Angelo Jacopucci

Angelo Jacopucci

Angelo Jacopucci

 

La vittima del ring

Sul ring il calore di quella serata di luglio proveniva tutto dal pubblico assiepato intorno, Angelo lo sentiva alle spalle, come un secondo nemico, quelle urla che lo ingiuriavano, tanto per sottolineare che quella volta proprio aveva deluso. Era l’anticipo della sconfitta finale quella gente amareggiata che a gran voce lo condannava; insulti e bestemmie ad accusarlo per la scommessa ormai perduta. In realtà volevano essere parole d’incitamento, ma la rabbia confondeva l’intento, o forse era il dolore che loro stessi provavano nel vedere il campione inerme con la testa ciondolante sul petto e l’aria stordita. Incitavano alla violenza senza rendersi conto di quanto la brutalità che loro stessi reclamavano poteva rivelarsi fatale.
Alan Minter dagli occhi di ghiaccio continuava il suo gioco. In bocca avvertiva il sapore rugginoso del sangue, era del tutto ottenebrato dal presentimento della vittoria, incitato dalle grida che istigavano l’altro a reagire. Minter voleva solo vincere e l’unico modo per farlo era continuare a colpire.
Non notava Minter quella faccia da ragazzo, ancora pulita, liscia, senza cicatrici, mentre si faceva sempre più pallida; quegli occhi annebbiati che ormai non lo vedevano più, né erano in grado di riconoscerlo. Angelo Jacopucci si ritrovò alle corde, piegato in due da un dolore tremendo che andava irradiandosi in tutto il corpo, la testa ciondolante all’indietro. Neppure questo, per Minter, era un segno di resa. Non appena notò una leggera movenza da parte di Jacopucci non perse la nuova occasione per attaccare. Intanto Angelo cadeva in preda allo stordimento totale che annienta i sensi. Implacabile, una grandine di pugni ripetuti sul suo volto lo rigettava indietro ancora e ancora. Jacopucci non riusciva più a stabilizzarsi, incapace di identificare la sua stessa posizione: come se i piedi non toccassero più la terra, oppure la terra non ci fosse più. Perduto ogni appiglio fuorché la corda del ring che delimitava il suo campo d’azione, un elastico teso alle sue spalle pronto a rimbalzarlo in avanti come un sasso lanciato da una fionda, restava alla mercé dell’avversario coperto dal sudore e dai segni della sua stessa fatica.
Quella spinta in avanti Angelo non riusciva a sentirla, pure le grida avevano cessato di fargli effetto; il capo chino ormai perso nel vuoto, neppure colse l’espressione dura di Minter in procinto di assestargli il colpo finale. Gancio sinistro, incassato con la guardia abbassata, senza difesa. KO alla dodicesima, ultima ripresa.

