Matteo Manassero

Matteo Manassero

Matteo Manassero

 

Vent’anni sul green

«Una volta mia mamma è stata chiamata dalle maestre perché alla mensa della scuola usavo la forchetta come una mazza da golf e volevano sapere se fosse normale. Lei ha risposto: “Forse non lo è, ma lasciatelo fare!”». Da quel giorno nessuno ha più provato a frenare l’innata passione per il green di Matteo Manassero.

Nato a Negrar, nel veronese, il 19 aprile 1993, a vent’anni Matteo è l’enfant prodige del golf italiano. Lo era a dieci, quando vinse il suo primo titolo nazionale; a sedici, quando conquistò il British Amateur Championship diventandone il più giovane vincitore di sempre; a diciassette, quando, passato al professionismo, strappò al Castellò Master il primato di più giovane vincitore nel Tour europeo al suo stesso idolo, lo spagnolo Severiano Ballesteros.

Oggi Matteo è fresco del trionfo di maggio al BMW PGA Championship di Wentworth, considerato il quinto Major. Nuovo record di precocità nella vittoria e primo posto nell’European Tour. Meglio di Tiger Woods alla sua età, meglio di Rory Mcllroy, numero due al mondo a ventiquattro anni, che il giorno dopo ha twittato: «Congratulazioni, Matteo! Mi fai sentire vecchio!».

Un successo che proietta il veneto tra i primi trenta al mondo – nonostante l’uscita al taglio al British Open – e ne fa, insieme ai fratelli Edoardo e Francesco Molinari, il principale testimonial del golf in Italia, lui che è già un veterano della disciplina avendo iniziato a praticarla a soli tre anni e mezzo.

«Tutto è iniziato quando i miei genitori mi hanno comprato per gioco una piccola mazza da golf», racconta a Storie di Sport. «Da quel momento non me ne sono più separato. Da piccolo per stare tranquillo non avevo bisogno dei cartoni animati, ma delle partite di golf in tv. I miei mi mettevano sul divano e io alla vista del green rimanevo incantato».

un momento di relax (© Ferrari)

un momento di relax (© Ferrari)

 

Eppure si dice che il golf sia un gioco per adulti.

«L’età media dei praticanti si sta abbassando notevolmente, e questo è un segnale positivo perché dimostra che molti giovani si stanno avvicinando al golf».

Dicono anche che il golf sia uno sport per ricchi.

«Credo sia un luogo comune. Più che essere uno sport per ricchi il golf è uno sport per appassionati, perché richiede molto tempo, pazienza e dedizione. La risposta al golf è cambiata molto e dal mio punto di vista è in crescita costante: la scorsa edizione dell’Open d’Italia al Royal Park I Roveri di Torino (il club per cui gioca Matteo, ndr) ha raccolto un pubblico d’effetto».

Perché il golf può appassionare? Perché appassiona te?

«È difficile spiegare un sentimento così forte come il mio amore per il golf. È una questione istintiva. A chi vuole avvicinarsi al mondo del golf consiglio di coltivare la propria passione con determinazione e porsi degli obiettivi da raggiungere».

Hai contribuito a promuovere il ritorno del golf ai Giochi Olimpici dopo un secolo, a partire da Rio 2016. Che cosa rispondi a chi sostiene che il golf, essendo privo della componente atletica, non sia un vero e proprio sport?

«Che non sono d’accordo. Il golf richiede concentrazione, precisione, tanta passione, ma non solo. Fuori dal green io seguo un piano di allenamento aerobico che mi consente di migliorare anche il gioco in campo».

Come ti prepari per una gara?

«Il periodo prima di una gara è sempre molto duro, necessita impegno, allenamento e sacrificio. Per esempio, per questa nuova stagione ho seguito un programma che mi ha portato a perdere nove chili grazie anche a una dieta rigidissima: niente carboidrati, latticini e uova, e al mattino, prima di far colazione, un’ora di corsa, così da iniziare bene la giornata. Gli sforzi, però, sono stati ricompensati».

