Pierfrancesco Pavoni

Pierfrancesco Pavoni

Pierfrancesco Pavoni

 

«Ai vostri posti!»

Mi chiamo Stefania Mattana, lavoro a Londra, sono appassionata di tutti gli sport e quando non sono in pista a correre scrivo.

Quando sento “Ai vostri posti” mi basta ricordare l’austerità con cui lo starter pronunciava quelle parole davanti ai blocchi di partenza per risvegliare in me una serie di sensazioni che sento vive come non mai, come l’ultima volta che ho guardato la curva dei 200 metri davanti a me, prima di partire. Mi sono sempre chiesta, per anni, cosa passasse nella testa dei grandi campioni, quelli che escono dai blocchi come molle, quelli che percorrono il rettilineo dei 100 metri in un respiro, e corrono per un oro mondiale o europeo.

La mia curiosità è stata soddisfatta, finalmente, dopo aver trovato quasi per caso su Facebook il documento che segue.

Si tratta del racconto della finale dei 100 metri degli Europei di Atene 1982. Il punto di vista è quello specialissimo di Pierfrancesco Pavoni, uno dei più grandi velocisti della storia italiana, che ci racconta i 10 secondi e 22 decimi più lunghi (o brevi) della sua carriera.

Credo che quello che segue sia una bellissima testimonianza di cosa è lo sport, quello con la “S” maiuscola. E soprattutto, spiega cosa significa essere non solo un atleta, ma un vero campione: testa, gambe, cuore, anima, dolori e gioie in un mix perfetto.

Mi sono personalmente emozionata a leggere tutto questo, spero che possa emozionare anche voi.

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Atene fine estate 1982

… E presi il mio respiro, lo rallentai insieme a ciò che mi stava accanto… ai suoni… agli spettatori… ai miei avversari.

Mentre gli occhi fissavano senza guardare ove le corsie convergenti finivano la propria corsa, un film scorreva costantemente nella mia mente.

Un film fatto di immagini, di movimenti, di odori, di sensazioni e di rumori che sincroni ripercorrevo per creare il programma neuromotorio da innescare dopo lo sparo.

A 40 km orari, raggiunti dal tuo corpo usando i tuoi arti, non puoi e non devi pensare solo sentire, percepire e sopratutto svolgere un film già visto, ascoltato, respirato.

Mentre balzellavo sul posto per mantenere uno stato di allerta volontaria lo starter ci richiamò ai “nostri posti”…

A passi decisi e morbidi mi recai sul blocco, leggermente avanti, chinandomi e posando le mani a terra per far scorrere le gambe oblique indietro. Posai prima la sinistra sul blocco anteriore e poi la destra su quello posteriore e facendo una leggera pressione su entrambi, mentre con le mani indietreggiavo anche il busto, mi caricai come una molla sul blocco.

All’unisono tutti i miei pensieri fecero lo stesso. Tutti i miei dolori e le mie irrisolte sofferenze si compressero nella mia anima… in quella parte dell’anima dove bruciano i nostri dolori ed amori.

Come polvere da sparo le immagini di mio padre, di mia madre, del professore, di me stesso, ciascuna per il suo significato, si compressero nel petto.

Dondolando le spalle come in una danza leggera, con gli occhi puntati verso il tartan, buttai fuori lentamente l’ultimo respiro di aria calda mentre, in attesa del “pronti”, concentrai tutta l’ attenzione a scatenare tutti i miei pensieri solo dopo il colpo di pistola.

Il silenzio assoluto ci circondò e fu interrotto di lì a poco dallo starter. “Pronti”… Lentamente salii e tutti i tendini e muscoli si allungarono in avanti e dopo che il bacino raggiunse il suo apice e le spalle in avanti erano nel perfetto equilibrio ,attesi immobile lo sparo…

Al millesimo 169, ovvero 4 centesimi più tardi di Frank (Emmelmann, ndr) in prima corsia, scivolai via dal blocco, già ultimo.

Guardai sempre a terra mentre con una sicura leggerezza i miei artigli spingevano il corpo in accelerazione mentre la mia mente ordinava di non esprimere tutta la forza e la mia anima tutta la rabbia.

