Anna Incerti: oro amaro

Anna Incerti (© Scaini)

 

La vittoria antidoping di Barcellona 2010

C’è sempre qualcosa che un risarcimento non basta a ripagare. Una perdita irreversibile, la rabbia provata o una gioia non vissuta. Anna Incerti, capitano della squadra nazionale di maratona, ha saputo solo due giorni fa di aver conquistato, in seguito alla squalifica per doping della lituana Živilé Balčiūnaité e della russa Nailiya Yulamanova, la medaglia d’oro agli Europei di Barcellona 2010, «ma non so» – dice – «se esultare o incavolarmi».

C’è il rammarico di essere stata derubata della sua festa, di non esser salita sul gradino più alto del podio, di non aver potuto sentire l’inno di Mameli, cantarlo anche, lei che con la sua verve siciliana a distanza di due anni giura: «Se avessi vinto quel giorno, avrei ribaltato Barcellona».

Doveva essere la gara di Anna. Ottime sensazioni, forma smagliante. Nei primi 28 chilometri le migliori sono tutte lì, quando all’improvviso la lituana cambia passo, guadagnando in pochi minuti un vantaggio di 20’’ sulle avversarie. Mentre lei corre da sola, Anna lotta invano con la Yulamanova: al traguardo arriverà solo terza. «Dissi che il mio bronzo valeva un oro» – ricorda oggi – «ma non sospettavo che le mie rivali avessero barato. Ero felice della mia prima medaglia e non capivo perché la Balciunaite, invece di celebrare la vittoria, si fermasse a misurare le proprie pulsazioni».

La lituana fu trovata positiva ai test antidoping: nelle sue urine fu subito riscontrato un rapporto anomalo tra testosterone ed epitestosterone, ma la squalifica ufficiale a due stagioni di stop è potuta arrivare solo un anno dopo. Pochi giorni fa la stessa sanzione viene inflitta alla Yulamanova, anche lei colpevole di aver utilizzato sostanze proibite, e Anna diventa retroattivamente la numero uno della manifestazione.

Anna Incerti dopo una vittoria (da Runnersworld)

Anna Incerti dopo il bronzo di Barcellona (da Runnersworld)

 

«Eppure non è con squalifiche a tempo determinato che si sconfigge il fenomeno» – denuncia la trentaduenne azzurra – «ma con controlli serrati, radiazioni a vita e multe salatissime. Chi corre sa quanti sacrifici si fanno per arrivare ad ottenere dei risultati: le scorciatoie sono ingiuste nei confronti di chi compete con lealtà. D’altronde, io proprio non capisco: correre per me significa salute, che senso ha farlo se poi ci si distrugge col doping?».

A Bagheria, il paese di Renato Guttuso e Giuseppe Tornatore dove è nata e cresciuta e che non ha abbandonato neppure dopo il matrimonio con il collega udinese Stefano Scaini, Anna è un’icona dello sport pulito. L’hanno vista correre per le strade della città, tra le ville barocche e i clacson delle automobili, mentre saliva il profumo dei cannoli e del mare, fin dai tempi in cui frequentava l’Istituto d’arte. Scoprì l’atletica a 16 anni: le gare studentesche, le prime vittorie, poi l’incontro con Tommaso Ticali, l’allenatore di sempre, che la segue ovunque, in macchina o in bicicletta, quando Anna si allena sulla litoranea per Mongerbino o lungo il percorso che porta ad Aspra. «Abbiamo provato a chiedere un campo d’atletica al Comune» – rivela lei – «anche perché il numero di appassionati cresce di anno in anno. Da ragazzina ero l’unica donna a correre, oggi incontro più donne che uomini. Finora, però, nessun riscontro».

In questi giorni Anna è a Sankt Moritz, dove sta ultimando la preparazione all’Olimpiade di Londra dopo la tappa sudafricana nella città di Potchefstroom. La sua maratona si disputerà il 5 agosto, ma la medaglia di Barcellona non è un’ipoteca sul podio. «Sono realista» – ammette – «e di fronte ad avversarie come la kenyana Mary Keitany mi rendo conto di non poter puntare in alto. Il mio obiettivo è semplicemente dare il massimo».

Dopo i Giochi, però, Anna tirerà il fiato: quindici giorni di assoluto riposo per buttarsi alle spalle la fatica, lo sdegno, le tensioni di questi mesi. «Anche se io mi sento davvero libera» – afferma lei – «solo quando corro».

Graziana Urso

13/07/2012
© Riproduzione Riservata

 

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