Murat Pelit

Murat Pelit

Murat Pelit

 

Cuore di roccia

Il mare, il moto perpetuo e costante delle onde, non fanno per lui, questo lo chiarisce da subito. Preferisce raggiungere vette che sembrano sfidare il cielo, salire su, più su, finché il silenzio si fa denso, incontaminato.

Forse Murat Pelit, campione svizzero di sci alpino paralimpico, avverte tanta affinità con la montagna perché a comporli è la stessa materia: entrambi infatti sembrano scolpiti in roccia inscalfibile, formati di un qualche minerale inossidabile che ne conserva intatta la forma nonostante i colpi sferzanti del vento. A volte i colpi della sorte sanno essere anche più violenti, sconvolgono tutto quanto intorno, ma non possono modificare ciò che è radicato nel profondo, dentro alla roccia, e questo qualcosa resiste, oltre ogni previsione.

Murat aveva basato la sua vita su due punti cardine: l’attività fisica e la solidarietà. Per questo motivo, dopo aver conseguito l’apprendistato come selvicoltore, a diciotto anni decide di intraprendere la carriera di vigile del fuoco per poi approdare nelle truppe di salvataggio dell’esercito svizzero. Nel 2003 dei dolori improvvisi alla schiena lo costringono ad effettuare alcuni controlli medici la cui diagnosi è spietata: condrosarcoma sacrale maligno. Dovrà subire ripetute operazioni per cercare di annientare quel male che presto lo costringerà ad una paraplegia incompleta.

Raccontando l’evoluzione degli eventi Murat ammette con candore di non aver mai provato un profondo scoramento, dopotutto non era nella sua natura scoraggiarsi: «Quando ero in ospedale pensavo a ciò che avrei voluto fare una volta uscito. Avevo così tanto tempo per pensare e progettare le mie attività future, sapevo che sarei tornato sulle mie montagne, ne avevo troppa nostalgia».

Pelit in azione

Pelit in azione

 

Lo dice così, con una risata che sembra eclissare in un lampo tutta la trafila dolorosa dei vari ricoveri e delle cure, come se quegli istanti non fossero esistiti. Si regge alla stampella facendola apparire un bastone da passeggio, con la sola vitalità degli occhi trasmette storie di fiducia e promesse future. Fissandolo sembra quasi che quella sventura avvenuta tanti anni fa non abbia avuto alcuna ripercussione sul suo presente. Perché da subito a Murat fu ben chiaro che sarebbe dovuta essere la malattia ad adattarsi alla sua vita, e non il contrario, in quanto era lei l’ospite indesiderata e avrebbe dovuto pagare vitto e alloggio senza riduzioni per meritarsi quella sistemazione. Nessuno sconto, dunque, e solo passi avanti, anche se in direzioni diverse da quelle inizialmente intraprese, fino ad approdare allo sport professionistico attraverso lo Swiss Paralympic Ski Team.

Praticare lo sci-bob a livello professionistico rientrava già nelle tue intenzioni durante le lunghe attese in ospedale?

«Ho praticato lo snowboard da bambino con buoni risultati, ma non avevo mai pensato di potermi dedicare seriamente ad uno sport competitivo. In ospedale avevo ben chiaro che non avrei cambiato nulla nella mia vita, almeno sostanzialmente. Non mi sono mai detto “Ora cambia tutto”, intendevo continuare a fare, forse con qualche accorgimento, ciò che avevo sempre fatto. Desideravo come sempre stare all’aria aperta, pescare, vivere appieno la montagna. L’idea di poter praticare sci mi ha aperto un mondo: potevo sfidare la velocità, allenarmi, trascorrere del tempo con gli amici e mantenere il contatto con la natura. Nel 2008 riuscii ad avere i primi contatti con la squadra e da subito mi resi conto che stavo intraprendendo la strada giusta. La prima prova fu una rivelazione: ero felice come un bambino e inarrestabile, dopo neppure tre ore ero già pronto per andare fuori pista, nella sorpresa generale. All’inizio le persone a me care non erano disposte ad assecondare la mia nuova passione, credevano fosse pericolosa, un’ulteriore minaccia alla salute. Per continuare a praticare sci dovetti scendere a compromessi con i medici, pormi dei vincoli».

E questi vincoli sono facili da rispettare?

