Leopardi e il vincitore nel pallone

Giacomo Leopard e Carlo Didimi (©parcopoesia)

Giacomo Leopard e Carlo Didimi (©parcopoesia)

 

La dedica a Carlo Didimi

Fra gli oltre diecimila spettatori che affollavano lo Sferisterio di Macerata in un giorno di autunno del 1821, c’era un uomo tutt’altro che anonimo, che tuttavia si confondeva con facilità tra le orde di tifosi accorsi dai paesi circostanti per incitare i loro campioni. Un’ordinaria partita di palla col bracciale, attività sportiva molto in voga all’epoca, stava per trasformarsi in poesia.

Il Conte Giacomo Leopardi, strappato alle sue “sudate carte”, perfettamente calato nei panni di un uomo del suo tempo, in un giorno di festa si reca ad assistere all’evento sportivo del momento. Così, in un attimo qualunque, avvenne il confronto indicibile: da una parte Giacomo Leopardi, l’uomo riflessivo, dal multiforme ingegno, con un fisico fragile che lo tradiva non appena tentava di compiere uno sforzo fuori dall’ordinario; dall’altra Carlo Didimi, il campionissimo della palla col bracciale, forte e vigoroso, scoppiante di vita e di salute.

Erano coetanei all’epoca, eppure non avrebbero potuto essere più diversi per attitudini e temperamento. Fu l’incontro tra due personalità ardenti: in Carlo Didimi, Leopardi ritrovò il fascino degli eroi antichi che con le loro imprese tanto avevano infiammato la sua immaginazione e, allo stesso tempo, vide in lui, nella sua giovinezza ardente, anche tutto ciò che non poteva essere e non sarebbe mai stato. Inoltre, a Carlo spettava già in vita la gloria che Giacomo avrebbe conosciuto solo dopo la morte e che gli fu negata finché fu vivo.

In quell’occasione le vite di Carlo Didimi e di Giacomo Leopardi si erano appena sfiorate, ma tanto bastò per farne letteratura.
Una volta tornato nelle solitarie stanze di Recanati, Leopardi mantenne viva nella memoria l’impressione delle gesta di Didimi e portò la mano alla penna, come una necessità. L’inchiostro scorreva sul foglio tratteggiando un ritratto che viene a distaccarsi dalle contingenze del tempo per dialogare con l’umanità intera: «Di gloria il viso e la gioconda voce, Garzon bennato, apprendi».

Impara a conoscere, o giovane dal cuore nobile, l’espressione entusiasta del volto e la voce festosa di coloro che ti acclamano. Leopardi si rivolge a Carlo Didimi in prima persona, lo invoca: a lui spetta l’appellativo di “garzon bennato”. È un giovane nato sotto una buona stella, baciato dalla fortuna.

Manifesto di una partita dell'epoca

Manifesto di una partita dell’epoca

 

Così lo rende protagonista di una delle sue Canzoni e dialoga con lui, immaginando di dirgli tutto ciò che in realtà non gli avrebbe mai detto.
Ne nasce una dedica che è anche un’esortazione.

Oltre la poesia

Nella lirica, composta nel novembre del 1821, si può individuare uno dei primi collegamenti tra letteratura e pratica sportiva. L’immagine evocata da Leopardi, dopo il riferimento iniziale alla realtà presente, ripropone agli occhi del lettore il ricordo di gesta antiche, come il fragore delle armi – il «greco acciaro» – che si schiantano a colpi mortali nel corso della battaglia di Maratona. Una comune partita di palla al bracciale si trasfigura, attraverso la parola scritta, in un’impresa epica che ha fatto la storia.

Nella poesia non appare neppure un accenno a Didimi in persona, né tantomeno all’attività sportiva da lui praticata. Leopardi si serve della metafora sportiva per spronare gli uomini del suo tempo a nobili azioni e, infine, smuoverli dall’ozio in cui sono sprofondati. Ѐ un tentativo di recuperare i valori di una civiltà che sembra aver smarrito ogni ideale e attraversa un periodo di decadenza che l’avvicina inesorabilmente alla rovina.

