuna?
«La bandana azzurra con le pecorelle è il mio totem».

Un totem contro le intemperie?
«Anche! Partiamo prenotando soltanto il volo, ci siamo trovati a camminare nel buio per non aver trovato un letto in cui riposare, oppure in Alaska ci svegliavamo che il camper era quasi sepolto dalla neve della notte. Negli Stati Uniti ho rischiato di vedermi scadere il visto. Nel 2002 ho mancato per quattro giorni la bomba di Bali, in Cile i nostri amici hanno avuto danni ingenti per terremoto (noi dormivamo a casa di famiglie che avevano i figli all’Università e affittavano le stanze), e la scuola di Bhaktapur ha avuto dei crolli. Io ne ho parlato nella mia scuola. Con i bambini ho appeso le bandierine tibetane».

C’è più adrenalina nell’ascensione o nella discesa?
«Nell’ascensione si dorme sempre di meno, anche quando sono le mie montagne, quelle più conosciute, perché a me emoziona il pensiero di salire. Oggi si tende a salire con gli elicotteri per scendere in sci. A me piace godere anche la salita: studiare il pendio, valutare le valanghe,… mi emoziona tutto, anche la neve della discesa. In Canada non dovevamo mai dimenticarci che avremmo dovuto essere sciatori più veloci del sole, delle valanghe e soprattutto… degli orsi!».

Progetti per il futuro?
«I soliti: svestirsi dei modi occidentali, calzare gli scarponi, vivere appieno un nuovo Paese, cambiare il ritmo di vita, incontrare famiglie, rivedere amici,… Ripartiremo. Magari con un figlio!».

Se è vero che due rette parallele s’incontrano all’infinito, c’è da essere sicuri che gli sci di Paola scivoleranno su molti e molti manti nevosi ancora. E forse finiranno gli sponsor, forse la benzina, forse le provviste, forse l’amore, ma l’inverno, quello bianco, proprio no.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

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Intervista del dicembre 2017

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