Alan Turing

Alan Turing

Alan Turing

 

Maratona matematica

Fra i numeri e la corsa ci sono mille connessioni: si può calcolare la distanza, i chilometri, perfino contare i battiti accelerati del cuore e il ritmo ansante dei respiri che scandiscono il movimento. D’altronde i numeri si collegano a tutto, ciascun pensiero si potrebbe trasformare in equazione, perfino il più insignificante. Alan Turing, da matematico, lo sapeva bene, eppure non era questo il motivo per cui correva. Correva per non pensare. Per non soffrire. Ogni giorno la strada che portava da Cambridge ad Ely, una cinquantina di chilometri andata e ritorno: la attraversava sempre più in fretta, accorciando le distanze ancora e ancora, senza una meta precisa, spinto dal semplice piacere di assaporare la velocità. Passo dopo passo le sue impronte si imprimevano a terra per poi sbiadire, a poco a poco, cancellate dalla polvere. Sembrava di lasciarsi alle spalle qualcosa, di cambiare rotta, avanzare verso un nuovo approdo.

Nessuno lo riconosceva in tenuta da atleta. In ogni caso, anche se fossero riusciti a distinguere il suo profilo, non ci sarebbe stato nemmeno il tempo per un saluto: avanzava sparato come un missile. Gli altri attorno potevano soltanto indicarlo a bocca spalancata, mangiando la polvere sollevata dalla corsa. «Che tipo strano quel Turing», -di certo avrebbero detto così- «da quando si è dato alla maratona? Passa tutte le sue giornate chiuso in quel buco di stanza fra i suoi strani marchingegni». Non avrebbero mai connesso la sua mente geniale ad un perfetto corpo da atleta; la gente è fatta così, limitata a volte. Vede in bianco e nero: non puoi essere il genio matematico e l’atleta dell’anno, è inconcepibile. Non puoi. E se hai davvero talento e fegato per farcela, se ti trovi a rappresentare l’eccezione assoluta, dovrai pagarne le conseguenze.

La maratona di Turing

La maratona di Turing

 

Non hanno reso onore alla memoria di Alan Turing, è stata a lungo bistrattata e insudiciata di stereotipi, teatralizzata a sproposito per quella faccenda del suicidio. Non è la morte di una persona a spiegarne la vita: c’è ben altro da raccontare. Per questo è necessario dire che Alan Turing non fu solo un ottimo matematico, fra i padri fondatori dell’informatica, ma anche un atleta dalle grandi potenzialità. Un maratoneta da record che si ritrovò ad un passo dalle qualificazioni olimpiche, mancate per una causa subdola e vigliacca: un infortunio.

Un runner per caso

Turing cominciò a correre da ragazzo, a Sherbourne, quando il maltempo rendeva impraticabili i campi di calcio. Quelli non furono certo i suoi anni migliori: a scuola i professori lo consideravano un incapace, prese il diploma a stento. Agli studi obbligatori Alan preferiva la teoria della relatività di Einstein e dilettarsi in esperimenti chimici. Non nutriva alcun interesse per il latino e la lettura delle Sacre Scritture e in un istituto ad indirizzo classicista simili attitudini erano inammissibili. In ambito sportivo, però, Turing si riscattava: aveva praticato con profitto il ciclismo, il canottaggio, l’alpinismo, oltre alla corsa. «La corsa di fondo,» attesta la sua biografia «gli si confaceva perfettamente, essendo una forma di esercizio autosufficiente, non avendo bisogno di alcun equipaggiamento speciale e di alcuna connotazione sociale».

Alan seguiva alla lettera il principio mens sana in corpore sano: non permetteva al gioco intellettuale di far perdere vigore al suo corpo, il passo mentale doveva stare alla pari con quello fisico ed entrambi correvano con largo anticipo sui tempi. L’altro passatempo preferito di Turing era il gioco degli scacchi: insieme all’inseparabile amico David Champernowne mise a punto un nuovo programma di gioco chiamato “Turochamp”. Nel corso delle loro interminabili partite inventarono la regola “giro-della-casa”: il giocatore che muoveva faceva un giro di corsa della casa e, se al suo arrivo l’avversario non aveva ancora eseguito la propria mossa, egli aveva il diritto a muovere un’altra volta. Una combinazione insolita fra scacchi e maratona, che solo una mente insolita come quella di Turing avrebbe saputo escogitare.

