Jimmy Vignati

Jimmy Vignati sul Ventoux (© archivio personale Vignati)

Jimmy Vignati sul Ventoux (© archivio personale Vignati)

 

La faticosa magia della randonnée

«La passione della bicicletta nasce per me come valvola di sfogo. La famiglia di cui prendersi cura, il lavoro da far andare avanti,… ognuno con la sua attività è sempre carico di problemi. Nella mia zona poi, che è il triangolo industriale – che io chiamo “il triangolo dei matti” – trasformiamo tutto in frenesia. Anche il divertimento. Io nel pedalare ho trovato lo sfogo. Il relax. Posso dimenticare l’orologio».

Parla con il sorriso, Gianmarco Vignati, per tutti Jimmy, un soprannome anglicizzante che si porta dietro da quando da bambino giocava nel suo cortile brianzolo, di professione elettricista. Appartiene alla specie dell’Homo Pedalus, quella specie umana che ha tra gli elementi caratteristici una buona dose di follia, l’immagine della chimera nella testa, un’alta percentuale di eroismo, l’insita spinta dell’erranza ciclopedica, la priorità del pedale, la capacità di annullare l’orologio e ritrovare il tempo».

Jimmy è un randonneur. Macina km sulla sella di una bicicletta: pendenze, asfalti, prati, carrozzabili, sentieri, piane, saliscendi… Nel 2014 ha completato la Transcontinental Race, dal ponte di Westmister al Bosforo, 3482 km percorsi in 12 giorni.

Jimmy Vignati alla Transcontinental Race (© Transcontinental)

Jimmy Vignati alla Transcontinental Race (© Transcontinental)

 

Ma cosa spinge l’individuo ad abbandonare il conforto dei veicoli motorizzati e l’affetto dei propri cari per abbracciare l’asprezza e la scomodità della bicicletta, inevitabilmente in solitudine?

«Con la bicicletta ho cominciato tardi, a 40 anni. La usavo saltuariamente, per scommessa avevo preso una mountain bike. Quando nel 2004 è venuta a mancare mia mamma c’è stato un flash: forse cercavo di coprire i pensieri con il movimento del pedale, e ho cominciato ad utilizzarla sempre più spesso. Come si dice, “l’appetito vien mangiando”».

Da lì, racconta l’elettricista Vignati, un’escalation.

«Gli amici dicono che alzo continuamente l’asticella. È vero, sono sempre alla ricerca di stimoli. Quest’anno avrei voluto toccare il traguardo delle 200 randonnées ma non ci son riuscito: l’incidente in Turchia mi ha debilitato. Ne corro continuamente».

Ci spieghi cosa sono le randonnées?

«La randonnée è un viaggio che un ciclista deve fare con qualche regola: mantenere una velocità prestabilita (da un minimo a un massimo), rispettare il percorso, registrarsi ai punti di controllo. Tra le più celebri c’è la Parigi-Brest-Parigi, che si corre ogni 4 anni e a cui si accede per selezione; la Mille du Sud, che è quella con il percorso tra i più affascinanti e allo stesso tempo i più duri: 1000 km, 16.500 m di dislivello, 27 colli dei quali 14 oltre i 1000 m, il tutto con un tempo limite di 75 ore; la Flecha Velocior invece ha la peculiarità di essere rivolta a squadre: il punto di arrivo è stabilito da regolamento a Sauname de Vaucluse in Provenza mentre la partenza la deve decidere l’equipaggio. C’è un percorso minimo di 360 km e da percorrere in 24 ore».

A differenza del ciclista, Jimmy non cerca di alleggerire il carico e andare più veloce ma assapora itinerario, che è sempre vario. A giudicare da ciò che racconta, viaggiare da soli non significa essere soli: le lunghe ore sui pedali rendono la mente fertile. I ricordi vengono a galla, si fissano. Talvolta, si creano illusioni e miraggi, soprattutto quando non si dorme abbastanza. E paradossalmente queste ore aiutano a trovare e consolidare le amicizie.

«Nelle randonnées ho trovato le Amicizie con la A maiuscola. Quelli che dalla sella sanno capirti senza bisogno di parlare. Max, Mario, Milko, Michele, Piero.. Proviamo anche a viaggiare assieme, ma inevitabilmente ognuno deve seguire il proprio ritmo».

Sono altri appartenenti alla specie dell’Homo Pedalus, quei ciclisti «con cui ci si incoraggia a vicenda e ci si da’ appuntamento per la sera (si sa, i ciclisti sono animali solidali)».