L’arte della difesa

Angelo aveva mani da pianista, troppo sottili per fare a pugni, ma per colpire bastava essere veloci ed un paio di guantoni resistenti facevano il resto. Come difendersi l’aveva appreso in un’estate lontana mentre scorazzava per i quartieri della sua città natale, Tarquinia. Si sa, i giochi dei bambini appaiono innocenti solo da lontano: a sua volta il piccolo Jacopucci si ritrovò a fare i conti con il classico bulletto arrogante che aveva fatto di lui il bersaglio perfetto su cui sfogare le proprie prepotenze. Un giorno il padre se ne accorse, ma, anziché intervenire in favore del figlio, disse: «Embè? Che c’hai paura?» Doppiamente umiliato, Angelo nella vergogna ritrovò tutta la sua dignità, l’orgoglio necessario per rispondere alle spinte del bulletto senza incassare il colpo in silenzio. Diventato adolescente decise di non abbandonare l’arte della difesa ed iniziò a recarsi in palestra quotidianamente per praticare la boxe. Chiuso nel quadrato di un mondo spietato, crudo oltre ogni logica, dalle regole che non facevano sconti, lui non si adeguò mai completamente all’atmosfera del ring. Piuttosto vi danzava, come Muhammad Ali, tanto da guadagnarsi il soprannome di Clay dei poveri: volteggiava come una farfalla, ma non pungeva come un’ape. Vestiva di bianco e ascoltava Bob Dylan. Nulla poteva smentire la sua indole pacifista, neppure le continue pressioni degli altri, della gente che cercava di trasformarlo in un duro, in un attaccabrighe senza scrupoli. Angelo rispondeva con il suo sorriso da ragazzo un po’ scanzonato e con semplicità diceva: «Perché devo picchiare o essere picchiato se posso schivare?» Combatteva in una maniera congeniale al suo modo di essere: colpiva e scappava. Lo definivano un pavido, ma per merito del suo stile arrivò lontano: grazie a lui risuonò l’inno italiano in un campionato europeo di boxe.
Il suo approdo al professionismo era stato consacrato dalla conquista del titolo italiano dei pesi medi, il 16 agosto 1975, dopo una combattuta sfida di dodici riprese contro Luciano Sarti. L’anno seguente difese il titolo sfidando a Milano Roberto Benacquista e fu l’inizio dichiarato di una carriera in ascesa.
Per Angelo Jacopucci si erano spalancati gli orizzonti della fama. Presto si ritrovò a combattere in un mondo che gli tributava onori e di sola gloria si nutriva perché, malgrado l’indiscusso successo, la paga non sfiorò mai cifre da capogiro. Toccò l’apice del trionfo il 4 agosto 1976: divenne campione europeo dei pesi medi battendo l’inglese Bunny Sterling in 15 rounds. La sua vita si era incanalata verso lo splendore inatteso dei momenti gloriosi, nella direzione sospesa dei sogni ad occhi aperti che quando si realizzano colgono sempre di sorpresa. Il matrimonio con Giovanna e la nascita del figlio Andrea segnarono questo traguardo. Perché per Jacopucci a contare di più era sempre stato ciò che si trovava fuori dal quadrato del ring: quelle emozioni impalpabili e meravigliose che riempiono il cuore senza chiedere in cambio sangue e ferite.
La boxe, invece, da lui pretendeva massacri. L’aumentare della fama acuiva anche la pressione mediatica nei suoi confronti; lo criticavano, i giornalisti. Dicevano che non aveva coraggio, che doveva essere più aggressivo. E Angelo la notte non ci dormiva, al mattino si svegliava presto per leggere i commenti dei giornali su di lui. Inevitabilmente, leggendoli, soffriva: perché non riusciva a farsene una ragione, a lui non piaceva fare male. Provava rabbia di fronte a quelle pretese. Lui teneva alla sua persona, non voleva ferite di guerra per testimoniare cicatrice dopo cicatrice le sue vittorie.
Al mattino si guardava allo specchio, curava il suo viso. Fissava quel riflesso, risentito, quasi sperando di intravederci un’altra persona. Poi, sconfitto, cedeva alla sua debolezza di uomo e diceva a Giovanna «Perché non dovrei schivare i colpi? Perché mi dovrei far rompere il naso?»

Jacopucci con Giovanna

Jacopucci con Giovanna

 

La sfida contro Minter

Voleva abbandonare tutto dopo quell’ultimo match, ormai si era deciso. Grazie alla boxe aveva ottenuto molta fama, ma non era diventato ricco, e quell’ambiente lo stava facendo prigioniero soffocando il suo carattere gentile. L’occasione, naturalmente, era delle più rinomate: la disputa del titolo europeo.
Nell’altro angolo del ring lo attendeva Alan Minter, dagli occhi di ghiaccio. Minter, già campione europeo, vantava vittime illustri del calibro di Kevin Finnegan, Germano Valsecchi. I suoi colpi erano temibili, tutti conoscevano il suo un-due scandito con un’efficacia micidiale, ma d’altronde Jacopucci aveva esperienza e il pubblico si riconosceva tutto il diritto di credere nel proprio campione. In quella limpida sera d’estate a Bellaria, Bologna, l’Italia intera tifava fiduciosa per il pugile laziale.
Era il 19 luglio 1978 e Angelo Jacopucci, nella sua mente, non aveva ancora dato un senso chiaro alla parola fine da poco pronunciata.
L’epilogo del match si ebbe alla dodicesima ripresa che sancì la vittoria inconfutabile di Minter. Angelo raccolse quell’ultimo colpo con la dignità che l’aveva da sempre caratterizzato. In piedi, senza piegarsi, senza girare il volto né aggrapparsi al rivale. Nessuno gli avrebbe più potuto dire che era un vigliacco, un furbo capace solo di colpire e scappare. Scese dal ring barcollando e domandò ai giornalisti: «Stasera vi sono piaciuto, vero?»