«Non sempre. Ogni tanto mi capita di dedicarmi allo ski cross, un’attività non proprio ideale nelle mie condizioni. Ma, d’altronde, i medici si sono dimenticati di elencarla fra le clausole del contratto…»

Per te lo sci è diventato un impegno totalizzante, immagino che gran parte della tua giornata sia dedicata all’allenamento. Ciò nonostante i dolori non ti danno tregua, non è faticoso?

«In inverno il 70% del mio tempo lo trascorro sul mono-sci, per me fa parte della quotidianità, come per altre persone la palestra. Anche i dolori, in qualche modo, fanno parte della mia quotidianità, e quindi non vedo lo sci come un peso aggiuntivo da sopportare. Per me si tratta di uno svago: quando i ricoveri in ospedale mi costringono a quelli che io chiamo “i tempi morti” non penso ad altro che a tornare in pista. Nel frattempo mi dedico anche ad altro: alla pesca e al disegno, i fumetti sono da sempre una mia grande passione. Nella clinica di Nottwil ho imparato a suonare la chitarra, preferisco riempire ogni minuto delle mie giornate. Ma l’occhio resta sempre là, fisso alla montagna. Le gare hanno per me un grande significato, non dal punto di vista competitivo, che ai miei occhi assume davvero scarso valore, è soprattutto la sfida con me stesso ad interessarmi. Ad oggi il più grande traguardo raggiunto è stato l’ingresso nelle gare di Coppa Europa, grazie ai buoni risultati delle scorse stagioni».

In breve tempo hai già centrato dei traguardi non da poco.

«I traguardi che ho raggiunto sono stati possibili grazie al sostegno dei tanti amici, troppi per poterli nominare senza correre il rischio di tralasciarne qualcuno. Anche gli sponsor hanno giocato un ruolo fondamentale, senza di loro sarebbe impossibile sostenere i costi di questo sport: infatti sono sempre alla ricerca di nuovi contatti con le società per attuare i miei vari progetti. Inoltre io necessito di un accompagnatore per ogni spostamento, per questa assistenza devo ringraziare il mio amico e allenatore Daniele Crimella, ogni mia vittoria è anche sua. Riguardo ai risultati, in effetti, qualcuno c’è stato: nelle mie prime due stagioni ufficiali ho raggiunto il terzo posto nella Coppa Svizzera. Un’altra soddisfazione è stata piazzarmi fra le prime dieci posizioni a Sun Peacks in Canada e a Park City in America. In ogni caso, al di là delle gare, ciò che amo di questa attività è la possibilità di viaggiare, anche se spesso il viaggio in aereo è faticoso da sostenere a causa dei dolori alla schiena. Memorabile una gara disputata in Svezia a meno 25 gradi centigradi: è vero che le mie gambe, avvolte oltretutto in spesse calze di neoprene, non hanno sensibilità al freddo, tuttavia lo stesso non vale per il resto del corpo!»

un attimo di relax

un attimo di relax

 

C’è una pista che preferisci, fra le tante, per gareggiare?

«Non ho vere e proprie preferenze, ma se dovessi scegliere direi lo Snowworld Landgraaf in Olanda: è un posto unico nel suo genere, se non ci sei mai stato non puoi nemmeno immaginare la sua eccezionalità. Si tratta di una pista indoor in cui è stato riprodotto interamente l’ambiente della montagna, con tanto di chalet e tutto il resto. In ogni momento dell’anno allo Snowworld si può praticare qualsiasi specialità di sci. Io, naturalmente, mi esercito nello slalom speciale e nello slalom gigante, ma se posso tentare qualche sperimentazione non mi tiro certo indietro».

Abbiamo parlato di vittorie, parliamo anche di cadute clamorose. Hai qualche capitombolo memorabile da raccontarci?