Oltre alle amicizie di sella, ci sono anche gli intensi incontri con gli abitanti dei paesi attraversati, incuriositi dalla figura dell’uomo che appare e scompare dalla curva sul velocipede, e che chissà per quanta distanza è stato spinto con la sola forza dei polpacci.

«La Transcontinental Race è una cosa diversa dalle solite randonnées. C’è un tempo, è più gara. Tre i punti da attraversare obbligatoriamente: un café di Parigi, lo Stelvio e una montagna in Montenegro. La voglia di concorrere è nata come una goliardia tra amici, un po’ “randagi” come me, conosciuti in randonnée».

Quali sono i tuoi ricordi più forti?
«Sono tanti. Tante immagini: L’ombra del Big Ben, la pioggia della campagna francese, il boulanger ciclista che mi regala il pane, la foratura sullo Stelvio, i bambini che salutano festosi in Albania, l’isolamento telefonico al confine con la Macedonia, la sensazione di lasciarsi guidare alla vecchia maniera dal road book perché il computer non funziona, i numeri dei 3000 i km percorsi che in Grecia mi cominciano a frullare nella testa, la doccia calda dopo una pioggia battente, i cani randagi, l’abbraccio con il ciclista sconosciuto all’arrivo e la telefonata dal traguardo a casa».

Foto di rito sotto la pioggia con il campanile di Resia (© archivio personale Vignati)

Foto di rito sotto la pioggia con il campanile di Resia (© archivio personale Vignati)

 

Nessuna immagine della partenza?
«Partire da Westminster già a livello emotivo è stato bellissimo, impattante. Già alla partenza avevo diecimila immagini nella testa: pensavo a come ci ero arrivato, agli amici, a chi a casa mi avrebbe seguito, agli affetti, alle persone care… ho portato tutto nel viaggio».

Saresti pronto a rifarlo?
«Sì ma a Istanbul non voglio andare MAI PIÙ. Il traffico è qualcosa di allucinante ma potrei sopportarlo, ciò che mi blocca è la paura di ritrovarmi con la polizia. A due passi dal traguardo della Transcontinental sono stato investito da una Mercedes dal dietro e son finito in ospedale. Ero a 130 km dall’arrivo, erano le dieci di sera. L’ultima cosa che mi ricordo è di esser sceso dalla bici per fare una foto al cartello di Siliviri. Sono ripartito e.. il buio. La sensazione della testa che sbatte, le urla intorno, il risveglio che non è quello del sonno, il forte dolore alla schiena. E poi l’occhio che cade sulla bici: un pianto. Ancora oggi per quei postumi faccio fatica a stare dritto sulla sella».

Ti sei spaventato?
«Altroché! Ma più della polizia che non della caduta o dell’ospedale: alle 3 di notte avevo già fatto tac e radiografie. Io non parlo le lingue, loro nemmeno. Ho indicato il computer per mandare informazioni. Ho chiesto quando potevo tornare a Istanbul. La polizia mi ha risposto: la giustizia turca è lenta ma efficace. Cosa avrà voluto dire? L’ho immaginato poco dopo, quando mi sono trovato a firmare un verbale in cui mi sono preso le responsabilità di quanto successo».

E la bici?
«Era un problema oggettivo. Mi avevano fatto capire che la persona che mi aveva investito sarebbe venuto all’indomani in ospedale per portarmi a riparare la bici. Quando ho chiesto di lui, i poliziotti mi hanno chiesto poco amichevoli se volessi dei soldi. Io ho scritto un bel “no problem” su un foglio e ho fatto con i pezzi di ricambio. Dovevo solo avvertire la mia famiglia. E a Istanbul sono entrato il 22, come da tabella di marcia. Attimi non belli hanno rischiato di rovinare l’immagine di questa avventura. Ma la Transcontinental è una gara che sicuramente lascia il segno. Vuoi la lunghezza, la difficoltà del percorso, partire da Londra e arrivare alle porte dell’Oriente,… c’è anche un qualcosa di mistico, mi ha lasciato un qualcosa di diverso dalle altre imprese».

