Althea Gibson

Althea Gibson vincitrice a Wimbledon

Althea Gibson vincitrice a Wimbledon

 

La Perla Nera di Wimbledon

«Stringere la mano alla Regina d’Inghilterra è un bel passo in avanti rispetto a doversi sedere nella parte riservata ai neri sull’autobus per andare in centro a Wilmington, nella Carolina del Nord».

Althea Gibson ha appena trionfato nel singolare a Wimbledon 6-3 6-2, battendo in un’ora e mezzo la sua partner del doppio Darlene Hard, assieme a cui più tardi vincerà le australiane Mary Hawton e Thelma Long per 6-1, 6-2. È il 6 luglio del 1957, la temperatura tocca i trentacinque gradi all’ombra ed Elisabetta d’Inghilterra applaude in tribuna. Cade la barriera di colore del tennis: Althea è il primo atleta afroamericano a competere al torneo di Wimbledon, e vince in anni in cui la segregazione razziale è scottante. Nei negozi statunitensi campeggiano i cartelli che vietano alle persone di colore di entrare, i neri devono comprare in supermercati diversi da quelli in cui comprano i bianchi, vanno a scuola in classi separate, mangiano in ristoranti differenti, soggiornano in alberghi distinti, sono segregati in ogni attività quotidiana, e anche quando è concesso loro di stare assieme ai bianchi devono comunque dimostrare riverenza e rispetto. Nel tennis, la segregazione è al 100%: i tornei più importanti sono appannaggio dei bianchi, quelli dei neri restano confinati alle cronache di quartiere. Come se il colore della pelle non bastasse, la Gibson è donna, in un’epoca in cui le pubblicità invitano i mariti a regalare aspirapolveri.

Gli esordi ad Harlem

Althea è figlia di due raccoglitori di cotone della Carolina del Sud, e suo padre non disdegna la frusta come strumento di educazione. Nasce nel 1927 e, come lei stessa racconta, cresce quale “selvaggia di strada arrogante” nel quartiere newyorkese di Harlem, dove la famiglia si trasferisce nel 1930. Per restare lontana da casa il più possibile si cimenta in tutti gli sport, dal basket al calcio, dal baseball alla boxe, dal ping-pong al tennis. La competizione con i ragazzi alimenta la sua spinta interiore ad «essere qualcuno», come titola la sua autobiografia, pubblicata con successo nel 1958, quando effettivamente Althea è diventata “qualcuno”: un’atleta donna di colore celebrata in tutto il mondo.

Althea in azione

Althea in azione

 

La scelta di focalizzarsi sul tennis, lasciando da parte l’amata pallacanestro, avviene quando Buddy Walker, un musicista vicino di casa, le regala una racchetta di seconda mano. Dopo aver abbandonato gli studi superiori, dove non si sente a suo agio, s’iscrive ai tornei sotto l’egida dell’American Tennis Association, che organizza competizioni per afroamericani. I suoi amici le pagano il tesseramento facendo una colletta.

Il suo primo allenatore è Fred Johnson, atleta senza braccio che le insegna a “pensare”, vestire e comportarsi come una tennista. Nel periodo in cui è allenata da Johnson ha la possibilità di veder giocare la star del tennis Alice Marble e decide che questo sarà il suo sport. La ragazza però fatica ad accettare l’etichetta che la disciplina impone: «Se ne andò senza nemmeno darmi la mano quando la battei alla finale del Campionato ATA» ricorda Nana Davis. Dal ’43 al ’46 l’interruzione bellica consente ad Althea di migliorare anche sul piano comportamentale.

Al bowling per caso conosce il pugile Sugar Ray Robinson che con la moglie l’accoglie sotto la sua ala protettiva, dandole la sicurezza economica ed emotiva di cui ha bisogno. Nel 1946, malgrado la sconfitta finale al torneo ATA, è notata da due dottori, Hubert Eaton della Carolina del Nord e Robert Wood Johnson dello stato del Virginia, che diventano i suoi padrini: d’estate vive con i Johnson, seguendo il circuito di tennis per neri; d’inverno con gli Eaton, sotto la guida di cui ricomincia a seguire le lezioni di scuola, suona il sax, diventa capitano della squadra di basket e canta nel coro.

Althea Gibson in allenamento

Althea Gibson in allenamento

 

Althea comincia a vincere tutte le gare dei tornei ATA: vincerà il campionato singolare femminile per ben dieci anni. Nel 1949 si guadagna una borsa di studio per la Florida A&M University, mentre continua a vincere, cercando di entrare nel circuito dei country club, dove la presenza dei neri è vietata. Dovendo studiare, lascia che l’American Tennis Association si batta per farla entrare nel giro: quanto a lei, ha già dimostrato di essere nella rosa delle migliori tenniste statunitensi, bianche o nere che siano.

Dopo aver vinto a New York il Campionato Indoor dell’Est e dopo essere arrivata in finale al Campionato Nazionale Indoor, perdendo 6-2 6-0 contro Nancy Chaffer, torna al campus ed è una celebrità: la banda del college l’accoglie in stazione alla fermata del treno. L’associazione di tennis statunitense invece fa di tutto per ignorarla.