Alan dimenticò gli insuccessi scolastici quando venne ammesso, nel 1931, al King’s College della Cambridge University, dove finalmente ebbe l’opportunità di dedicarsi alla meccanica quantistica, alla logica e a tutto quanto l’aveva sempre affascinato. Turing era interessato al rapporto fra mente e corpo: cercava un modo per incorporare la mente umana nella materia, dare un’intelligenza all’artificiale. In università si fece notare per i suoi comportamenti eccentrici: si presentava in aula nelle ore più assurde, vestito da maratoneta, e aveva la fastidiosa abitudine di interrompere le conversazioni accademiche non appena gli apparivano noiose.

Non dedicò molto tempo alla corsa in quegli anni, l’entusiasmo per le discipline studiate lo indusse a porre il profitto scolastico in primo piano. Si laureò nel 1934 con il massimo dei voti. Nella sede accademica era considerato un genio delle scienze matematiche e due anni dopo, nel 1936, gli venne conferito il premio Smith per la celebre invenzione “La macchina di Turing”. Fra calcoli matematici ed esperimenti scientifici Turing ritagliava comunque del tempo per allenarsi, in perfetta solitudine, secondo dei piani da lui stesso congegnati. Gli domandarono perché si ostinasse ad allenarsi così duramente, lui rispose: «Ho un lavoro stressante, l’unico modo per non pensarci e liberare la mente è lavorare duro anche in campo».

L’attività di crittografo

Alla vigilia della seconda guerra mondiale vennero per Turing gli anni di Bletchey, dimora da lui definita «terrificante» e «orrenda». In una villetta ad un’ottantina di chilometri da Londra il matematico si ritrovò a partecipare ad un’impresa degna delle spy story più intriganti. Il contributo di Turing divenne determinante per cambiare le sorti della guerra e sventare la minaccia nazista. Impegnato a decrittare i messaggi in codice inviati dai servizi segreti tedeschi, si trovò a risolvere un delicato problema che adottò il nome emblematico di Enigma: si trattava di una macchina da scrivere contenente miliardi e miliardi di combinazioni, utilizzata dai tedeschi per organizzare gli attacchi militari. All’apparenza un’impresa impossibile: ma non per lui. Turing costruì la prima Bomba, un marchingegno che già nel ’40 era in grado di leggere tutto il traffico segreto della Luftwaffe. A guerra conclusa gli fu conferito l’Ordine dell’Impero Britannico in gran segreto, come segreta era stata la sua missione. Terminati i tempi di Bletchey Park, Alan ritrovò attorno a sé scarso interesse e ancor meno collaborazione. Lavorava al National Physical Laboratory dove per qualche anno si dedicò al progetto della sua macchina universale, architettando il primo prototipo di computer l’Ace (Automatic Computer Engine). Fu in questo periodo che si accese in lui, più ardente di prima, la passione per la corsa. Necessitava di uno sfogo su cui dirottare la pressione delle pesanti ore lavorative e riprese ad allenarsi con maggiore energia. Qui venne notato da un gruppo di corridori appartenenti al Walton Athletic Club, una società che aveva sede nel Surrey. «Più che vederlo arrivare, lo sentivamo», ricordava JF Harding, segretario del Walton «faceva un rumore terribile, una specie di grugnito, quando correva. Così una sera gli chiedemmo per chi corresse e, quando sapemmo che non era tesserato, lo invitammo a unirsi a noi. Divenne il nostro miglior runner».

Turing in azione

Turing in azione

 

I compagni di squadra non avevano idea di chi fosse veramente il nuovo arrivato all’interno del gruppo, né sapevano dove lavorasse. La scoperta avvenne soltanto più tardi, quando Turing invitò gli amici a giocare una partita di calcio con i colleghi del National Physical Laboratory; anche in quell’occasione, tuttavia, nessuno poteva neppure sospettare quale grande uomo fosse lo strano matematico sgangherato che pagava da bere a tutti. Una sera Alan diede cinque sterline a Harding, una somma non da poco per l’epoca, commentando con un gesto evasivo: «Offri da bere ai ragazzi, dopo la gara». Non aggiunse neppure: da parte mia.

I successi nella corsa

Il nome di Alan Turing cominciò ad essere celebrato fra le pagine della rivista sportiva “Athletics Weekly” nell’agosto del 1946: un articolo riportò la sua vittoria in una gara sociale del Walton sulle tre miglia. Con un tempo impressionante per un atleta trentaquattrenne al debutto. Seguirono mesi di buoni piazzamenti fra cui un terzo posto a soli sei secondi dal vincitore, Alec Olney, di ben dieci anni più giovane. Nel frattempo, nessuno aveva ancora associato l’identità del Turing matematico a quella del Turing atleta finché, con una scoperta tardiva e strabiliante, l’Athletics Weekly lo rivelò con un titolo in grassetto nel numero di dicembre: «L’atleta del Walton è lo stesso dottor Turing che ha creato la macchina che pensa». Mentre la società si stupiva delle tante vite del dottor Turing, Alan allungava le distanze. In una gara di dieci miglia giunse secondo alle spalle di Peter Dainty, ufficiale della Raf e atleta di spessore internazionale.

