Silvano Graziotti

Silvano Graziotti su Star and Stripes vince il Derby dei Fiori 2007

Silvano Graziotti su Star and Stripes vince il Derby dei Fiori 2007
(© Silvano Graziotti)

 

Genesi di un impero ippico

C’è un rettangolo di terra battuto da zoccoli instancabili che sollevano vortici di polvere ad ogni falcata, da dove, a tratti, cavalli e cavalieri spiccano il volo superando un ostacolo. Un salto che sembra far svanire i confini del mondo, se visto dalla giusta prospettiva, di certo in grado di annullare i contorni dello steccato che delimita il campo. Il luogo ideale per scordare i fastidi e le preoccupazioni del quotidiano; ogni uomo in groppa ad un cavallo pare raggiungere il doppio della sua statura. Ad orchestrare il perfetto carosello, Silvano Graziotti, proprietario di questo impero equino che trova il suo nucleo nel campo di addestramento. Il centro ippico Cinq Fo sorge all’interno di un’ampia cornice boschiva, a pochi chilometri dall’uscita autostradale di Lomazzo, in provincia di Como, garantendo il massimo comfort per i suoi abitanti a quattro zoccoli e anche per la clientela, che può fare affidamento su un ambiente familiare e facilmente raggiungibile.

Un’autentica oasi, insomma, in cui l’incedere del tempo pare scandito dal ritmo costante degli zoccoli che percorrono i suoi recinti. Perfino il solleone di agosto sembra non interferire minimamente con il fervore di questo microcosmo, impegnato in un’attività che rievoca epoche lontane. Il parallelismo con il mondo moderno, articolato nel suo reticolo di autostrade e grattacieli, è tanto evidente qui da far pensare ad una realtà sopravvissuta agli assalti improvvisi degli anni. Sorprendentemente, invece, si scopre che questo spazio è stato architettato recentemente, in controtendenza con le visioni imprenditoriali che convertono ogni centimetro di area boschiva in terreno edificabile. Tutto è stato costruito da zero, meno di diciotto anni fa, per merito di Silvano Graziotti e di sua moglie Maria Cristina Fumagalli che, nello stabilire le regole della loro vita coniugale, avevano contemplato i cavalli nei piani.

Il campo di addestramento del Cinq Fo

Il campo di addestramento del Cinq Fo (© Silvano Graziotti)

 

Signor Graziotti, uno stile di vita come il suo richiede un impegno totalizzante, non lascia scampo. È una missione scegliere di dedicare la propria vita ai cavalli. Come ha avuto origine questa passione?

«In modo piuttosto originale, in realtà. Quando ero bambino hanno aperto una pista di go-kart nel paese in cui abitavo e mio fratello smaniava per andarci. Io lo seguivo, anche se non provavo alcuna attrazione per quelle macchinette. Invece ero incuriosito dal maneggio che si trovava proprio accanto alla pista; così, mentre mio fratello sfrecciava con i motori, io sperimentavo un altro genere di velocità. Ho iniziato per caso, si può dire, avevo già nove anni compiuti, ma dimostrai subito buone doti e ben presto quella passione mi entrò nel sangue. Eravamo soltanto due bambini, ma quelle scelte opposte hanno significato molto per le nostre vite. Mio fratello, infatti, oggi è meccanico. Avevamo le idee chiare fin da piccoli, insomma».

E com’è nata la decisione di aprire un maneggio? L’attività di cavaliere non era abbastanza soddisfacente?

«La mentalità imprenditoriale l’ho ereditata da mio padre, Giuseppe Graziotti, che possedeva una ditta di carrozzine. In fondo, gestire una scuderia è come gestire un’azienda, con un personale un po’ speciale, forse.

Il lato meno romantico della vicenda è che avevo diciassette anni e poca voglia di studiare, in compenso, però, adoravo cavalcare e da quel punto di vista avevo un avvenire. Mio padre se ne accorse e lui, che ai tempi non si occupava affatto di cavalli, ebbe l’intuito di avviare questa attività. Disse che mi avrebbe aiutato, se sentivo che l’equitazione sarebbe stata la mia strada, e finanziò i miei progetti. Così abbiamo iniziato con la prima scuderia ad Olgiate Comasco, per poi allargarci acquistando un terreno a Lurate Caccivio e, gradualmente, siamo arrivati a contare una media di cento cavalli. L’attività procedeva bene, quando abbiamo deciso di vendere il terreno con l’idea di restringerci. Invece, oltre ogni aspettativa, ci siamo ingranditi comprando quest’area nella zona Cinq Fo che, da semplice superficie boschiva, abbiamo trasformato in un maneggio ben avviato. Gran parte di ciò che ho fatto lo devo al sostegno di mio padre e anche a mia moglie, Cristina, che ho conosciuto a diciassette anni e mi è stata accanto fin da allora».