Alle mie ali Cameron e Marian (Sharp and Woronin, ndr) mi superarono subito ed a 30 metri vedevo già le loro schiene.

Il film visto, sentito, odorato e respirato maniacalmente sino a pochi istanti prima era stato innescato e, mentre tutti si dimenavano convulsamente per arrivare al traguardo, la percezione del corretto movimento ciclico innescato era lì forte e decisa.

I miei occhi vedevano sì le schiene dei miei forti avversari ma la mia anima non se ne curava poiché il rimbalzo a terra ed il ritorno dei talloni sotto i glutei, in un vortice di spinte e recuperi perfettamente coordinati, nutriti da quanto bruciava nell’anima, stavano già dando i propri frutti.

Le schiene non si allontanavano più. Si erano fermate e, a meno di 6 secondi dalla fine, il recupero era già in atto.

Meravigliato e conscio dell’efficienza motoria e della velocità che stavo raggiungendo, senza panico, abbassai leggermente la testa e le spalle impercettibilmente come a sporgermi verso avanti ed infilarmi nel buco tra gli avversari di fronte a me.

Come una fiera mi avventai sui di loro sicuro di averli in pugno con una dinamica di corsa impressionante: le spinte a terra erano quelle di un toro espresse con la leggerezza di una farfalla.

A meno di un secondo dalla fine li avevo raggiunti ed in cinque decimi avevo superati entrambi, di quasi mezza lunghezza, piombando come un felino sul traguardo con una inclinazione verso avanti mai più vissuta nella mia carriera.

L’ultimo quadrato, distante dalla linea del traguardo un metro, mi diede la certezza di aver vinto la sfida con i due fuggitivi e, non avendo nessuno alla mia sinistra se non Frank in blu e molto distante anche se sulla mia stessa linea, non potei evitare di alzare le braccia ripetendo inconsciamente la stessa identica immagine di Pietro a Mosca 2 anni prima.

Dal silenzio assoluto di una realtà dilatata, mi risvegliai durante la fase di rallentamento anche per il rumore assordante della folla che gridava mentre uno sciame di fotografi ci rincorreva per immortalare il momento.

Girai gradualmente a sinistra e saltellando tornai dietro verso Frank pensando di aver vinto la sfida con i miei vicini di corsia ma non con lui, probabilmente.

In segno di saluto alzò le mani verso l’alto incontrando le mie, guardandomi con un sorriso sorpreso e con i suoi tristi occhi blu forse per una libertà ancora lontana o magari vissuta solo in quell’attimo di vita insieme a me sul filo di lama pochi istanti prima.

La vittoria andò a lui, ma ero felice comunque per aver quasi vinto, da juniores, la finale Europea dei 100 metri di Atene nel 1982. A 19 anni con un peso di 70 kg circa e con un vento contrario di circa un metro al secondo avevo corso in 10 netti con una partenza volontariamente lenta ed un recupero indimenticabile. Un altro metro e probabilmente avrei potuto anche vincere.

Fu comunque una vittoria perché la cosa che più mi rimase dentro, e tutt’oggi mi accompagna, è la sensazione di gioia profonda che ho vissuto solo dopo aver raggiunto un traguardo lottato con tutte le forze, le lacrime e le silenziose disperazioni che fisicamente e mentalmente ho incanalato nell’allenamento e nella gara come unici possibili tentativi di soluzione-superamento.

Ero il ragazzo più veloce del continente europeo, probabilmente del mondo in quel periodo, e il mio premio, appena scoperto in una notte sul mare nero del Pireo illuminato da una luna argentata e dal sorriso immenso di mia madre, era un momento di piena pace dai miei tormenti.

a cura di
Stefania Mattana

© Riproduzione Riservata

 

Stefania Mattana è un’autrice di saggistica e letteratura. Le sue due più grandi passioni sono lo sport e la lettura. Velocista dal 1996, al momento vive a Londra dove sta cercando una partner cieca da guidare in pista. Blogger per Huffington Post UK, ha anche un suo blog personale, Daily Pinner, dove parla di sport, scrittura, libri e di tutto ciò che merita essere raccontato. Tra le varie collaborazioni sportive spiccano quelle con Rugby1823 e Onrugby.it, di cui è anche community manager e corrispondente da Londra.

 

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