Mia Hamm

Mia Hamm

Mia Hamm

 

La donna che insegnò il calcio agli USA

È stata definita da Micheal Wilbon, cronista del Washington Post, «la miglior atleta degli ultimi quindici anni». Poco importa che in America il calcio sia uno sport di serie B, Mariel Margaret Hamm, attaccante della nazionale statunitense, è riuscita dove ha fallito persino un Mondiale. Diciassette anni consecutivi nel team “a stelle e strisce” per un totale di centocinquantotto gol segnati in duecentosettantacinque partite, una carriera in continua ascesa con tre titoli olimpici vinti, due ori e un argento, e numerosi successi riscossi nei Campionati Mondiali. Mia ha dato una storia e una dignità al pallone anche oltreoceano.

Un inizio precoce

Nata in Alabama con un piede parzialmente deforme e costretta a indossare scarpe correttive per i primi passi, la piccola Hamm non lasciava di certo presagire un futuro da atleta. Il problema, però, con il tempo si risolse e presto la ragazzina poté scorrazzare in tutta libertà. Al principio i genitori di Mia non avevano considerato seriamente la passione della figlia per il calcio, limitandosi non senza qualche imbarazzo a recuperarla quando s’intrufolava nelle partite giocate da altri ai giardini pubblici. Marachelle infantili, insomma, cui dar poco conto, specie quando si ha a che fare con una bambina vivace che di stare seduta composta per il picnic di famiglia non vuole proprio saperne.

Mia Hamm da piccola (© https://legacyofmiahamm.weebly.com)

Mia Hamm da piccola (© https://legacyofmiahamm.weebly.com)

 

Fu l’Italia a confermare la vocazione di Mia: il padre Bill, militare dell’Aeronautica, venne trasferito a Firenze quando la giovane campionessa aveva appena un anno. Bill, già tifoso della Fiorentina, trovò nelle attività di arbitro e allenatore lo svago ideale dalle incombenze lavorative e trasmise lo stesso entusiasmo ai cinque figlioletti, in particolare al maggiore, Garrett. Mia, legatissima al fratello, non esitò a sfidarlo in gare sportive e Bill, considerando le difficoltà d’integrazione della figlia dovute ai continui trasferimenti, decise di iscriverla a un corso di calcio per darle l’opportunità di fare nuove amicizie.

Rientrata negli Usa, Mia continuò a dedicarsi al pallone in una squadra femminile texana, fino all’incontro con l’allenatore della Nazionale Anson Dorrance, che la condusse nel circolo delle elette: nel 1987 Mia divenne a quindici anni la più giovane giocatrice ad aver mai indossato la maglia della rappresentativa statunitense.

Nel 1991 le stelline americane conquistarono la Coppa del Mondo: Mia e le sue compagne cominciarono a essere motivo d’orgoglio per il loro Paese, una squadra di intrepide eroine di cui seguire le gesta e invocare i trionfi. Ai Mondiali 1995 le americane si piazzarono al terzo posto con un’inarrestabile Hamm investita del titolo di “miglior giocatrice”: la sua capacità di adattarsi a qualunque tattica di gioco la rendeva unica, in grado sia di partecipare alla manovra d’attacco sia di finalizzarla.

A suon di successi le ragazze arrivarono all’Olimpiade di Atlanta, i Giochi di casa. Nonostante tra le novità sportive ci fossero anche la mountain bike e il beach volley, l’America fremeva per vedere soprattutto loro: le ragazze in pantaloncini impegnate per la prima volta nella competizione olimpica. Le sue ragazze.

Celebrazioni

Celebrazioni

 

Costretta a saltare una partita a causa di una distorsione alla caviglia, Mia fu in grado di rimettersi giusto in tempo per affrontare la finale contro la Cina, che si svolse ad Athens, nello stadio della Georgia University. La sua presenza si rivelò fondamentale nella fase decisiva della partita: un tiro di Mia che minacciava di andare verso l’esterno del campo venne intercettato dalla compagna Shannon MacMillan che gettò la palla dritta in rete segnando il gol della vittoria, per 2 a 1, sul colosso asiatico.

Durante la cerimonia di premiazione, le americane ricevettero gli applausi scroscianti dei settantaseimila spettatori, entusiasmando anche i diciotto milioni appostati di fronte alle televisioni. Un consenso di pubblico senza precedenti, che condusse la squadra alla ribalta. La gente cominciò a fermare le ragazze per strada, le indicava e pronunciava i loro nomi come se fossero amiche di vecchia data: Mia e le sue compagne erano diventate l’idolo di milioni di ragazze americane.

