Dispari

Sport femminile

Sport femminile

 

Storie di sport, media e discriminazioni di genere

È uscito in occasione dell’8 marzo, ricorrenza che ha preso il nome di “Giornata Internazionale della Donna”, un attualissimo ebook edito da Informant a firma di Mara Cinquepalmi. “Dispari” è innanzitutto un aggregatore di respiro internazionale: mette insieme linguisti, politici, blogger, filosofi, giornalisti, atleti e procura un’importante riflessione attorno allo sport.

Si articola come un percorso tematico che percorre la storia corredato da timeline, grafici, infografiche, link e gallery e attraverso i numerosi dati statistici riporta l’attenzione su tutte quelle donne di sport – atlete, editrici, giornaliste, fotografe – che conquistarono podi, scalarono pagine di giornali, diventarono l’orgoglio di un Paese, facendosi conoscere anche al di fuori dei confini nazionali, ma ebbero sempre una disparità di trattamento.

Dalla proibizione a partecipare o a seguire le competizioni sportive si passò all’ammissione a tali eventi con riserve in materia di abbigliamento, e sempre con una retribuzione economica inferiore al corrispettivo maschile e una narrazione degradante.
Fatica, determinazione, ambizione, sofferenza e vittoria hanno generi differenti. Uno maschile e uno femminile. I dati che prepotentemente vengono sciorinati contribuiscono a dare forma all’informazione, permettendo di accedere e interpretare diversi archivi. Molti provengono dall’osservatorio sugli stereotipi di genere nell’informazione sportiva, curato dalla stessa autrice e consultabile all’indirizzo http://stories.dataninja.it/uncertogeneredisport/.

La questione è sempre la stessa e ha le radici nella lingua. Come scriveva nel 1985 Luce Irigaray, «Parlare non è mai neutro»: non si vogliono negare né abolire le differenze tra maschio e femmina, grammaticali, anatomiche o sociali che siano. Tuttavia il linguaggio ha un ruolo fondamentale nella costruzione sociale della realtà e, quindi, nella creazione dell’identità di genere maschile e femminile. È pertanto necessario che sia usato in modo non sessista e che sia fatto decadere il privilegio del genere maschile al fine di poter abbandonare tutta una serie di pregiudizi negativi e stereotipi che restituiscono un’immagine della donna – nello specifico della donna nello sport – riduttiva e restrittiva.

Ecco quindi la persistenza di “allenatori donne” e non “allenatrici”, discriminante per la linguista Cecilia Robustelli e viceversa, l’utilizzo sapiente di Gianni Brera che della primatista Sara Simeoni scrisse che fu “atletessa”, “donna di sesso onesto e sicuro”, in riferimento alle atlete dell’Est e loro uso di sostanze dopanti; ecco rinnovarsi i reiterati clichés di atlete “belle e brave”, doppi sensi, ammiccamenti o i vezzeggiativi da vecchio gagà, come il “Robertina” affibbiato a Roberta Vinci; epiteti inappropriati come Taylor Townsend, tennista americana che nel modo più politically correct è definita “oversize”, altrimenti “cicciona”; segue l’analisi di Pier Luca Santoro, project manager di DataMediaHub ed esperto di marketing e sales intelligence, sulle gallery che danno più spazio al “riscaldamento hot” di un’atleta rispetto alla competizione, preferendo fotografie soft porn a immagini di fatica, ai fini di creare boxini cattura clic; la ricetta di Giorgio Bocca per il giornalismo sportivo, che ha come ingredienti sangue, sesso e soldi; interviste a Luisa Garriba e Cinzia Sandulli.

Tra le pieghe del linguaggio e tra le foto pruriginose si nascondono trabocchetti che si traducono sul piano economico e politico a una disparità di trattamento e a una disparità di rappresentanza.

Basti pensare che nemmeno il padre dei Giochi Olimpici moderni, il barone De Coubertin, vedeva di buon occhio la partecipazione femminile alle discipline, sostenendo che fosse non solo impraticabile ma anche antiestetica.

Mara Cinquepalmi nell’incipit del suo ebook pone la figura di Ondina Valla: «Avrei dovuto partecipare anche all’Olimpiade precedente, quella del 1932 a Los Angeles. Ma sarei stata l’unica donna della squadra di atletica e così mi dissero che avrei creato dei problemi su una nave piena di uomini. La realtà è che il Vaticano era decisamente contrario allo sport femminile».

Ondina Valla (a sinistra) durante una gara

Ondina Valla (a sinistra) durante una gara

 

Da intrecciatrici di corone d’alloro, le ragazze diventano alfieri, tedofore, atlete. E con Londra 2012, con l’Arabia Saudita che manda la componente femminile alle gare di judo e 400 piani, si può dire che i Giochi siano universali.

Ma non pari.

“Donne, sport e media” è anche titolo di un capitolo che Olympia, la carta europea dei diritti delle donne nello sport, dedica alla questione con parole ben precise, sull’uguale opportunità di essere rappresentati. E invece, tutt’oggi, le atlete sono professioniste di fatto, dilettanti per legge. Con ripercussioni e ricadute su previdenza sociale, assistenza sanitaria, trattamento pensionistico, visibilità e fruizione stessa della pratica sportiva.

