Ilie Năstase

Ilie Năstase

Ilie Năstase

 

Il talento ribelle

Quando ormai le classifiche già non gli appartenevano più, quando già non era più il tempo del “suo” tennis, lo vedevi ostinarsi a scendere in campo per perdere contro gente nemmeno degna di portargli la borsa e ti chiedevi perché non dicesse basta, perché non si arrendesse una volta per tutte all’evidenza del tempo, e non trovavi mai una risposta.

Era un Don Chisciotte che combatteva contro i mulini a vento, era l’ultimo di quei “Mohicani” che, vestiti di bianco, giocavano, con racchette di legno, un tennis antico fatto di tocchi e piccole magie, e in un tempo che si andava consegnando impotente ai cannonieri dalle racchette bioniche, suscitava la stessa malinconia di un cowboy stanco che si ostinava ad ignorare l’era dei treni e delle automobili.

Eppure c’era sempre un momento durante quelle sue crepuscolari esibizioni in cui accadeva qualcosa di speciale, di inatteso, un abbaglio di luce, un colpo improvviso. Una magia e il pubblico tornava ad essere suo, a spellarsi le mani per lui, e tu guardandolo gli leggevi sul viso l’orgoglio del talento indomabile e la rabbia di chi non voleva rassegnarsi al tempo.

Era in quei momenti che ti sembrava di capire qualcosa.

Doveva esserci davvero qualcosa di grande in quell’uomo, una ragione più alta o una disperazione più forte, per fargli sopportare tutto quello, forse era un fuoco o un tormento che trovavano però un attimo di pace quando una volée o un passante incrociato lo facevano sentire di nuovo Ilie Năstase, il genio del tennis.

Impiegò anni Ilie Năstase per sfuggire a questa schiavitù, prima di riuscire ad inventarsi una nuova vita e ad accettare di essere qualcosa di diverso da quel ragazzino che partito in treno da Bucarest con due sole racchette e addosso completini improvvisati finì col ritrovarsi poco dopo sul tetto del mondo, n.1 delle classifiche mondiali per 40 settimane, dal 23 agosto 1973 al 2 giugno 1974 .

Nella sua bacheca troveranno posto due titoli del Grande Slam: gli US Open del 1972, vinti in finale contro Arthur Ashe, quando ancora si giocavano sulla terra verde di Forest Hills, e Parigi 1973 contro Nikki Pilic, oltre a due finali perse a Wimbledon nel 1972 contro Stan Smith e nel 1976 contro Bjorn Borg.

La vittoria al Roland Garros 1973

La vittoria al Roland Garros 1973

 

Il primato di cui però va forse più fiero deve essere quello del Master che vinse per ben 4 volte – 1971, 1972, 1973 e 1975. Fu inoltre il primo giocatore europeo a superare il milione di dollari di vincite.

Anche Roma frequentò spesso il suo talento perché agli Internazionali d’Italia lui veniva con piacere, per via dell’amicizia che lo legava ai nostri tennisti e per le donne italiane che non aveva mai fatto mistero di apprezzare.

Insieme a Jimmy Connors a Wimbledon nel 1975

In coppia con Jimmy Connors a Wimbledon nel 1975

 

Il torneo della capitale riuscì a vincerlo in due occasioni, nel 1970 contro il cecoslovacco Jan Kodes e nel 1973 rifilando un sonoro 6-1 6-1 6-1 allo spagnolo Manuel Orantes, ma i ricordi più belli sono legati all’edizione del 1975, quando presentatosi in coppia con l’amico Jimmy Connors, pur perdendo la finale del doppio contro Brian Gottfried e Raul Ramirez, regalò momenti esilaranti ed indimenticabili a tutto il pubblico del Foro Italico. Tra i tanti aneddoti il match d’esordio contro gli italiani Ezio Di Matteo e Vincenzo Franchitti, durante il quale sfruttando un pallonetto effettuato da Connors ai due italiani, Nastase uscì dal campo per andare a dissetarsi e poi rientrò. E ancora durante il match di semifinale che li opponeva agli spagnoli Juan Gisbert e Manuel Orantes, il rumeno prese a pallinate la postazione RAI, rea forse di ospitare un telecronista che parlava troppo forte o semplicemente un cronista amico.

Insieme a Connors, vale la pena ricordarlo, Ilie Năstase vinse il titolo del doppio a Wimbledon nel 1973 e agli US Open nel 1975.