Sua moglie ha sempre assecondato i suoi progetti?

«Abbiamo unito le nostre passioni, si può dire. Lei è istruttrice federale di terzo livello, segue i nostri ragazzi dai primi passi fino alle gare di primo grado quando passano sotto il mio insegnamento. In questo modo siamo in grado di garantire continuità agli allievi e scambiarci consigli, praticamente i cavalli sono l’argomento principale delle nostre conversazioni. Senza contare che lei ama gareggiare, come me».

Cristina Fumagalli, moglie di Graziotti, in gara

Cristina Fumagalli, moglie di Graziotti, in gara (© Silvano Graziotti)

 

Quindi partecipate agli stessi concorsi. Non c’è mai stata competizione fra voi due?

«No, per mia moglie ho solo stima. Vediamo le gare dallo stesso punto di vista, le reputiamo come un percorso di esercizio, un modo per preparare il cavallo al concorso successivo. Il nostro rispetto è riservato al cavallo, preferiamo arrivare secondi piuttosto che sforzarlo oltre misura. Piuttosto, a volte, c’è più senso di competizione con i miei allievi. Ma, anche in caso di sconfitta, la soddisfazione è doppia perché subentra la consapevolezza di averli allenati nel modo giusto. Anche per mia moglie è lo stesso: pochi giorni fa si è addirittura privata della sua cavalla, Vupina, per venderla ad un’allieva perché aveva capito che sarebbe stata adatta a lei. L’ha fatto di sua iniziativa, senza rammarico, ma mi rendo conto del sacrificio».

Quanto conta la scelta di un cavallo per un cavaliere? Un cavallo inadatto può interferire con una buona prestazione?

«La scelta del cavallo è difficilissima. Ogni cavaliere ha bisogno di un cavallo che si conformi al suo temperamento. Io sono solito dire che, di base, devono avere la stessa focosità. Naturalmente, poi, il binomio di per sé si forma gradatamente. Attraverso il rapporto costante il cavallo impara ad aver fiducia nel cavaliere e viceversa. Ma la scelta iniziale deve essere ponderata, è fondamentale, infatti capita spesso di cambiare un’accoppiata se non funziona».

C’è mai stato un cavallo a cui si è sentito particolarmente legato a livello affettivo?

«Sono sempre legato ai miei cavalli, al di là delle gare vinte o meno. Se dovessi ricordarne uno, però, sarebbe senza dubbio Arvestmoon. Era un cavallo irlandese, lo acquistai quando io avevo quindici anni e lui dodici.

Fin dal primo concorso abbiamo ottenuto risultati strabilianti insieme, c’era una forte affinità fra noi due.

Dopo molti successi ho deciso di venderlo, quando aveva ormai ventun anni, per timore di sforzarlo troppo. Nonostante ciò, mi tenevo sempre informato sui suoi progressi: era un cavallo che non deludeva, anche con il nuovo padrone continuava a macinare vittorie. Non ho resistito al desiderio di ricomprarlo, proprio in virtù dell’affetto che ci legava, quando era ormai anziano. Non poteva più gareggiare, ma volevo offrirgli, in segno di riconoscenza per i trionfi passati, una comoda pensione nel maneggio. Ha pascolato felice nella zona di allevamento fino a trentatré anni suonati, una bella età per un cavallo».

Davvero, trentatré anni è un bel numero. Quindi il maneggio si occupa dei cavalli a trecentosessanta gradi: dalla nascita alla pensione.

«Certo, ci occupiamo di allevamento. Abbiamo inoltre un certo numero di cavalle anziane, un tempo vincitrici di gran premi. Tra le varie attività facciamo nascere i puledri, anche se al giorno d’oggi non è un gran ricavo.

Ci piace occuparci dei cavalli fin dalla culla, per questo ci avvaliamo di personale specializzato.

Con il tempo abbiamo creato un bel team, di cui fa parte anche mio nipote, Gianluca Graziotti. Lui si occupa della scuola bambini Pony Club con l’aiuto insostituibile di Francesca Maciocco. Il personale, a mio parere, deve lavorare con passione, non per prendere lo stipendio a fine mese. Ora possiamo contare anche sul valido contributo dell’atleta olimpica Tatiana Miloserdova che ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino nel 2008. È istruttrice federale di primo livello nel dressage, un’attività che si tendeva a trascurare».

Lei preferisce il salto a ostacoli?

«Il dressage richiede uno sforzo maggiore, anche da parte del cavallo. La formazione delle figure è molto scenica, ma faticosa. Devo dire, in ogni caso, che i miei cavalli stanno ottenendo buoni risultati perfino in questa disciplina. Non siamo ancora ai livelli eccellenti del piaffe à deux o del passage [figure nel dressage, ndr], però ci stiamo lavorando. Il dressage è metodico, diciamo, mentre nel salto ad ostacoli scorre più adrenalina».