È quindi significativo che la prefazione del libro sia a firma di Josefa Idem, ex atleta e senatrice, che assieme alla vicepresidente del Senato Valeria Fedeli ha presentato le ‘Modifiche alla legge 23 marzo 1981 n. 91, per la promozione dell’equilibrio di genere nei rapporti tra società e sportivi professionisti’ il ddl AS 1996. «Una strada in salita – scrive la senatrice – ma che è necessario intraprendere».

Lo sport rosa è una corsa ad ostacoli, come evidenzia la linea del tempo tracciata dalla Cinquepalmi. A tratti percorsa in bicicletta, come fece Alfonsina. O in moto, come Fiora Gandolfi che seguì il Giro d’Italia del 1964 come inviata del Corriere. A lei l’Abruzzo dedicò lo striscione “Fuori le donne dal Giro”.

Riflette l’autrice: «è difficile pensare a Balotelli, Pirlo o Ronaldo che tra il primo e il secondo tempo disegnano righe su campo di calcio con erba non tagliata. È accaduto nell’ultima finale di Coppa Italia femminile».

Ed emblematico a proposito fu il caso della frase attribuita nel 2015 al presidente della Lega Nazionale Dilettanti Belloli, che in una riunione del dipartimento calcio femminile avrebbe detto: «Basta, non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche»

Vi è un retaggio che confina le donne al ruolo di vestali, sorelle e madri dedite non a diventare campionesse ma ad allenare campioni. Pellegrini, Vezzali e Cagnotto? Eccezioni, infilate negli interstizi di una storia tutta maschile.

“Dispari” riporta un servizio RAI di Mario Azzella sulle mamme degli sportivi. È un filmato dell’anno delle Olimpiadi di Roma, il 1960. In sottofondo la canzone di Gino Latilla che canta “ciao mamma, io vinco e torno. Puoi mettere fino adesso l’abbacchio dentro al forno. Ho messo la maglietta tua di lana, ciao mamma, ciao mamma…. Hai visto che volata, tra poco torno a casa, prepara la frittata”…

Le mamme sono quelle “affezionate a quella gonna un po’ lunga” della canzone: matriarche, eroine, fate, superdonne, sante da adorare che fanno capolino da un’Italia contadina spinta verso l’urbanizzazione. C’è la madre del ciclista Ercole Baldini, intervistata mentre stira; la mamma del pugile Checco Cavicchi ripresa mentre lavora la terra; la mamma degli sciatori Marchelli presentata come campionessa di tennis ma filmata nell’atto di ricamare.

La questione linguistica nell’ottica di genere abbraccia tutti i campi, da chi crea la notizia a chi la riporta, sino a chi viene intervistato: l’Osservatorio di Pavia ha condotto nei telegiornali di cinque Paesi europei un’indagine sull’agenda mediatica. Risulta che il 29% degli intervistati siano donne. Nelle notizie sportive la percentuale scende al 10.

Suzanne Franks, docente di giornalismo alla City University di Londra, ha invece condotto uno studio sulla presenza delle giornaliste sportive nella stampa britannica con focus su Londra 2012: rileva una crescita effettiva nella copertura degli sport femminili, ma l’attenzione è presto smontata nei mesi successivi. E le autrici di articoli britannici equivalgono all’ 1,8%. Basta scorrere le firme della Gazzetta dello Sport per rendersi conto che in Italia la situazione non è differente.

La copertina dedicata al matrimonio Buffon/Campagnoli

La copertina dedicata al matrimonio Buffon/Campagnoli

 

Ciò che non cala è invece l’attenzione per le bellissime in tribuna alle partite. «Il gossip soubrette – calciatore è sempre piaciuto dai tempi di Lascia e Raddoppia», scrive la Cinquepalmi, facendo riferimento al portiere del Milan Lorenzo Buffon che nel 1958 sposa la valletta Edy Campagnoli. Un’attenzione che arriva al blog di Selvaggia Lucarelli e al suo censimento nazionale dei fidanzamenti (sfociati in matrimonio o naufragati) tra calciatori e soubrette.

Quelle stesse soubrette che spesso fungono da grazioso ornamento agli eventi e nelle trasmissioni sportive: Lorella Zanardo le definisce “grechine”, come le cornicette dei vecchi quaderni elementari.

La giornalista riporta alcuni esempi internazionali di caduta dei pregiudizi e lascia aperta la speranza. Certo il potere è uomo e i posti apicali sono occupati da uomini, a partire dai vertici federali.

Ma qualcosa sta cambiando se in Fifa 2016 sono state introdotte 12 nazionali di calcio femminile, se Manolo Gabbiadini diventa calciatore seguendo le orme della sorella Melania (che tuttavia per lavoro fa la tatuatrice e meno male che lei gioca di sabato e lui di domenica, così i genitori possono seguire entrambi), se vi sono anche uomini di sport che abbattono gli stereotipi, come i sincronetti o Antonio Cabrini, il bell’Antonio dei Mondiali 1982, ct e grande difensore della nazionale di calcio femminile.

Le forze scese in campo sono tante, il sistema della lingua si trasforma nel tempo, consapevole della propria responsabilità, l’Osservatorio monitora.

Non è più il tempo delle pioniere.
Non è più il tempo del dispari.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

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