Un carattere difficile

Nasty la “Carogna”, come veniva chiamato in virtù d’un carattere non facile, era figlio di una famiglia moldava che la lungimiranza del padre aveva trasferito in Romania prima che il paese d’origine venisse annesso di prepotenza tra le repubbliche sovietiche, e molta della sua irascibilità si dice derivi da un regime di educazione piuttosto blando tenuto nei suoi confronti dalla madre, mai ripresasi completamente dalla perdita in tenera età del primogenito Volodia.

In realtà forse era la sua insicurezza a condizionare il mare turbinoso della sua vita, o quel complesso di inferiorità che, come lui stesso confesserà più tardi, lo spingeva a diffidare di tutti, fino a farlo discutere animatamente con gli arbitri, rei a suo dire di rubargli i punti, o scendere in campo deciso ad annientare l’avversario di turno piuttosto che accontentarsi di batterlo.

Năstase in campo sotto un ombrello

Nastase in campo sotto un ombrello

 

Non era mai abbastanza quello che faceva per piacersi e per piacere, doveva fare di più, doveva sempre stupire, come la volta che gettò al vento la finale di Forest Hills 1974 solo per il gusto di dimostrare a John Newcombe, presente in tribuna, quanto fosse bravo: intestardendosi a provare colpi al limite dell’assurdità, concesse a Roscoe Tanner l’onore di portarsi a casa il titolo di campione degli US Open di quell’anno.

Avrebbe potuto vincere molto di più, ma Ilie era questo, differentemente non sarebbe stato il genio che era, o come disse Jon Tiriac, suo amico di una vita, il più grande talento mai sceso su un campo da tennis.

Compagno di doppio in Coppa Davis ed in centinaia di altri tornei, tra cui il Roland Garros di Parigi vinto nel 1970, Tiriac affermerà più volte come a Năstase non interessassero tanto le vittorie o i record, quanto appagare se stesso, il fuoco che gli bruciava dentro e che gli faceva affrontare ogni match come fosse l’ultimo, disposto a tutto pur di onorarlo, persino ad infastidire con ogni mezzo avversari, arbitri , pubblico ed anche compagni.

Era uno stregone prima ancora che un talentuoso tennista, uno zingaro capace di qualsiasi sortilegio, con e senza racchetta, a cui però tutto si perdonava in virtù della sua innata simpatia. Come quando dovendo incontrare nei quarti di finale del Roland Garros gli amici Adriano Panatta e Paolo Bertolucci, ben conoscendo la superstizione del primo verso i gatti neri, diede cento dollari ad un ragazzino perché ne liberasse uno in campo poco prima dell’inizio del match, suscitando l’ilarità del pubblico ma anche la rabbia della coppia italiana che in tutto il match poi si aggiudicò solo due game.

Ma ridurre Ilie Nastase a solo questo, all’uomo che indossò persino un paio di baffi finti di fronte alla principessa Margaret e alla duchessa di Kent, o a quello che ogni volta che incontrava il francese Francois Jauffret si inventava un modo nuovo per irritarlo, sarebbe ingeneroso, perché dal suo braccio poteva davvero uscire qualsiasi colpo e ben lo comprese persino il leggendario australiano Rod Laver, che il 7 novembre 1971 sui campi del Wembley Championship di Londra si vide superare in cinque deliziosi set dall’allora venticinquenne rumeno. Per la cronaca Rod Laver solo due anni prima aveva concluso vittoriosamente per la seconda volta nella vita il Grande Slam.

Nella carriera di Năstase alla fine i titoli saranno molti, se è vero che collezionerà qualcosa come 57 tornei di singolare e 51 di doppio e perderà 37 finali, oltre a trascinare la squadra rumena di Coppa Davis all’epilogo contro gli Stati Uniti nel 1972.

Non era mai successo prima di allora e non sarebbe più successo dopo.

La finale di Coppa Davis

L’uomo di punta della squadra americana era allora il californiano Stan Smith, già battuto da Nastase nella finale del Master del 1971 ma che a luglio di quell’anno sul Centre Court di Wimbledon si era preso una sonora rivincita, superandolo per 7-5 al quinto set dopo una partita che verrà ricordata in seguito come la più bella mai giocate nella storia del torneo inglese. L’occasione della finale di Coppa Davis dava ai due contendenti finalmente l’opportunità di regolare i loro conti in sospeso ed il pubblico rumeno pensò bene di preparare per l’occasione un’accoglienza particolare al forte giocatore americano. Lo stadio di Bucarest infatti si trasformò in un catino incandescente in cui tutto o quasi era lecito pur di condizionare a favore del beniamino locale l’esito dell’incontro, ma Smith non fece una piega e mantenendo una calma olimpica passò attraverso l’inferno e dopo un primo set vinto 11-9, regolò in soli tre set le velleità di uno spento Năstase.