Tre anni dopo, la seconda vittoria sulla Cina ai Mondiali, seguita da un numero record di ottantamila persone: gli sponsor iniziarono a rivaleggiare per aggiudicarsi le calciatrici, grandi marchi come Nike e Mattel puntarono sull’immagine vincente delle fantastiche calciatrici a stelle e strisce. Mia a ventotto anni raggiunse l’apice della fama, contesa da multinazionali e colossi televisivi che vedevano in lei, ragazza semplice e introversa, il prodotto pubblicitario dell’anno. La chiamavano Jordan, proprio come Micheal, perché Mia rappresentava l’emblema dell’idolo americano al femminile.

Grazie alla popolarità delle ragazze, nel 2001 nacque la Women’s United Soccer Association, l’unione di otto squadre delle principali città americane. Il calcio femminile iniziò a prendere piede nel contesto nazionale dando vita a un vero e proprio campionato.

Il periodo buio

Ma all’ascesa sportiva fece da contraltare un’infelice vita personale. La scomparsa dell’amatissimo fratello Garrett, morto poco dopo il successo di Atlanta in seguito a una grave malattia del sangue, gettò un fascio buio sui trionfi di Mia, che ai suoi occhi persero ogni valore. Dopo questa tragedia la calciatrice ripeterà più volte la frase: «Ridarei indietro tutta la mia fama e ricchezza se servisse a riportare Garrett ancora fra noi».

Eppure il dolore della perdita scatenò in lei di riflesso una nuova forza. La campionessa dedicò i suoi gol al fratello e diede vita alla Mia Hamm Foundation, un’associazione che si poneva due obiettivi fondamentali. Il primo era dare sostegno alla ricerca sui disturbi legati al trapianto di midollo osseo e la tutela dei pazienti che subivano questo processo. Il secondo era invece legato a un’altra causa che aveva investito gran parte delle energie di Mia: lo sviluppo di programmi e iniziative volti a promuovere lo sport femminile. Un settore purtroppo ancora troppo spesso vittima di pregiudizi e discriminazioni.

La Women’s United Soccer Association non ebbe vita facile: dopo soli tre anni dalla sua nascita fu costretta a chiudere i battenti perché contava un deficit di oltre venti milioni di dollari. Gli stadi erano semivuoti e gli sponsor iniziarono a battere in ritirata; la reazione di Mia non si fece attendere: «Quando sento di sponsorizzazioni da trenta milioni di dollari per le scarpette di un giocatore di basket, mi viene voglia di mandare tutto all’aria. Ci trattano ancora da atlete di serie B».

Il calcio era diventato una forma di emancipazione per le donne americane, a cui erano già stati preclusi baseball e hockey: con la chiusura della Lega femminile si infrangeva il sogno di milioni di bambine e adolescenti. Mia reagì a questa catastrofe con tutti i mezzi a sua disposizione, stabilendo fra l’altro un taglio di stipendio sostanzioso per lei e le sue compagne di squadra; sacrificio che agli atleti maschi, autentici divi dello sport, non era mai stato chiesto.

La famiglia Hamm-Garciaparra al completo

La famiglia Hamm-Garciaparra al completo

 

La tenacia della Hamm non venne meno e, nonostante il dramma di dover assistere alla sua carriera stroncata, lei tenne sempre viva la sua passione per lo sport, l’unica risorsa in grado di gratificarla nel periodo di crisi. All’Olimpiade di Atene del 2004 la squadra conquistò un’altra impareggiabile vittoria e Mia venne scelta per portare la bandiera “a stelle e strisce” nella cerimonia di chiusura dei Giochi. Le spettava così il giro di campo definitivo, da vincente, tenendo alto il simbolo del suo Paese, quella stessa America da cui era stata così poco sostenuta.

A trentadue anni Mia Hamm si ritirò dalle competizioni, appendendo le scarpette al chiodo senza rimpianti. Ora si dedica alle attività della sua associazione e alle sue gemelline, Ava Caroline e Grace Isabella, avute dal marito Nomar Garciaparra, leader dei Red Sox. Con loro, Mia torna la ragazzina irrequieta con la coda di cavallo che scalpitava durante i picnic, lei che anche nei giorni di gloria esultando per un gol mostrava una maglia con la scritta: «Da qualche parte dietro l’atleta che sei diventata e le ore di pratica e gli allenatori che ti hanno motivata, c’è una bambina innamorata del gioco che non si guarda mai indietro… Gioca per lei!».

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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