Orlando Pizzolato

Orlando Pizzolato corre lungo il Reservoir, un tratto del Central Park

Orlando Pizzolato corre lungo il Reservoir, un tratto di Central Park (© Getty Images)

 

Correre a New York

Quando Gary Murhcke si aggiudicò la prima maratona di New York completando in 2h31’36’’ i quattro giri previsti intorno a Central Park, non era neanche una domenica d’autunno, ma un’afosa giornata di fine estate. Tredici settembre 1970: Manhattan è una corsa, un trofeo da sollevare al traguardo, e gli applausi di un centinaio di spettatori. Oggi la maratona di New York è un evento che coinvolge oltre due milioni di persone tra partecipanti e pubblico, un premio di seicentomila dollari e un percorso che si snoda attraverso Staten Island, Brooklyn, Queens, Manhattan, il Bronx, e ancora Manhattan; le cinque anime della metropoli che non dorme mai, e che – uragani permettendo – accelera puntualmente la sua corsa ogni prima domenica di novembre.

Orlando Pizzolato ha attraversato con le sue gambe la New York degli anni Ottanta, il sogno remoto e immaginifico di giovani italiani ancora poco avvezzi a viaggiare per piacere, riuscendo dove ogni altro europeo aveva fino ad allora fallito: vincere la maratona. Accadde nel 1984, e poi di nuovo nell’’85. Nessuno come lui nel Vecchio Continente. Non Gianni Poli, né Giacomo Leone né Franca Fiacconi, che pure negli anni successivi avrebbero sventolato il tricolore all’ombra di Miss Liberty, né tanto meno l’inglese Steve Jones. Una doppietta che vale una medaglia olimpica.

«In effetti l’edizione del 1984 fu davvero la mia Olimpiade» rivela in esclusiva Orlando a Storie di Sport. «Mancai Los Angeles e finii a New York. Già due anni prima avevo corso la maratona su invito della Champion, lo sponsor della mia società, il Cus Ferrara, che chiese ad alcuni atleti italiani di partecipare all’evento per farsi un po’ di pubblicità. All’epoca non era facile andare a New York, così colsi l’occasione, determinato però a non fare l’uomo-manifesto. Mi ritirai solo perché venivo da un anno particolarmente intenso sul piano atletico; avevo corso maratone in tutti i continenti, un mese prima a Pechino, solo due settimane prima a Torino. L’anno dopo tagliai il traguardo ventitreesimo. Nel 1984 il mio obiettivo erano i Giochi Olimpici: fallito quello, ebbi tutto il tempo per rigenerarmi e arrivare carico nella Grande Mela».

La prima vittoria di Pizzolato, edizione 1984

La prima vittoria di Pizzolato, edizione 1984 (© Getty Images)

 

Deciso a vincere?

«Deciso a far bene, non mi aspettavo di vincere. Giocò a mio favore l’”estate indiana”, il caldo e l’umidità che io, a differenza di molti miei avversari, non soffrivo. Il mio approccio alla gara fu prudente, altri pagarono l’aggressività iniziale. Al sedicesimo chilometro andai in fuga guadagnando un minuto sui miei avversari, fino a quando, a partire dal trentaduesimo, cominciai a rallentare pericolosamente. Per fortuna riuscii a gestire il vantaggio accumulato arrivando al traguardo quarantanove secondi prima degli altri».

Più difficile vincere o confermarsi?

«Sulla carta la maratona del 1985 si presentava molto più dura: vi partecipavo da campione in carica, ma non da favorito, perché si era iscritto alla competizione anche un osso duro, Hussein Ahmed Saleh, che in una precedente gara mi aveva dato tre minuti di distacco, nonostante io avessi siglato il record italiano. Ma la maratona è imprevedibile e amplifica ogni imprevisto. Probabilmente Saleh non era in giornata o sbagliò strategia: io ero molto concentrato e questo mi permise di bissare».

Conquistare due edizioni della maratona di New York può cambiare la vita?

«Nell’immediato ti dà una popolarità incredibile, un grande successo mediatico: tv e giornali mi avrebbero quasi ignorato se avessi vinto una corsa di pari dignità atletica come la maratona di Chicago. Le mie due vittorie hanno segnato certamente una svolta sul piano professionale; sul piano umano, invece, la mia vita è proseguita più o meno sugli stessi binari di prima: ho continuato i miei studi di fisioterapia, e per due anni ho tenuto la Mercedes vinta in garage, preferendole la mia vecchia 127».

