Dirk Nowitzki

Los Angeles Lakeres at Dallas Mavericks

Dirk Nowitzki

 

Il Gigante del basket

Corre l’estate del 1993. La Germania fa i conti con i sacrifici finanziari e con i rammendi ideologici: l’Ostpolitik del grande cancelliere Willy Brandt riempie i ricordi della socialdemocrazia, ma l’aggancio della DDR al treno del capitalismo occidentale è molto più problematico del previsto.

Mentre la società cerca la sua identità fra le memorie demagogiche e le scie del bipolarismo, i giovani crescono in un’atmosfera che non ricorda i ruggenti e tremendi anni Settanta della Baviera industriale. La Locomotiva d’Europa ha bisogno di un restyling e cerca un nuovo ruolo sullo scacchiere globale, ma il mondo smarrisce gli equilibri e la politica setaccia le relazioni internazionali per capire se la Storia è davvero finita o se sta per cominciare un nuovo capitolo.

I problemi della Germania riunita si incarnano negli occhi di un bizzarro quindicenne di Würzburg, Dirk Nowitzki: la pubertà gli cambia il corpo, lo allunga, lo plasma sul modello di un fuso; lo fa sentire inadeguato, distante, diverso. Dirk ama la pallamano e adora il tennis, ma tutti i suoi compagni di squadra e d’allenamento gli dicono che non è nient’altro che un freak, uno scherzo della natura: è troppo alto per balzare nell’area di rigore dei polpastrelli, la sua mole rimpicciolisce la racchetta, sembra che giochi con gli stivali delle sette leghe o che impugni un pigliamosche.

Alla ricerca di sé

Il ragazzo tace, ma soffre; vorrebbe vivere il suo fisico in maniera diversa. Sogna di mollare la zavorra e di trasformare i 210 centimetri che la natura gli ha “regalato” in un grande trampolino di lancio. Pensa e medita, si strugge e si concentra, riflette e ricorda, poi si illumina: lo sport che ha reso grande mamma Helga lo può aiutare a trovare un posto lungo l’orizzonte della felicità. I tabelloni di cristallo non respingono le betulle, i ferri arancioni di James Naismith sorridono ai giganti, le retine si muovono come i lunghi capelli biondi che nascondono il fisico più canzonato della città.

Un primo piano di Dick

Un primo piano di Dick

 

Dirk supera le incertezze e prende una decisione: cercherà se stesso nella palestra del DJK Würzburg, la squadra della sua città. Quando prende in mano il pallone, l’allenatore della squadra Under 16 si sfrega le mani: non capita tutti i giorni di accogliere un atleta che supera agevolmente i due metri e non ha particolari problemi motori. Nowitzki si aggrega ai compagni e gioca le prime partite: non sa bene cosa fare sul campo poiché è ancora molto acerbo, ma mostra una strepitosa attitudine al lavoro. Dirk gioca senza pensieri, corre, si diverte: non sa che lo strano signore che osserva le ultime fasi di un match irrilevante sta per diventare l’uomo più importante della sua esistenza sportiva. Mentre il quarto periodo scorre nell’anonimato, coach Holger Geschwindner si accorge del leggiadro fascio d’ossa e tendini che si sposta graziosamente lungo i 28 metri del parquet di Würzburg; chiede di lui, si incuriosisce, rimane rapito dal pacchetto biomeccanico più incredibile che i figli della Germania abbiano mai offerto ai suoi occhi.

Holger avvicina Dirk e gli propone qualche seduta di allenamento con lui: Nowitzki accetta.

Il maestro e l’allievo

La genesi della più impressionante e continua macchina da canestri della storia del basket europeo comincia con quel . Geschwindner lavora con il ragazzo tre volte alla settimana, ma non si limita alle fatiche del torchio cestistico: il maestro convince l’allievo a imparare a suonare uno strumento musicale e ad appassionarsi alla letteratura. La musica dei maestri e le parole dei geni lo aiutano a trovare un equilibrio, mentre gli esercizi sul campo stimolano la sua fantasia. A scuola le brevi fasi di luce si alternano a lunghi momenti difficili, ma il parquet mostra risultati scintillanti: Dirk diventa un tiratore formidabile e si muove con una leggerezza sorprendente per un diciottenne di due metri e undici; mentre assiste alle partite del DJK, Holger capisce che il suo allievo ha le carte in regola per attraversare l’Oceano e intensifica il ritmo degli allenamenti. Il lavoro diventa quotidiano, ma non si nutre della convenzionalità: pesi? Preparazione atletica tradizionale? Disquisizioni tattiche? Esercizi di gioco? Perfetti sconosciuti! Geschwindner applica la filosofia del Maestro Miyagi e trasforma attività parallele in strategie d’insegnamento dello spirito del basket: costringe Dirk a tirare di scherma per sentire meglio l’appoggio dei piedi e anticipare le mosse dell’avversario, crea situazioni in cui i gesti tecnici avvengano in assenza di equilibrio, inventa movimenti, plasma uno stile di gioco.

