Monica Seles

Monica Seles

Monica Seles

 

Il match point della follia

La campionissima Chris Evert dovette piegarsi di fronte a lei, ammettere la sconfitta, accettare che il punto finale della partita fosse segnato da una ragazzina di sedici anni che nel campo si muoveva con una consapevolezza disarmante. Scattava rapida da un lato all’altro in quel corpo esile che dimostrava tutta l’acerbità dei suoi anni; mancina, il suo asso nella manica era un gioco a due mani che non lasciava scampo all’avversaria. Imprimeva alla palla accelerazioni potentissime con diritti e rovesci serviti con forza invariabile da mano destra o sinistra, il tutto accompagnato da urla micidiali.

Quanto urlava, al suono di quelle urla veniva spontaneo guardarsi alle spalle con un brivido cercando il responsabile. Si stentava a credere che fosse proprio lei a produrre un suono tanto agghiacciante, quando la sua voce non si udiva mai fuori dal campo, limitandosi a dire lo stretto necessario. Sarebbe stata quella qualità atipica a farle guadagnare l’epiteto La belva di Novi Sad, una descrizione che avrebbe accompagnato per sempre il suo nome, Monica Seles, legando a doppio nodo la grinta che l’animava e il suo paese d’origine: la Jugoslavia.

Dall’altro lato del campo Chris Evert comprende che non sarà lei questa volta la vincitrice del Torneo WTA, per un attimo l’amarezza le oscura il volto mentre un rigagnolo di sudore corre lungo la fronte. È maggio a Houston e la fatica del gioco non concede tregua al fisico già provato dal calore che sale implacabile dal terreno. È sufficiente quell’inafferrabile istante, una pallina che cade a terra e a terra rimbalza, per capire di non essere la numero uno: è solo questione di tempo, viene sempre il momento di cedere il posto a qualcun altro, magari più forte e spuntato dal nulla. Percepire d’un tratto di essere facilmente sostituibili in un firmamento che non si ferma, ma muta. Basta poco per diventare vulnerabile e rotolare a terra a lenti sobbalzi come quella pallina che decreta il punteggio finale della partita: 3-6, 6-1, 6-4.

La smorfia sul volto di Chris si trasforma d’un lampo in un sorriso. Era stata avvistata una cometa nei cieli di Houston in quel maggio del 1989, uno scenario epico che si rifletteva tutto nell’entusiasmo di quella ragazzina esultante con una racchetta in pugno e il futuro negli occhi. Al momento della premiazione la Evert non ha esitazioni, quando dice, rivolta a Monica «She’s the next. Lei è la prossima.»

Un pronostico luminoso come la cometa, una predizione che ebbe il tempo di avverarsi solo a metà. La carriera di Monica si apriva con una vittoria devastante, nella sua ascesa vertiginosa sembrava sul punto di raggiungere l’apice e probabilmente l’avrebbe raggiunto, se quel volo non fosse stato spezzato.

Se un uomo di nome Günther Parche non fosse mai esistito.

Le vittorie di Monica

Le vittorie di Monica

 

Un uomo di nome Günther

Trascorse un mese da quel trionfo inaspettato quando Monica, racchetta alla mano, si ritrovò faccia a faccia con la tennista numero uno al mondo: l’eterea Steffi Graf. La Seles, alla sua prima partecipazione a un torneo del Grande Slam, raggiunse la semifinale del Roland Garros dove la vertigine della competizione dava alla testa e la rete divisoria a metà campo segnava un confine accidentato.

Combattuta accanitamente per tre set, la partita si risolse in una sconfitta per la novellina, ma l’incontro fra le due, allora solo occasionale, era destinato a ripetersi più e più volte fino a tramutarsi in una sfida ad alta tensione. Quel giugno del 1989 un’altra persona notava per la prima volta la ragazzina dall’energia vibrante: un tornitore dell’Rdt, cappello da baseball calcato in testa, all’apparenza un tifoso come tanti: a differenza degli altri, però, durante il match Günther Parche sudò freddo e a coglierlo in quello stato non fu l’inizio di un malore, ma uno dei sintomi più allarmanti della sua ossessione.

Forse Steffi non sapeva che quell’uomo ogni anno inviava cento marchi a sua madre perché le comprasse dei fiori in occasione del suo compleanno o, se ne fosse stata a conoscenza, di certo non sarebbe stata in grado di riconoscerlo né di distinguere il suo viso fra la folla. Lui, al contrario, non aveva occhi che per lei e i pochi sguardi dedicati alla rivale furono le prime scintille di un odio destinato a divampare. Ignara della rabbia cieca che covava nella mente di un perfetto sconosciuto, Monica continuava il gioco diventato a tutti gli effetti la sua vita: riusciva a capovolgere il mondo a colpi di diritti e rovesci e battute instancabili, voleva vincere e non le era chiesto nulla di più.