Quali sono il fascino e la difficoltà della maratona di New York?

«La maratona di New York è un viaggio attraverso una città multietnica e festosa, durante il quale si ha l’impressione di vedersi sfilare davanti il mondo; il pubblico incita dal primo all’ultimo metro, una scarica di adrenalina indescrivibile. Ma quest’atmosfera è un’arma a doppio taglio, perché può compromettere la concentrazione. È facile perdere di vista l’obiettivo mentre si è assordati dal rumore delle radioline degli spettatori o dai tamburi delle majorettes. Occorre riuscire a isolarsi per ascoltare sé stessi e trovare le energie mentali necessarie alla corsa, che presenta oltretutto non poche difficoltà tecniche, soprattutto altimetriche. La maratona di New York non è una maratona pianeggiante, come quelle di Londra e Berlino, per esempio: ci sono i ponti in salita e il percorso ondulato di Central Park, insomma è una gara difficile da interpretare sul piano tattico».

Con la tua attività di trainer, sei diventato un punto di riferimento per chi desidera prepararsi alla maratona di New York. In quanto tempo può essere pronto chi non ha un passato sportivo?

«Direi un anno, anche se molto dipende dall’età e dal peso. Occorre allenare le articolazioni e i legamenti, estremamente vulnerabili al cambio di carico. Per questo è necessario procedere gradualmente: puntare prima ai 10 chilometri, poi ai 30-35, e solo dopo ai 42. In ogni caso è preferibile cimentarsi almeno in una mezza maratona prima di affrontare una vera maratona. Quanto alla gara, è fondamentale saper dosare le energie. La crisi del trentesimo chilometro esiste, e non basta la forza di volontà per superarla. Chi non è allenato non può farcela, non ci si può affidare a San Maratoneta».

Quanti atleti hai allenato per la maratona di New York?

«Tantissimi, non ricordo il numero esatto. Fino agli anni Novanta partivano dall’Italia circa tremila podisti l’anno, e la maratona di New York era la terza per numero di corridori italiani dopo quelle di Roma e Venezia. Oggi non è più così, e il calo è dovuto principalmente alla crisi economica: d’altronde, partecipare alla maratona di New York costa circa duemila euro, l’equivalente della spesa per le trasferte di Berlino e Valencia, maratone attualmente molto gettonate. Ed è vero che New York è New York, ma due eventi al costo di uno sono un bel risparmio».

Nell’atletica l’Italia non ha una grande tradizione, eppure è il primo Paese europeo nell’albo d’oro della Maratona di New York. Come se lo spiega?

«L’Italia ha avuto una grande scuola di maratona, al punto che molti dei nostri allenatori lavorano in Kenya con i migliori atleti del mondo, ma è evidente che oggi mancano i campioni, nelle corse di lunga distanza come in quelle di velocità, ed è sempre più difficile vederne nascere. Pochi giovani si avvicinano all’atletica, una disciplina che comporta passione e fatica, uno sport logorante. Si può giocare a basket, a calcio, ma non si può giocare a correre. Di una cosa sono abbastanza sicuro: i futuri campioni dell’atletica italiana non potranno che chiamarsi Mohamed o giù di lì».

L'ultimo vincitore della maratona di NY, il kenyano Mutai

L’ultimo vincitore della maratona di NY, il kenyano Mutai (© Getty Images)

 

Chi vincerà oggi la maratona di New York?

«Scommetterei su un kenyano, forse Geoffrey Mutai, che l’ha già vinta due anni fa con un tempo straordinario nella seconda parte del percorso, la più dura. Ma voglio sbilanciarmi anche su un’italiana, Valeria Straneo: sta vivendo una seconda giovinezza e può puntare al podio».

Rivedremo mai Orlando Pizzolato sulle strade di New York?

«Non credo. La mia ultima maratona risale a tre anni fa. Quando la carrozzeria non riesce più a sostenere il motore è giusto fermarsi. C’è un limite oltre il quale non trovo stimolante correre».

Esattamente la soglia che lo scrittore Haruki Murakami, quattro volte ai nastri di partenza della kermesse newyorkese, ha richiamato nel mantra: Pain is inevitable, suffering is an optional. La fatica è inevitabile, la sofferenza è un optional. I maratoneti di oggi soffriranno, Orlando ha deciso di smettere. Il suo autunno delle corse è arrivato. Almeno a New York.

Graziana Urso
© Riproduzione Riservata

(intervista raccolta nel mese di novembre 2013)

 

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