L'incontro

L’incontro

 

Le regole del gioco

Giovanna lo aspettava in albergo tenendo fra le mani un regalo: Sara, l’ultimo disco di Antonello Venditti. Invece ricevette una telefonata. Angelo era stato colto da un malore, durante la cena, le chiedevano il consenso per operarlo. Stritolando la cornetta fra le mani, con la fronte aggrottata ed il cuore stravolto dai battiti ansiosi lei lo diede. Due giorni più tardi le venne posto un secondo quesito: «Suo marito è donatore di organi?» Di nuovo lei rispose sì.
L’edema cerebrale contratto nello scontro aveva avuto conseguenze letali. Angelo Jacopucci era morto con la testa alta, per dimostrare di avere fegato, di non tirarsi indietro. Lui, che era stato in grado di emergere nel pugilato con la non violenza, aveva dato la vita in nome del suo gioco pulito.
È sempre necessario un martire, la vittima immolata al sacrificio perché si verifichi il cambiamento, la svolta tanto attesa eppure mai verificatasi perché mancava sempre la miccia per far innescare il detonatore. A richiamare l’attenzione serve un fatto grave, serio, e nulla è più irrimediabile, tragicamente declamatorio della morte di un uomo. La morte di Angelo Jacopucci segnò la fine di un’epoca per il pugilato, vennero introdotte nuove regole nella speranza di poter salvare altre vite. Le riprese di un titolo europeo furono ridotte a dodici, dalle quindici originarie. Fu richiesta obbligatoriamente la TAC cranica di ciascun pugile nell’ambito delle visite mediche rituali ed un ospedale attrezzato con reparto neurologico ad un’ora dalla sede dell’incontro. Alla fine di ogni incontro i pugili ottennero il diritto di avere subito assistenza. Perché la perizia medico-legale accertò che Jacopucci poteva essere salvato. Si aprì un fascicolo giudiziario: l’allenatore Rocco Agostino, l’arbitro Raymond Baldeyrou e il medico Ezio Pimpinelli furono accusati di omicidio colposo.
La corte d’appello di Bologna scagionò il medico in quanto «il fatto non costituisce reato» e pure l’allenatore e l’arbitro affermando che «il fatto non sussiste.» Tre assoluzioni. Dunque nessun colpevole per la giustizia: la vittima, però, rimane.

Alice Figini
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Comments To This Entry
  1. Che bello questo articolo! Davvero complimenti ad Alice Figini. Io vidi quel match in TV e mi ricordo benissimo che Minter, sicuramente travolto dall’adrenalina e dalla vittoria imminente, non si fermò nemmeno quando fu chiaro che Jacopucci era ormai inerme. La giustizia ha fatto il suo corso e va rispettata. Ma a me è sempre rimasta la sensazione che quella sera non fu fatto tutto il necessario a salvare la vita di questa specie di Rino Gaetano del ring. Se ripenso a quella notte, ancora a distanza di tanti anni mi è rimasta una sensazione di infinita amarezza e di enorme perplessità. Jacopucci era un boxeur diverso da tutti, ma proprio per questo amatissimo da tanta gente. Il fatto che a distanza di così tanto tempo ancora in molti ce lo ricordiamo ne è una dimostrazione evidente.

    Marco Della Croce on giugno 29, 2014 Reply

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