Solo due anni prima il giocatore di baseball Jackie Robinson era stato il primo afroamericano a entrare in una lega professionistica sportiva nordamericana. Ma era un uomo, e il baseball era uno sport per «gente comune», mentre il tennis era considerato non solo «roba da bianchi» ma «roba da ricchi». A prendere le parti di Althea, in un’editoriale dell’American Lawn Tennis Magazine del giugno 1950, è Alice Marble, quella stella del tennis degli anni del proibizionismo che Althea aveva visto esibirsi quand’era allenata da Johnson: «La signorina Gibson è su un barile abilmente forgiato che va a pezzi e io posso solo sperare di allentare alcune delle doghe con il mio parere. Se il gioco del tennis è uno sport per gentiluomini e gentildonne, è tempo di comportarci un po’ di più come persone gentili e un po’ di meno come ipocriti bigotti… Se Althea Gibson rappresenta una sfida per l’attuale raccolto delle donne che praticano questo sport, è giusto che a tale sfida si risponda sul campo».

si sprecano le copertine su di lei

si sprecano le copertine su di lei

 

L’articolo fa scalpore: la porta del tennis (quello bianco, internazionale) si apre per Althea, che diventa la “Jackie Robinson” in gonnella. Non è il portone principale: Miss Gibson non è accettata da tutti gli alberghi, né in territorio statunitense né altrove. Inoltre, quando gioca deve arrivare dall’entrata di servizio, non può andare negli spogliatoi, non può pranzare in sala, può soltanto entrare, scendere in campo, sbaragliare le avversarie con tutta la potenza del suo metro e ottanta e poi uscire per dove è entrata.

Un crescendo di trofei

Nel suo storico debutto ufficiale ai campionati Usa del 1950, la Gibson sconfigge Barbara Knapp in due set. Scontrandosi in finale con Louise Brough, che ha vinto gli ultimi tre tornei di Wimbledon, perde 6-1 il primo set, rimontando 6-3 7-6. Lo scoppio di un terribile temporale distrugge una delle aquile che sormontano lo stadio di Forest Hills e costringe gli organizzatori a sospendere la partita. L’indomani, la Brough va a servizio mettendo a segno i punti finali. Batte la Gibson per 7-9.

Tre anni dopo la Federazione di Tennis manda Althea in tour nel Sudest asiatico a rappresentare gli Stati Uniti. È un crescendo di trofei. Nel 1956 vince il suo primo Slam con un primo posto sia nel singolare che nel doppio al Roland Garros.

Sulla terra rossa francese sconfigge in finale Angela Mortimer per 6-0 12-10. La sua partner nel doppio è l’ebrea Angela Buxton, con cui raddoppia il primo posto a Wimbledon. Angela è il primo atleta di religione ebraica a conquistare l’erba di Wimbledon e Althea il primo atleta afroamericano: una vittoria per le minoranze.

Darlene Hard, la sconfitta, bacia Althea

Darlene Hard, la sconfitta, bacia Althea (© Hutton)

 

La Gibson è destinata a vincere ancora: dopo i cinquantasei tornei vinti tra i dilettanti nel corso degli anni Cinquanta, ne conquista altri undici tra i professionisti, tra cui gli U.S. Open del 1956 e 1957. Nel 1957 è la numero uno della classifica mondiale e l’Associated Press la proclama per due anni consecutivi atleta dell’anno. Per la prima volta, il primato spetta a una donna di colore. Nel 1958 a Wimbledon sconfigge la Mortimer 8-6 6-2, e nel doppio guadagna il suo terzo titolo consecutivo in coppia con Maria Bueno. Agli Open degli Usa, batte la Hard in finale 3-6 6-1 6-2.

A trentun anni, improvvisamente si ritira dal tennis. Nelle competizioni tennistiche femminili non sono previsti premi in denaro e le spese abbondano. Partecipa a qualche esibizione sportiva, gira un film con John Ford interpretando una schiava nera, incide un album di canzoni jazz, è ospite di programmi televisivi, poi, nel 1964, si reinventa come giocatrice di golf, entrando nella lega professionistica femminile. È un’altra barriera di colore che cade. Giocherà fino al 1971, lo stesso anno in cui sarà votata alla National Lawn Tennis Association Hall of Fame.

Dopo aver lavorato nella commissione di atletica del New Jersey dal 1975 al 1981, i soldi cominciano a scarseggiare e gli amici riprendono a fare collette per permetterle di pagarsi le spese mediche. Althea Gibson morirà per una crisi respiratoria all’ospedale del New Jersey il 28 settembre 2003. Aveva settantasei anni.

la Gibson con John Wayne, William Holden e Constance Towers sul set di Soldati a cavallo

la Gibson con John Wayne, William Holden e Constance Towers
sul set di “Soldati a cavallo” di Hohn Ford (1959)

 

L’omaggio delle Williams

Quattro anni dopo, in occasione del cinquantesimo anniversario del primo titolo nero di un tennista agli U.S. Open, le sorelle Williams hanno pensato che il modo migliore per onorare la memoria della Gibson fosse vincere. «Le possibilità che ho oggi le devo a persone come Althea» ha dichiarato al Washington Post Venus Williams la sera delle celebrazioni. «Cerco soltanto di seguire la strada che ha tracciato e ripetere i suoi passi».
«So che ogni volta che metto il piede in campo – ha aggiunto la sorella Serena – lo faccio per me e per tutti i bambini afroamericani che hanno il sogno di diventare qualcuno, ma non i mezzi».

Detto fatto. Nel 1999 Serena è la prima donna nera a vincere gli US Open dopo la Gibson. L’anno seguente, Venus conquista Wimbledon. Ci sono voluti più di quarant’anni.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

 

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