Smith saluta Nastase dopo la finale vinta contro di lui a Wimbledon nel 1972

Smith saluta Năstase dopo la finale vinta contro di lui a Wimbledon nel 1972

 

Al termine dell’incontro a chi gli chiederà come avesse fatto a restare concentrato in mezzo a quella bolgia, risponderà candidamente “Ho pregato”. L’Acqua Santa aveva vinto il Diavolo, ma Ilie non ebbe mai parole o gesti irriguardosi verso di lui, anzi verso Godzilla, come lo chiamava vista la statura imponente, perché in fondo lo stimava pur essendone tanto diverso e perché meditava in cuor suo la giusta vendetta. Servita a freddo.

Parigi, 4 novembre 1973, finale degli Open indoor: Năstase batte Smith con il risultato finale di 4–6 6–1 3–6 6–0 6–2: l’onta era lavata.

Un altro giocatore che gli andava indigesto era Bjorn Borg, di cui col tempo poi diventerà pure amico ma che al suo apparire nel circuito internazionale proprio non riusciva a digerire. I due erano agli antipodi, estroverso e caciarone il rumeno, gelido e distaccato lo svedese. Nei loro primi incontri, Ilie riuscì ad averne spesso la meglio, confondendolo con il suo gioco imprevedibile e fantasioso, ma quando si ritrovarono di fronte il 3 luglio 1976 sul campo centrale dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club di Wimbledon non ci fu nulla da fare e nonostante il disperato tentativo posto in essere nel terzo set, uscì sconfitto per 6-4 6-2 9-7. Era l’inizio della dittatura dello svedese sul tennis mondiale e l’addio di Nastase ai vertici dello stesso.

Da quel momento in poi solo un lento inevitabile declino, fatto di vittorie meno prestigiose, poi via via meno frequenti, fino al ritiro. Una delle ultime finali giocate fu quella di Cleveland nell’agosto 1979, la perse per 7-6 7-5 contro l’amico nemico di sempre: ancora lui, Stan Smith, anche lui sul viale del tramonto.

Un tennis fantasioso

Che tennis giocasse Ilie Năstase è presto detto, imprevedibile; senza schemi preordinati, tattiche precise, strategie preparate, era il suo istinto a guidarlo, l’umore del momento a condizionarlo, tutto era possibile, nel bene e nel male, e quest’incertezza faceva delle sue partite uno spettacolo imperdibile.

La fantasia al potere si direbbe oggi che è tutto calcolato, oggi che un tipo del genere farebbe solo sorridere, oggi che sognare però non lo fa più nessuno.

Dopo l’addio al tennis Năstase è riuscito a farsi eleggere al Parlamento rumeno per poi tentare invano di diventare persino sindaco della sua città, capendo però molto presto, a sue spese, come l’arte della diplomazia non facesse per lui. Nel 1986, cambiata strada, diede alle stampe un romanzo giallo ambientato nel mondo del Tennis intitolato Tie Break, che ebbe anche un discreto successo, e da quel momento iniziò una serie di nuovi investimenti.

Ha così aperto e chiuso varie attività, lanciato linee di prodotti col suo nome e nel frattempo fatto soldi a palate, si è sposato e ha divorziato tre volte, ha avuto una infinità di donne ed oggi porta in giro per il mondo il suo passato con malcelato orgoglio. Tuttavia, pensando a Ilie Nastase non possiamo che ricordarcelo in modo diverso.

1981, torneo indoor di Bologna: lui non avrebbe dovuto neanche prendervi parte perché lo aspettavano in Israele, ma per uno strano scherzo del destino all’ultimo momento cambiò direzione al suo volo ed accettò di giocare nella città emiliana.

Fu una settimana di grande tennis in cui la sua arte deliziò il pubblico felsineo accorso in massa per vederlo, ma furono i suoi ultimi fuochi: il destino infatti, che gli aveva concesso un’inaspettata ribalta, lo consegnò all’appuntamento, sempre rimandato, con il tempo ed il progresso per mano del bimane Sandy Mayer, che gli impose l’ultima sconfitta in una finale, quella definitiva.

Il giorno del match-clou, che si giocava al mattino, Ilie si era presentato in pigiama e pantofole: non poteva che finire così.

Marco Tonelli
© Riproduzione Riservata

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