I segni della caduta (© archivio personale Vignati)

I segni della caduta (© archivio personale Vignati)

 

Come ci si prepara a una sfida del genere?
«Beh io quando mi metto a fare qualche cosa in prima istanza mi informo. Avevo sentito i racconti di chi ci era già stato. “La cosa più semplice è pedalare” diceva uno. Quando vuoi far una cosa del genere ti alleni, quindi sei allenato. Sapevo di dover pedalare per 3800 km, attraversare 14 nazioni, sono consapevole di non parlare alcuna lingua a parte l’italiano (e un po’ di dialetto), sapevo che avrei avuto difficoltà nel mangiare, nel dormire, che avrei rilevato qualche inconveniente meccanico, avrei dovuto accusare qualche problema fisico, che mi sarei momentaneamente smarrito per qualche scherzo atmosferico… ero preparato nella testa a sopportare e affrontare tutto ciò: stringere viti, svitare bulloni, gonfiare gomme, prendere le frustate di pioggia. Venivamo da una stagione di maltempo: da Londra ai Balcani mi aspettavo acqua a catinelle».

A livello fisico cosa ha avuto di diverso il percorso della Transcontinental?
«
Innanzitutto la durata è lunga: 12 giorni in confronto ai 4 delle randonnée. Ho adottato una tecnica diversa: dormivo la notte. Poco, ma si dormiva. Quando di percorrono invece 1000 km la strada si risolve in due/tre giorni che equivalgono due/tre notti. Lì non si dorme. Ti fermi quando ti si chiudono occhi o caschi per terra da bici».

Ti è mai capitato?
«La prima volta che ho fatto la Mille du Sud ho impiegato 4 giorni e ho dormito 4 ore. Una notte la passi indenne: qualche colpo di sonno, ti butti su prato,.. alla terza notte cominci ad avere allucinazioni, quelle che nel deserto ti fanno vedere un’oasi che non c’è. Mi son fermato a parlare con un paracarro credendo fosse il mio amico; un altro ciclista vedeva uomini nudi attraversare la strada. Nelle foreste francesi a me è capitato di vedere castelli».

Come scegli il tuo mezzo?
«La scelta della bicicletta è sempre un po’ tecnica un po’ estetica. Guardo anzitutto la funzionalità: io facendo viaggi lunghi sono più soggetto a rotture, quindi scelgo bici con materiali che possano ripararsi in poco tempo. In Lombardia ogni negozio ha i pezzi di ricambio. In Albania o Grecia no. Devono esser appropriati per le lunghe distanze e che non richiedano manutenzione».

L’automobilista: in generale è amico o nemico?
«È una questione lunga. Ci sono stupidi automobilisti e stupidi ciclisti. Il problema è che nell’impatto bici-auto difficilmente si fa male la macchina. In Italia c’è molta diseducazione stradale. Basta varcare il confine e in Francia si viaggia in altra maniera, il ciclista è più rispettato. Nelle strade italiane dai fastidio. Sei ingombrante. L’automobilista o strombazza o passa a filo. In Francia la macchina dietro attende, non suona, aspetta, quando trova lo spazio passa. A noi manca questa cultura. Poi, certo, c’è anche maleducazione del ciclista che occupa tutta la carreggiata, che manifesta comportamenti boriosi…».

Jimmy Vignati in sella (© archivio personale Vignati)

Jimmy Vignati in sella (© archivio personale Vignati)

 

E la prossima sfida?
«Eh eh è ancora un embrione, sto cercando qualcosa di nuovo. Mia figlia mi spinge per gli Stati Uniti, perché vorrebbe visitarli lei (mi aspetterebbe da costa a costa)».

La tua famiglia cosa pensa di questo impegnativo passatempo?
«Si sono rassegnati! Io sono fuori quasi tutte le domeniche, e spesso cerco di combinare le randonnées più lunghe portando famiglia in vacanza. Sopportano. Ma quando la bambina era piccola in bicicletta non ci andavo eh? Ho cominciato che era cresciuta. Solo a Istanbul quando dopo il traguardo per prima cosa ho chiamato a casa mi sono accorto dal timbro di voce che qualche preoccupazione l’avevo data, tagliando le comunicazioni nel momento successivo all’incidente».

L’ingrediente principale dei tuoi viaggi?
«Beh, la fatica che fai è talmente tanta… basti pensare alla Transcontinental: 14 giorni in bici, 300 km al giorno,… se non hai la passione non riesci a farla. È il divertimento che ti fa andare avanti».

E allora via, a crepitare per la strada che va, sperando che la pietra non rompa i cerchioni, riempiendosi di paesaggi, nutrendosi della fame di conoscenza del mondo, al passo di un vecchio mezzo che non smette di sorprendere. Anche nell’era della velocità.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

 

2 Comment
Comments To This Entry
  1. .. rileggere e rivivere le emozioni… GRAZIE

    Jimmy on December 4, 2014 Reply
    • Grazie a te per averle condivise! La redazione

      admin on December 4, 2014

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