Mediante una partita di palla al bracciale si apre l’arduo confronto tra due epoche, unite dal valore di un uomo, Carlo Didimi, che con la sua virtù rappresenta l’unico punto di contatto tra tempi altrimenti divisi da una distanza siderale. Grazie a Carlo rivivono le gesta degli antichi eroi che avevano udito il barbarico grido della battaglia di Maratona. Emerge nel corso della lirica un tema caro a Leopardi: la superiorità degli antichi rispetto ai moderni. Ai popoli antichi viene riconosciuta non solo una maggiore sanitas corporea, ma anche una decisiva superiorità morale. In questa veste, la figura dell’atleta appare come un “doppio” dell’eroe militare, che mediante l’eroismo delle sue azioni sprona gli uomini alla competizione, all’audacia, alle più alte imprese. Sottointesa tra le righe si ripropone l’esaltazione dell’attività fisica, del movimento, che Leopardi elogiava come principale arma in grado di sconfiggere la sua acerrima nemica di sempre: la noia. In diverse pagine dello Zibaldone, l’officina d’appunti leopardiana, si trovano annotazioni circa gli effetti benefici del movimento e dell’azione.
In particolare, in un appunto datato 8 dicembre 1820, si legge ciò che potrebbe essere definito un vero e proprio elogio all’attività sportiva. Leopardi scriveva: «Il vigore e il ben essere del corpo conferisce alla serenità dell’animo, e la serenità dell’animo al vigore e al ben essere del corpo. Come per lo contrario la debolezza o mal essere del corpo e la tristezza dell’animo».

Un partita di palla a bracciale

Un partita di palla al bracciale

 

Un anno dopo, nella lirica, lo sport si configura come un momento di rigenerazione civile. Il che dovrebbe suscitare una riflessione anche nei riguardi del nostro presente, in cui ormai l’attività sportiva sembra essersi spogliata del suo reale valore, riducendosi spesso a puro esibizionismo, a esaltazione dell’individualismo del singolo campione e a giri di denaro e scommesse.
Non appaiono effettivi riferimenti al reale Carlo Didimi nella poesia, tuttavia è la sua persona a tenere le fila del discorso fin dal principio. Il nome del «garzone», definito dapprima “bennato” e in seguito “buono”, conferisce alla lirica una particolare struttura ad anello. Le due parallele invocazioni a Didimi riuniscono incipit e conclusione. Nel finale, di nuovo, Leopardi si appella al suo eroe:

«Alla patria infelice, o buon garzone,
Sopravviver ti doglia».

Carlo Didimi non è altro che il frutto tardivo di un’epoca luminosa che nell’incedere del tempo si è smarrita, riducendosi in cenere. Ѐ lui, il protagonista della Canzone, il dono offerto a una realtà presente inaridita perché possa commemorare l’esempio dell’antica virtù. Leopardi sprona il suo eroe a vivere in modo virtuoso ed eroico fino al momento in cui sarà costretto a deporre le armi, giunto alla fine della sua battaglia.
La poesia volge al termine con un’invocazione all’intera umanità, in cui molti hanno ravvisato una condanna inappellabile all’infelicità, ma che in realtà nasconde un significato più profondo.

«Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
Beata allor che ne’ perigli avvolta,
Se stessa obblia».

Leopardi ricorda ai suoi lettori, a tutti noi, che solo nei momenti di pericolo, quando più si percepisce il rischio, la vita diventa viva; vera vita. Si tratta di un invito a vivere senza risparmiarsi, con l’audacia degli antichi eroi, annullando i falsi timori; perché, dopotutto, solo in virtù della morte il nostro tempo è vivo, quindi tanto vale esistere appieno, agire, scansando le lusinghe degli ozi e lo spettro della noia.
A un vincitore nel pallone” è una lirica innovativa e profondamente attuale, che sembra rivolgersi continuamente a un eterno presente.