Quando Nowitzki porta a termine il servizio militare, il visionario coach Don Nelson decide di costruire il futuro dei Dallas Mavericks sulle spalle del tedescone e sul genio imprevedibile di un perfetto sconosciuto, un playmaker canadese cresciuto in Sudafrica e diventato uomo all’Università di Santa Clara dopo che tutti i college più importanti d’America lo avevano giubilato senza riguardi, Steve Nash. Due anni dopo, Mark Cuban rileva la franchigia e la trasforma in una seria pretendente al titolo NBA: i viaggi ai Playoffs si susseguono, ma non superano mai gli scogli della delusione.

Il simbolo dell’NBA

Quando Nash lascia il Texas per andare riscrivere la storia dei Phoenix Suns, Nowitzki diventa il padrone dei Mavericks e un abbonato fisso dell’AllStar Game; nessun’ala forte riesce a contenere il suo sterminato bagaglio offensivo, nessun tecnico capisce come possa scoccare tanti dardi da tre punti da un’altezza così proibitiva; nessun avversario gli manca di rispetto, nessun compagno disprezza la sua scarsa attitudine difensiva. L’indimenticabile Dražen Petrović e il tempo hanno abbattuto i pregiudizi anti-europei; Dirk può attentare ai record di doppie-doppie e minacciare i primati delle percentuali di tiro senza temere di essere escluso dai piani alti per questioni nazionali o dubbi sciovinistici. Il suo talento diventa il simbolo dell’NBA del nuovo millennio: una Lega internazionale e un MVP tedesco (2007), uno stile da ammirare e una storia da raccontare.

Nowitzki in azione

Nowitzki in azione

 

Numeri spaventosi, migliaia di canestri, decine di azioni irripetibili: tutto fantastico, sì, ma le vittorie? Gli anelli e i trofei sono l’unico cruccio del grande Nowitzki: la riscossa di Dwyane Wade e la resurrezione dei Miami Heat gli portano via le Finals del 2006, la pochezza tecnica della nazionale tedesca gli impedisce di mordere medaglie d’oro sui palcoscenici europei e mondiali, i tremori di un primo turno maledetto trasformano la cavalcata del 2007 nel più clamoroso naufragio della storia dell’NBA. La corazzata del Texas affonda nella baia di Oakland e riporta Dirk al silenzio maestoso dell’Ayers Rock: i ricordi del viaggio australiano riaccendono la speranza, ravvivano la forza, preparano la sorpresa, proiettano il mondo alla primavera del 2011.

Nowitzki ha 33 anni e i suoi Mavericks sono un gruppo di veterani carichi di esperienze negative: Jason Kidd ha perso nettamente due Finali consecutive con i Nets e si avvicina al canto del cigno, Shawn Marion si è spento troppe volte contro il muro degli Spurs insieme al resto dei Suns, Tyson Chandler si trascina l’eredità di un Draft che lo ha visto toccare il cielo con un dito, il tedesco ha sempre nelle orecchie le voci che gli ricordano le cadute del suo illustre passato, ma Dallas si compatta, corre, ci crede. Incrocia la strada dei nuovi Fab Four di Miami, ma non ha paura dei fantasmi di South Beach o della fame di LeBron James. Si apre la rivincita del 2006? No, è tutta un’altra finale: Nowitzki supera un infortunio a un dito e sconfigge una fastidiosa forma influenzale, domina i quarti periodi e spazza via i sogni della Florida. Quando solleva il Larry O’Brien Trophy e vince il titolo di MVP, King James dichiara: «Il suo fadeaway jumper in avvitamento è il secondo movimento più inarrestabile di sempre; solo il gancio cielo di Kareem [Abdul Jabbar, n.d.a.] ha mietuto più vittime». LeBron non sbaglia; tre anni dopo, Dirk diventa il primo europeo a sfondare la barriera dei 25.000 punti in carriera, ma non smette di scalare i gradini della gloria.

L'emozione di una vittoria

L’emozione di una vittoria

 

Nel dicembre 2014 si piazza al settimo posto nella classifica all-time dei marcatori NBA e si gode il contratto che lega la sua carriera alla città di Dallas. Guadagna molto meno di quello che avrebbe potuto ottenere nei tre anni finali di un’epopea leggendaria, ma il Presidente Mark Cuban investe il denaro risparmiato per riportare Tyson Chandler ai Mavericks e strappare Chandler Parsons ai Rockets. Ora che anche l’ineffabile Rajon Rondo si gode le atmosfere del Texas, il sogno di Nowitzki continua con lo stesso entusiasmo dei primi anni Duemila. Wunderbar!

Daniel Degli Esposti
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