Seguì il debutto ufficiale nella maratona il 12 luglio 1947, a Rugby: Turing si piazzò quarto. A vincere la gara fu il gallese Tommy Richards, argento olimpico un anno dopo. L’età del matematico poteva essere uno svantaggio sul piano fisico, ma Alan ammortizzava lo squilibrio con una determinazione senza pari. Ad agosto ottenne la quinta posizione nella maratona valida per la qualificazione nazionale, con un tempo da record 2:46:03. Il risultato permise al suo nome di circolare fra quelli classificati per l’Olimpiade di Londra, che sarebbe stata, dopo il conflitto mondiale, l’Olimpiade della rinascita. A fine anno nelle lista delle graduatorie il nome di Alan Turing si trovava al nono posto, era ufficialmente fra gli osservati speciali alla vigilia dell’evento. Le premesse sembravano ottime: Turing corse la 15 miglia di Wigmore con un traguardo che lo piazzò ad appena nove minuti dal vincitore. Quella, però, fu l’ultima gara.

Turing atleta

Turing atleta

 

Un infortunio alla gamba pose fine alla carriera sportiva del matematico e spense per sempre il sogno delle Olimpiadi. Non gli restò che continuare a praticare la corsa a livello amatoriale per il club di Walton, godendo di una magra consolazione: il vincitore olimpico, l’argentino Delfo Cabrera, conquistò il podio con un tempo di appena dieci minuti inferiore al suo.

La fama postuma

Chiusa la parentesi atletica, Turing continuò a dedicarsi alle sue ricerche, da poco dirottate in ambito biologico e neurologico. Ad attenderlo al varco un’accusa infamante, la stessa che aveva colpito molti anni prima Oscar Wilde. Il matematico sporse denuncia per un furto avvenuto in casa propria e, nel corso delle indagini, emerse il particolare, scabroso per l’Inghilterra dell’epoca, di una relazione fra Turing ed il ladro in questione. Le autorità britanniche agirono secondo la propria personale forma di giustizia, un’ottica che poneva immediatamente il furto in piano marginale. Turing venne arrestato e trascinato davanti al giudice per rispondere al reato di omosessualità. Lui non si difese: forse credeva che le persecuzioni dell’Inghilterra puritana fossero cessate, magari si illudeva che l’onestà fosse la miglior condotta. Si sbagliava. Disse al giudice di non essersi pentito delle sue azioni perché non ci trovava nulla di male. Lo dichiararono colpevole di gross indecency: gravi atti osceni. Fu l’inizio della fine: in alternativa alla prigione fu consigliato a Turing un trattamento ormonale che l’avrebbe reso impotente. Ignaro dei dolorosi e umilianti effetti che la sottoministrazione di estrogeni avrebbe comportato, il matematico accettò.

Seguì un anno di cure disumane: Turing, sorvegliato giorno e notte dalla polizia, assisteva impotente ai cambiamenti del suo corpo senza trovarvi rimedio. Fra le varie conseguenze, dovette sopportare anche la ginecomastia: la crescita dei seni. Lo Stato, quella stessa Inghilterra che lui in segreto aveva salvato dalla minaccia nazista, lo ripagava con una tortura. Lo trovarono l’8 giugno 1954 riverso nella sua stanza, senza vita. Accanto alla sua mano una mela, da cui era stato staccato un unico morso. La analizzarono: era intrisa di cianuro. «Alan non si sarebbe mai ucciso!» sostenne in sua difesa la madre. Ipotizzò che il figlio, con le dita sporche a causa di qualche esperimento chimico, avesse ingerito accidentalmente del veleno. Le autorità non le diedero ascolto, archiviarono in fretta il caso etichettandolo come suicidio dovuto ad uno squilibrio mentale. Perdurarono molte ombre su questa morte, mai chiarite.

La memoria di Turing fu riscattata solo a molti anni di distanza, quando il mondo venne a conoscenza del suo contributo cruciale nel combattere la Germania nazista. Il 10 dicembre 2009, con un ritardo imperdonabile, il primo ministro inglese Gordon Brown rivolse le scuse ufficiali per il trattamento impietoso riservato ad Alan Turing: «Per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio».

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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