Un ritratto di Carlo Didimi

Un ritratto di Carlo Didimi

 

La dedica a Carlo Didimi mostra tutta la lungimiranza di Leopardi, che aveva compreso il forte valore comunicativo insito nell’attività sportiva. Non a caso ritenne opportuno appellarsi a un eroe popolare, osannato dalle masse e dai giovani, per perpetuare il valore civile contenuto nel suo messaggio.
Ma chi era veramente il “vincitore nel pallone” ? E, soprattutto, può definirsi degno di un’eredità tanto illustre?

L’eredità di Didimi

A Treia, Carlo Didimi non è stato dimenticato: ogni prima domenica di agosto la sua cittadina natale gli tributa l’omaggio della “Disfida del bracciale” e indice un premio in suo onore. La palla al bracciale rappresentò l’antecedente del calcio, importato nel nostro paese solo negli anni venti da dei marinai inglesi, e Carlo Didimi ne fu il più illustre esponente, nel ruolo di battitore. Un vero e proprio sportivo ante litteram, osannato a suo tempo da orde di tifosi: nel 1823, Didimi stabilì un record storico del “lancio della palla” nello Sferisterio di Forlì che consacrò la sua fama ai posteri. Grazie a lui il gioco della palla al bracciale divenne un’attività celebre anche oltre i confini del maceratese, scatenando una vera e propria febbre sportiva. Le imprese di Didimi divennero leggendarie, batté tutti i principali campioni del suo tempo, fra cui si possono ricordare Massimo Domenico da Sacile, Pacini Angelo, Donati Luigi, ed Ercole Sansone. Si narra avesse sconfitto questi ultimi addirittura «tenendoli ambedue avversari contro se solo».

Ma le imprese di Carlo Didimi non si limitarono a queste gesta mitiche che quasi sfiorano il sovrumano. Rampollo di buona famiglia e giovane di bell’aspetto, Didimi non riposava certo sugli allori. In realtà il “garzon bennato” rispose, nel profondo del suo animo, ai consigli del poeta sconosciuto.

L’appello accorato di Leopardi, quelle parole mai dette ad alta voce furono come un sottofondo che guidò tutta la sua esistenza. Carlo non tradì l’ideale di virtù auspicato da Giacomo Leopardi; infatti fonti autorevoli testimoniano che dedicò gran parte della sua vita all’impegno politico. Spiravano a quell’epoca i venti degli ideali di liberazione nazionale e Didimi fu un degno personaggio del suo tempo. Aderì alle attività risorgimentali clandestine, divenne esponente della carboneria. Sfruttò la sua posizione di sportivo per organizzare attività di cospirazione illecite e riunire a sé i patrioti. Fu tra i pochi giovani di Treia che ebbero il coraggio di marciare alla volta di Roma. Si arruolò volontario per la guerra, assieme al fratello, quasi rispondendo alla visione di Leopardi che in lui scorse uno degli epici eroi di Maratona. Comunicati dell’epoca lo definirono: «fanatico fautore e partigiano dei liberali».

Una partita di palla al bracciale

Una partita di palla al bracciale

 

Rischiò l’arresto, in seguito al fallimento dei moti rivoluzionari del 1831, ma fu riabilitato alla carriera politica da Papa Pio IX e si dedicò all’attività di amministratore comunale fino alla fine dei suoi giorni . Si spense a Treia, alla veneranda età di 79 anni, il 4 giugno del 1877. Il suo mito di eroe sportivo e civile gli sopravvive tuttora.

Una vita piena di poesia, degna risposta a quell’invocazione, fatta in un autunno lontano, da parte di un uomo che aveva saputo scorgere in lui il campione per eccellenza. Giacomo Leopardi ha tramandato ai posteri forse il ritratto sportivo più riuscito della letteratura: quello di un’anima ardente avvolta da fiamma viva.

Alice Figini
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Comments To This Entry
  1. Tra le numerosi fonti ed edizioni che caratterizzano la poesia leopardiana, l’autrice consiglia l’edizione dei Canti di Giacomo Leopardi a cura di Andrea Campana (Carocci editore, 2014).

    admin on novembre 5, 2016 Reply

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