Gli anni del suo dominio assoluto erano appena iniziati: nel giugno del 1990 Monica Seles e Steffi Graf si incontrano di nuovo agli Internazionali di Francia. Questa volta la tedesca non ha possibilità di spuntare la vittoria, ad un anno di distanza dal loro primo scontro la ragazzina, di sedici anni e sei mesi, si proclama la più giovane vincitrice del torneo.

È il periodo migliore per Monica: fra il gennaio 1991 e il febbraio 1993 vince 22 titoli WTA, raggiungendo 33 finali su 34 tornei disputati. A diciannove anni è in grado di infrangere ogni record, fra le molte rivali destinate a soccombere sotto i suoi colpi anche Martina Navràtilovà sconfitta all’US Open e di nuovo al Virginia Slims Championiships battuta in quattro set. Otto titoli conquistati nel Grande Slam in tre anni, numeri che contano tanto da portarla a scalzare la posizione numero uno del ranking mondiale, ancora una volta lei, la donna con cui anni prima si era fronteggiata nell’aria frizzante di un’estate in procinto di cominciare: Steffi Graf. La Graf regnava incontrastata al vertice delle classifiche dal 1987, le toccò cedere lo scettro alla jugoslava che lo tenne ben stretto fino al 1993.

Fra le due regine del tennis la lotta si dipana silenziosa ed è tutta a colpi di racchette, sotto la luce del sole, mentre nell’ombra di una mente malata un uomo precipita in spirali di disperazione. Le ripetute sconfitte delle cara Steffi, amata ben oltre la follia, portano Günther Parche ad abbandonare il lavoro per il dolore. In poco tempo, il disoccupato trentottenne si ritrova a un passo dal suicidio. Suicidio, una punizione estrema, come la psicologia insegna: si tratta di ritorcere contro di sé un impulso omicida rivolto contro un altro, a volte verso il mondo. Parche si ferma appena in tempo per capire il senso reale delle sue intenzioni.

Ad innescare la follia fu la terza vittoria consecutiva di Monica agli Australian Open, ancora una volta a subire la sconfitta in finale era Steffi Graf, inconsapevole e innocente vittima di un amore così insano da sfociare nel crimine.

L’aggressione

30 aprile 1993, ad Amburgo è un giorno pieno di sole e l’aria si mantiene piacevolmente frizzante.

Nell’arena di Rothenbaum Monica Seles sta per siglare la sua prossima vittoria: è lei a condurre il gioco contro Magdalena Maleeva per 6-4, 4-3. Una partita come tante, destinata a concludersi in modo totalmente imprevisto, a riprova di come l’orrore si intrufoli nella quotidianità più banale: durante il cambio campo la terra rossa dell’arena si tinge di sangue.

La gente si è alzata dagli spalti per rinfrescarsi e approfittare di bibite e panini in vendita, fra la folla si muove indisturbato Günther stringendo una borsa a tracolla verde in cui nasconde l’arma della sua vendetta. Fra lui e Monica la distanza si accorcia passo a passo, ormai è solo la ringhiera; ma Monica sta calcolando un’altra distanza, quella fra le sue labbra e il sospirato bicchiere d’acqua, tanto che il colpo la coglie alle spalle, completamente indifesa.

Il dolore è immediato e lancinante, Monica si protende in avanti per reazione evitando, per una coincidenza fortuita, la ferita più seria in grado di condannarla alla paralisi. Si ritrova a terra, un metro oltre la sedia su cui riposava, voltandosi fissa il suo aggressore negli occhi e lo riconosce: l’uomo col berretto da baseball che girava per l’hotel e seguiva tutti i suoi allenamenti. A paralizzarla dallo shock però è quel coltello da cucina, affilato, di ventitré centimetri, che sta per abbattersi di nuovo su di lei. Nello stesso istante, giusto il tempo necessario perché lei si senta inerme, indifesa e drammaticamente vulnerabile, una guardia agguanta Günther alla gola bloccandolo, impedendogli così di vibrare il secondo colpo.

A soccorrere Monica accorre immediatamente la fisioterapista Madeleine van Zoelen che la circonda in un abbraccio per proteggere la ferita, subito dopo la raggiunge anche il fratello Zoltan. L’arbitro, Stefan Voss, prende il controllo della situazione chiedendo a gran voce asciugamani e ghiaccio. Parche scompare inghiottito dalla folla multicolore, risucchiato dallo stesso fragore che gli aveva permesso di avanzare senza essere visto. Alla polizia fornirà un racconto sconnesso, in cui l’unico elemento chiaro si rivelerà essere il nome, invocato, osannato, acclamato come in una preghiera, di Steffi Graf.