Non a caso è la sua disciplina. Le dà più soddisfazione gareggiare o insegnare?

«Non posso negare che montare sia più divertente. Sono in gara tutte le settimane con una media di due, tre cavalli a volta. E posso dire di aver centrato un po’ di traguardi: ho vinto il Gran Premio Internazionale di Sampatriniano con Landus, poi, qualche anno dopo, i Gran Premi di Pinerdo e Tortona in sella a So Beautiful. Memorabili sono state però le due vittorie consecutive al Derby di Sanremo grazie a Stars and Stripes. È stata una bella sorpresa confermarsi vincitore per due volte di seguito, senza contare che si trattava di un percorso di cross, quindi più impegnativo. Prendo parte anche a diverse competizioni all’estero; gareggiare fa parte della mia quotidianità e, naturale, che poi qualche vittoria arrivi. Non potrei nominarle tutte e neppure ricordarle. Dall’altro lato, comunque, anche l’insegnamento mi soddisfa molto. Con il tempo ho imparato a riconoscere non solo un buon cavallo, ma anche un cavallerizzo talentuoso. L’esperienza, però, mi impone di dire che perfino un cavallerizzo mediocre con costanza ed impegno può ottenere buoni risultati. Ciò che conta è svolgere un’equitazione pulita, l’obbiettivo non deve mai essere il risultato. Noi per i cavalli abbiamo il massimo rispetto, dopotutto sono loro a darci da mangiare».

La sua attività è molto impegnativa. Non rimpiange mai i tempi in cui poteva occuparsi solo delle competizioni senza pensare all’amministrazione?

«Dal punto di vista burocratico devo ringraziare molto mio padre. Si è sempre occupato di tutte le clausole amministrative, a costo di tralasciare la sua attività imprenditoriale. Negli anni ha sviluppato una vera passione per i cavalli che ha poi trasmesso a mia madre. Ora che sono in pensione trascorrono intere giornate al maneggio, è diventata la loro seconda casa. Quanto alla sfera competitiva, non l’ho completamente eclissata. Ho messo da parte l’idea di intraprendere quell’unica strada perché ho visto molti cavalieri vagare da una scuderia all’altra come zingari, dopo aver perso cavallo e sponsor. Così si rischia di porre i propri bisogni personali al di sopra di quelli dell’animale, io non volevo cadere nell’errore. In questo modo ho mantenuto la mia figura di cavaliere e, allo stesso tempo, godo di una buona reputazione nel campo equestre».

Le scuderie del Cinq Fo

Le scuderie del Cinq Fo (© Silvano Graziotti)

 

Alla luce dei fatti, consiglia questa attività ai ragazzi?

«I giovani di oggi rischiano troppo spesso di finire su strade sbagliate, credo che l’equitazione in questo senso possa costituire una distrazione. Disciplina la mente: un ragazzo deve andare a letto presto per gareggiare il mattino dopo, non può permettersi altro. Molte cattive abitudini vengono evitate, oltretutto rende meno egoisti perché l’importanza primaria viene data al cavallo e non al cavaliere. Definiscono il calcio uno sport di squadra, ma forse si dovrebbe rivalutare il concetto».

Il calcio in Italia è uno sport di dominio maschile. Cosa può dire dell’equitazione?

«Certo, ad alto livello sono più gli uomini rispetto alle donne perché richiede forza, un fisico robusto. Le donne sono poche, ma ottengono risultati anche migliori. Ho notato, in particolare, che le ragazze si avvicinano più facilmente ai cavalli e per un tempo più lungo rispetto ai coetanei maschi».

Secondo me, la finezza e la sensibilità femminile permettono al cavallo di esprimersi senza limitazioni».

Sempre a proposito del nostro Paese, come vede il futuro dell’equitazione? Molti, considerati i suoi costi elevati, la ritengono un’attività d’elite, non accessibile a tutti…

«La politica sta distruggendo le classi alte. Ora come ora molti evitano di comperare un cavallo, pur avendone i mezzi, per timore che il fisco gli faccia i conti in tasca. Ultimamente, rispetto al cavallo di proprietà, è di moda la fida. Spesso si utilizza anche la mezza fida, quindi un cavallo condiviso, per non intestarlo ad una sola persona. È conveniente per i clienti. Devo dire di essere stato fortunato, perché posso contare su una clientela fidata che mi permette di non risentire della crisi. La definisco una clientela amica, perché siamo come una grande famiglia. Terminate le gare siamo soliti ritrovarci insieme a cenare, riempiamo interi ristoranti. A volte mi sorprende pensare che questa gente ci segue da più di trent’anni. Fra tutti i più affezionati sono i membri della famiglia Santini; ha iniziato la prima bambina Manuela, a nove anni, quando le sue sorelline non erano ancora nate. In seguito ho allenato anche loro, adesso posso vantarmi di aver cresciuto l’intera discendenza!».

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

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