Félix Sánchez

Piange la nonna

Dopo l’ennesimo oro, Félix piange di gioia davanti alla foto della nonna

 

L’oro piovuto dal cielo

Londra, Olympic Stadium, 6 agosto 2012. La Regina dei Giochi ha appena indossato la sua corona ed è stata accolta con tutti gli onori da una delle sue immagini più affascinanti: la finale dei 400 ostacoli maschili. Il pubblico si scalda, l’atmosfera è magica: il sole allontana le nuvole dai Cinque Cerchi e incornicia un momento speciale. Félix Sánchez sta per scendere in pista nell’ultima Olimpiade della sua favolosa carriera: il dominicano d’America ha dimenticato gli infortuni del 2005 e i dubbi dell’età che avanza.

Il tatuaggio di Superman brilla radioso sulla sua spalla e ricorda ai suoi avversari che la regalità non sfiorisce mai. Tutto è pronto; quando lo sparo lacera l’aria, l’Invincibile piomba sulla pista e fa ruotare le sue scarpe a una velocità impressionante. Il tempo galleggia nella sua leggenda, il cronometro si ferma sul 47’’63. Super-Félix is back! I suoi voli oltre le barriere hanno riportato indietro le lancette della storia. Da Atene a Londra, dal 2004 al 2012: otto anni e non sentirli. Stesso tempo, stesso metallo, stesso gradino del podio: quello più alto.

Lo stadio scandisce il ritmo della sua gloria: tutti gli occhi sono su di lui. All’improvviso, il Dittatore della pista cerca qualcosa sotto il pettorale di gara; le telecamere che lo circondano inquadrano un pezzetto di carta, una piccola foto che ritrae due persone: il giovane Félix Sánchez e Lilian Peña, sua nonna. La appoggia sul terreno e si china: vuole abbracciare la persona che lo ha cresciuto e che lo ha aiutato a diventare il più forte ostacolista di tutti i tempi. Il pubblico si ferma: il carisma di Sánchez catalizza gli sguardi, la sua fama colpisce con la stessa intensità delle sue scarpe, la sua immagine fiera domina i ricordi degli appassionati di tutto il mondo. È uno degli atleti più famosi di tutti i tempi, ma riesce ancora a stupire il mondo: nessuno lo ha mai visto così umano, nessuno è mai riuscito a percepire fino in fondo il calore che animava la sua tremenda freddezza agonistica.

La giovinezza in California

Pochi ricordano che, dietro l’immagine forte di Super-Félix, si nasconde un ragazzo che è cresciuto nella Mecca dell’atletica mondiale, ma non ha mai voluto rinnegare le sue radici dominicane e si è sempre proposto al mondo come un latino. Quasi nessuno sa che, prima che la California degli anni Novanta si accorgesse del suo talento, il giovanissimo Sánchez sognava di correre sul bordo del diamante per emulare le gesta di Sammy Sosa o sperava di far impazzire di gioia le tribune di uno stadio con i suoi gol fantasiosi. Il baseball e il calcio scorrevano nel suo sangue, ma i suoi piedi erano fatti per correre veloci, non per accarezzare il pallone del soccer.

Quando sentì il desiderio di avvicinarsi alla cultura dei suoi amici americani, Félix provò ad accostarsi al bizzarro carrozzone del wrestling, ma gli dei dello sport gli mandarono il primo segnale del suo destino: il suo istruttore voleva mostrare un nuovo stile di presa e lo scelse per un combattimento di prova. Lo catturò, lo ribaltò e gli frantumò un polso: fine dell’esperienza sul ring e pausa forzata dal diamante. Nei mesi più difficili della sua giovane vita, la sua isola – la patria che non aveva mai potuto toccare – gli risuonava dentro e riempiva i suoi progetti con il calore riflesso di una famiglia lontana.

Anche se la mamma non lo aveva mai abbandonato, solo nonna Lilian era riuscita a capirlo fino in fondo; questa donna forte e dolcissima era sempre rimasta al suo fianco e lo aveva aiutato a crescere da americano senza perdere quelle radici etniche che lo differenziavano dagli altri ragazzi del quartiere. Un giorno, Félix pensò che avrebbe potuto trasferire la sua naturale velocità sulle piste dell’atletica leggera: si procurò un paio di scarpe chiodate, si presentò a un provino per i 100 metri e… finì ultimo! Lo aveva battuto anche una ragazza. Quando tornò a casa, fece capire alla nonna che l’atletica sarebbe diventata il suo sport: il suo orgoglio gli imponeva di vendicare quell’onta e di trovare una specialità adatta alla sua agilità latina.

Sul tartan della California, Félix Sánchez conobbe i 400 ostacoli e se ne innamorò: quel giro della morte con barriere gli faceva esplodere i muscoli e gli riempiva il cuore. Quando la signora Lilian lo vide muoversi come un’antilope lungo la corsia, capì che quel suo fragile nipote aveva trovato la sua strada. Un anno dopo il suo “esordio” Félix era già pronto per la ribalta nazionale: sognava le Olimpiadi, ma voleva difendere i colori della Repubblica Dominicana, la sua Itaca. Le lusinghe a stelle e strisce non lo motivavano; era nato per essere un underdog ed era convinto che la sua missione terrena non sarebbe stata compiuta se la sua vera patria non avesse avuto una rappresentanza nell’atletica mondiale.

Félix con la bandiera domenicana

Félix con la bandiera dominicana

 

Prima dei Giochi di Sydney, Félix Sánchez si mise in contatto con Manny Mota e fece nascere la federazione dominicana: la sua epifania era ormai pronta ad accadere e prese forma il 4 luglio 2001 nello stadio di Losanna. In quella serata, il nipote di Lilian tagliò per primo il traguardo dei 400 ostacoli e salì sul gradino più alto del podio: la prospettiva sopraelevata gli piacque abbastanza, poiché la scelse per quarantatré volte consecutive! Due titoli mondiali, un oro olimpico e un posto nella leggenda; soltanto gli infortuni rallentarono la sua corsa imbattibile e gli tolsero il mantello di Super-Félix.

Da Pechino a Londra

Le Olimpiadi di Pechino sembrarono segnare il suo declino: il trentunenne Sánchez non stava bene, ma si presentò per onorare l’impegno. La nonna lo aveva educato così e, prima di imboccare l’ultimo viale della sua vita, gli aveva chiesto di andare comunque in Cina; mentre lo stanco Super-Félix stava per correre verso l’eliminazione, Lilian chiuse gli occhi per sempre. Quando il nipote vide il suo corpo, le promise che le avrebbe portato un’altra medaglia. Nei quattro anni successivi non pensò ad altro: voleva fermare il tempo per arrivare a Londra più giovane e più forte, ma non si arrese al verdetto dell’anagrafe. Si presentò ai Giochi con i fari spenti e si accese sul più bello, quando il pubblico dello stadio olimpico aveva fame di gloria e sete di imprese.

sanchez commozione

La commozione di Félix al momento della premiazione

 

Quando la premiazione dei 400 ostacoli sta per iniziare, accade l’impensabile: l’uomo di ghiaccio si scioglie. Super-Félix guarda le sue scarpette, legge la dedica alla nonna, prende la foto e scoppia a piangere. Quando sale sul podio, il cielo gli bagna le guance con una pioggia dolcissima. Sánchez guarda in alto e vede un sorriso. All’improvviso sente la carezza della nonna sul viso: le gocce accompagnano l’inno dominicano, poi si fermano di colpo. Sanno di commozione, di magia, d’amore.

Daniel Degli Esposti
© Riproduzione Riservata

 

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