Con il trionfo al BMW PGA Championship il 2013 è già un anno da incorniciare, malgrado il flop di pochi giorni fa al British Open. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

«La vittoria di Wentworth è stata un traguardo importantissimo: riuscire ad arrivare davanti a tutti e vincere un torneo così prestigioso è stata un’emozione incredibile ed indimenticabile. Ora però voglio provare a confermarmi allo stesso livello. Anche se non sarà facile, il vero obiettivo è qualificarmi per la Ryder Cup 2014».

Hai dedicato il successo di Wentworth a Severiano Ballesteros, il tuo mito di sempre.

«Già, un campione inimitabile. Gli americani ora cercano il suo erede ma io credo che lui sia stato davvero unico: un genio nel suo modo di giocare».

Parliamo del tuo gioco: i tuoi colpi migliori?

«Nel gioco corto riesco a dare il meglio».

I punti deboli.

«Forse le lunghezze, ma grazie al lavoro portato avanti nell’ultimo periodo adesso mi sento molto migliorato».

Manassero dopo un allenamento (© Ferrari)

Manassero dopo un allenamento (© Ferrari)

 

Il green preferito.

«Il Royal Park I Roveri: completo e stimolante, è il terreno perfetto per giocare».

Dal 2010 sei un professionista. Che cos’è cambiato?

«Se il golf prima era una semplice passione, ora posso dire di essere molto fortunato perché è anche il mio lavoro. Di certo cambiano l’approccio mentale, l’impegno e le aspettative. Ma continuo a divertirmi come prima».

Come ti sei ambientato nel circuito professionistico?

«I miei rapporti con gli altri giocatori, in particolare quelli con cui ho condiviso le convocazioni in Nazionale, sono ottimi. Con alcuni di loro, ad esempio con i fratelli Molinari e con Lorenzo Gagli, si è creato un forte rapporto di amicizia, anche perché ci ritroviamo ogni settimana nelle gare del tour».

C’è un prezzo da pagare per essere una promessa del golf mondiale?

«La mia vita è cambiata. Non posso uscire con gli amici quando ne ho voglia, giocare con loro a calcetto o alla playstation. Però non mi lamento. I miei amici sono quelli di sempre, la maggior parte studia. Mi capiscono e io, appena posso, qualche partita con loro me la concedo».

Quali sono le tue passioni quando non giochi a golf?

«Senza dubbio il calcio. Fino a dodici anni giocavo a pallone, poi, quando il golf è diventato una cosa seria, ho dovuto lasciar perdere. Ma la passione è rimasta: sono tifosissimo del Milan».

Molti ex calciatori a carriera finita imboccano la strada del golf. Ti è mai capitato di sfidarne qualcuno?

«Per citarne uno tra tanti: Pavel Nedved al Royal Park».

Oggi giochi a golf. Che cosa vuoi fare “da grande”?

«Niente di diverso da quello che faccio ora: continuare a giocare a golf a livelli sempre più alti».

Graziana Urso
© Riproduzione Riservata
(intervista raccolta nel mese di luglio 2013)

 

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Comments To This Entry
  1. Che intervista banale e mielosa! Assolutamente insopportabile! Ma non siete capaci, ogni tanto, di fare qualche domanda vera? Sembrate quei reggimicrofono del TG1 che fanno dire ciò che vogliono al politico di turno. Ma chi se ne frega della mamma di Manassero! Che ne parlino fogliacci come Gente o Chi ci può anche stare, ma che sia Storie di sport a farlo – che ci ha abituato a ben altri articoli e ben altra qualità – proprio non me lo sarei aspettato. Se volete parlare di golf (ma anche di qualsiasi altro sport) almeno sappiate cosa state affrontando. Un minimo di competenza, infatti, non sarebbe male.

    Anna Berni on settembre 23, 2013 Reply
    • Grazie per il tuo intervento. Le critiche sono sempre positive, non solo perché consentono di rileggere il proprio lavoro da un’altra prospettiva, ma anche perché dimostrano che voi lettori tenete a Storie di Sport quanto noi. (La Redazione)

      admin on settembre 23, 2013

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