«Direi più di uno, anzi, ci sarebbe un intero repertorio. L’anno scorso, durante gli allenamenti, sono scivolato ruzzolando giù per il pendio e, per concludere in bellezza, mi si è conficcato il bastone fra le costole rompendomi lo sterno. È successo anche di peggio, comunque, per esempio quando mi si è rotta l’ancora dello sci-bob ed ho iniziato a scontrarmi con tutti gli sciatori dopo di me, senza possibilità di scampo. Mi hanno dovuto recuperare in elicottero e, visto che ormai alle dosi di morfina sono abituato, mi sono toccate delle iniezioni esorbitanti: una volta in ospedale ero talmente “drogato” che non ricordavo nemmeno il mio nome. Drammi a parte, c’è anche un’impresa ben riuscita da raccontare: dopo una caduta improvvisa sono riuscito a risollevarmi da un lato con un solo colpo del braccio. Mi sono sentito un supereroe quando ho capito di essere ancora in pista! Nel mono-sci, essendo la seduta fissata su un meccanismo ammortizzante, sono indispensabili i movimenti del tronco e delle braccia per mantenere l’equilibrio. Mai avrei pensato di riuscire ad assestare un colpo simile per recuperare la traiettoria».

Fra le fotografie caricate sul tuo sito personale ce ne sono alcune del tuo sci-bob, soprattutto delle varie fasi di costruzione.

«Sì, ne vado molto orgoglioso, anche se non l’ho costruito solo io. Solo la parte anteriore, quella che ricopre le gambe, è opera mia. Ho eseguito il calco in gesso e l’ho rivestito interamente in carbonio, diciamo che è una mia piccola creatura».

Il mono-sci è un attrezzo particolare, si distingue nettamente dagli sci comuni. Ci sono differenze fra le due tipologie di gara?

«A parte il mezzo, no. Ci sono le stesse piste, uguali discipline. E non ci vengono concessi sconti: è vietato assumere farmaci, anche analgesici, che pure per me costituiscono quasi il pane quotidiano per alleviare il dolore. In gara queste sostanze costituiscono doping, quindi non posso farne uso. Non sempre è facile accettare il regolamento, specialmente quando le fitte si fanno insistenti, ma non lo vedo come un sacrificio. È un modo di giocare pulito, di vivere lo sport con tutta la passione e lo sforzo che richiede. Inoltre, gareggiando in questi circuiti a volte si ha la sensazione di assistere a veri e propri miracoli: non avrei mai pensato di vedere un cieco sciare, eppure è possibile, ed è meraviglioso».

Pelit in allenamento

Pelit in allenamento

 

Di miracoli ne hai compiuti anche tu e non solo nel circuito di gara. È noto il tuo impegno nel sociale, nel sostegno delle popolazioni dell’Indocina e del Sud del Vietnam, tramite l’associazione Espérance ACTI di cui sei anche vicepresidente.

«Il presidente è un mio amico, Ivan Schick, ha fondato l’associazione nel 2002, compiendo così il primo miracolo. È stato lui il tramite che mi ha avvicinato a questa attività e per me ha subito significato molto; mi mette nelle condizioni di aiutare gli altri dopo che tanta gente ha aiutato me ed ancora continua a farlo. Le condizioni del Sud del Vietnam sono spesso disastrose; l’associazione cerca di migliorarle con la costruzione di scuole, ponti, ambulatori e pozzi per immagazzinare l’acqua potabile. Ci sono strade completamente dimenticate dal governo. Eppure, nonostante la miseria che si tocca con mano camminando sul delta del Mekong, non si può non amare questo Paese. Cerco di tornarci almeno due volte l’anno, ed ogni volta che me ne allontano so che ne avrò nostalgia. Mi manca il centro di Ho Chi Minh City con il suo traffico di motociclette impazzite, lì le indicazioni stradali perdono ogni significato, la gente regola il motore in base alla fretta: un universo parallelo rispetto alla Svizzera. All’inizio imboccare una strada contromano mi sembrava un delitto, poi ne ho fatto l’abitudine ed è diventata una delle tante stranezze che si trasformano in affetto quando mi capita di ricordare il Vietnam».

In Svizzera, però, ci sono le tue montagne, il punto fisso che osservavi dalla finestra dell’ospedale. È in loro che vedi riflessi i tuoi futuri obbiettivi?

«Sicuramente è nello sci che proietto il mio futuro, conto di partecipare alla Coppa del Mondo per poi poter accedere alle Paralimpiadi. Io, però, vado sempre un po’ controcorrente, per questo dico che non è un mio obbiettivo assoluto. Non sono competitivo, non ho mai vissuto il cosiddetto stress da punteggio, continuerò ad allenarmi e a dare il meglio di me, di certo non per sentirmi migliore degli altri».

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

, No Comment

Comments are closed.