L'aggressione

L’aggressione

 

Intanto, l’equilibrio di Monica si è spezzato in maniera irreparabile: i medici le assicurano che la ferita non è grave. Non possono capire. È una lesione seria, gravissima: pugnalata alle spalle nel suo mondo sicuro, durante una partita di tennis, mentre si dedicava alla passione che aveva dato un senso a tutta un’esistenza. Il mondo sotto i piedi di Monica è crollato, lei ha perso tutte le coordinate. La bussola interiore, che anziché mostrarle il nord le indicava il punto giusto in cui colpire la palla, è impazzita.

Riprendere il controllo

Il cuore di Monica è capace di soli 40 battiti al minuto quando è a riposo, una soglia anaerobica mai registrata in precedenza; l’atto estremo di volontà di un fisico capace di immolarsi all’altare dell’ambizione.

Il tennis per lei aveva cessato di essere un divertimento ben presto, in poco tempo aveva assunto i caratteri di una sfida: papà Karolj, disegnatore di fumetti, aveva trasformato le palline da tennis in tanti piccoli volti del topolino Jerry dei cartoni animati. Monica in quel gioco diventava il gatto Tom che doveva acciuffare i topolini in fuga, una caccia ripetuta per diverse ore al giorno senza guardare oltre i confini di quel giardino: la piccola Seles poteva salire in casa per la cena dopo aver agguantato duecento topolini posizionandoli nelle scatole.

A nove anni trionfava al suo primo torneo entrando nella corte del suo Pigmalione, Nick Bollettieri, che la condusse con sé nell’accademia di Bradenton in Florida. Con sorpresa e ammirazione Nick osserva la sua beniamina allenarsi anche per dieci ore al giorno, provando e riprovando lo stesso colpo. La piccola Monica sapeva che quella era la sua strada e la seguiva fiduciosa, bendata dalla fortuna.

Ora, da quando quella lama è entrata nella sua vita frantumandola poco a poco, non riesce più a ritrovare l’identica fiducia che l’aveva sostenuta ben oltre l’infanzia. Il suo fisico crolla e lei inizia a prendere peso, sviluppando disturbi alimentari: perde il controllo sul suo corpo e su se stessa. Le sue condizioni psicologiche sono così precarie da allontanarla dal tennis per due anni e impedirle di partecipare ai processi contro il suo aggressore, che riesce a farla franca: condannato a soli due anni con la condizionale, incriminato non per tentato omicidio, ma per lesioni aggravate.

Elke Bosse, uno dei giudici che hanno presenziato il processo, afferma: «La sua confessione è assolutamente credibile e sembra pentito». Il criminale impietosisce con la sua pazzia e sembra redento, nel frattempo la Seles deve fare i conti con una carriera in caduta libera. Tutte le colleghe, ad eccezione di Gabriela Sabatini, si erano rifiutate di congelare il suo ranking fino al suo rientro. Spostandosi città dopo città come un circo, lo show era continuato in sua assenza. Inevitabile, così, che la Graf riconquistasse la prima posizione proprio come architettato dalla follia di Parche: ingiustizia era stata fatta.

Monica Seles e Steffi Graf

Monica Seles e Steffi Graf

 

Servirono anni alla Seles per riprendersi da quanto accaduto e forse non ci riuscì mai del tutto. Tornò alle gare, ma non fu più la stessa: la sua grinta aveva perso di smalto. Ottenne il ranking di numero 1 bis dietro Steffi Graf ed accettò di sfidare di nuovo la rivale, pur senza raggiungere il risultato sperato: il riscatto finale. Rimase però affilata la sua determinazione, tanto da permetterle di vincere il suo nono e ultimo trofeo agli Australian Open.

Non era più la ragazzina apparsa con fragore sulle scene mondiali pronta a conquistarsi il futuro senz’ombra di inquietudine nello sguardo, ma di certo aveva dimostrato al mondo di essere in grado di ritrovare il baricentro dell’equilibrio spezzato. Era tornata al tennis per capovolgere di nuovo una sorte avversa a diritti e rovesci, gettando ad ogni colpo urla implacabili. Uscita dal tunnel dello sconforto più nero, Monica Seles si è aggrappata a quel poco che conosceva per certo. Perché è necessario tenere la presa, come ha scritto nella sua biografia Getting a Grip.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

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