Stefano Mei

Stefano Mei precede Alberto Cova a Stoccarda

Stefano Mei precede Alberto Cova a Stoccarda

 

L’oro del Triplete

Incontro Stefano Mei quando è appena sceso da un palco, dove l’ex-fondista ha potuto fare una delle cose a cui tiene di più: confrontarsi con i giovani e parlare con loro.

Raccontare che lo sport è fatica, lealtà, disciplina personale e di squadra. Spiegare come la vittoria sia il traguardo massimo, ma un traguardo da raggiungere senza ingannare sé stessi e gli altri, perché molto più importante della vittoria è il modo in cui la si costruisce. O si prova a costruirla, che è poi lo stesso.

Una carriera, quella dello spezzino, illuminata da uno stile di corsa perfetto e da un trionfo fantastico ottenuto a 23 anni, un’età ritenuta piuttosto giovane per un fondista. Un momento magico che vede l’intera Europa ai suoi piedi. Letteralmente.

Sembrano infatti volare, i piedi di Stefano, sulla pista di Stoccarda, quando in cinque soli giorni piazza un uno-due micidiale, con un oro sui 10.000 e un argento sulla mezza distanza. Risultato di per sé memorabile, perché sfiora la doppietta riuscita nel mezzo secolo precedente solo a fuoriclasse del livello di Emil Zátopek, del polacco dal nome impronunciabile Zdzisław Ludwik Krzyszkowiak o del finnico Toivo Juha Väätäinen, ma che diventa anche impresa storica per una sua inedita peculiarità. Con un crono di 27’ 56” 79, e con un giro finale strepitoso corso in 54” 5, quel 26 agosto del 1986, Mei precede sul traguardo un mito come Alberto Cova, campione europeo uscente, mondiale e olimpico, e un talento emergente come Salvatore Antibo, destinato ad un brillantissimo futuro. Tre azzurri sul podio, la prima tripletta mai realizzata da una nazione nelle corse dei campionati europei. La gara del secolo, per noi italiani: una prodezza che difficilmente riusciremo a ripetere, purtroppo.

Se poi si chiede a Stefano se vincere così giovane, e farlo in quelle condizioni indimenticabili, non si sia rivelato, alla resa dei conti, un handicap, lo spezzino sorride e dà una risposta dettata da un’ottima dose di buon senso: «L’età conta poco. È chiaro che se succedesse da più maturo, avresti forse altre reazioni. D’altra parte, magari non succederebbe più… Meglio prenderle quando arrivano, le vittorie. Purtroppo c’è poco da dire: tra tutti gli sport, l’atletica in particolare tende a consumarti velocemente. Nella corsa la componente tecnica è minima e se non ti alleni difficilmente vai avanti nella carriera. Se ti infortuni nel calcio e stai fermo, per dire, due mesi, la prima domenica fai 45 minuti, poi 60 e poi rientri del tutto. In atletica, se non ce n’hai, arrivi dietro: in questo senso è un po’ limitante. Poi non dimentichiamo che l’atletica la fanno tutti. Il nuoto in certe parti del mondo non lo praticano, ma correre è troppo facile e proprio in questa facilità del gesto è la difficoltà di questo sport». Specialmente in una disciplina come il fondo… «Chiaro. È più semplice ancora. Mentre la velocità deve avere dei presupposti di situazioni muscolari, qui basta correre, e chiunque può diventare pericoloso».

Una carriera piena di soddisfazioni

La carriera agonistica di Stefano è costellata di molte altre soddisfazioni. Lo splendido bronzo nei 10.000 agli Europei del 1990 a Spalato, due titoli mondiali universitari sui 5.000 (conquistati alle Universiadi di Kobe nel 1985 e di Duisburg nel 1989), un argento sui 3.000 m agli Europei Indoor del 1986 a Madrid, 43 presenze in nazionale, il primato italiano dei 1.500 detenuto dal 1986 al 1990 (3’ 34” 57), svariati altri primati indoor e su distanze non olimpiche, una serie di ottimi piazzamenti in Mondiali ed Olimpiadi. A tante vittorie fanno però riscontro gravi problemi ai tendini, che frenano le sue ambizioni e limitano le sue immense potenzialità, sino al ritiro ancora nella piena maturità fisica, negli anni Novanta.

Per Stefano però l’atletica è un amore eterno, e per questo è rimasto nel suo mondo anche dopo l’abbandono: «Sì, sono nel Consiglio Federale, e ho lavorato con Sky per l’Olimpiade di Londra… Bene, sono sempre nell’ambiente!». Anche se poi l’atletica è cambiata dagli anni, neppure troppo lontani, in cui correva sulle piste di tutti i continenti: “È cambiata perché sono cambiati i tempi. Abbiamo più difficoltà nel fare reclutamento. Quando ero giovane io, c’era il calcio e poi c’era l’atletica. Oggi bisogna pescare in un serbatoio che è già stato adoperato non solo dal calcio, ma anche dalla pallavolo, dalla pallacanestro, dal rugby e da tanti altri sport. Diventa tutto più difficile anche perché è scomparso il ruolo che per l’atletica esercitava la scuola. Il Ministero della Pubblica Istruzione o chi per esso non ha più i soldi per creare quelle situazioni favorevoli, che potevano essere ad esempio il pomeriggio sportivo per tutti due volte la settimana. È più difficile adesso fare sport a scuola: il contesto generale certo non aiuta e quindi siamo in difficoltà».

Stefano Mei oggi

Stefano Mei oggi

 

Mei questi problemi li vive quotidianamente, nella sua veste di dirigente federale, e questo stato di cose lo porta ad una analisi disincantata, ma in fondo non pessimista sul futuro del movimento: «È vero, siamo in difficoltà, ma dipende tutto dal particolare momento storico. Non è una questione di capacità, insomma. Chiunque dovesse essere chiamato a guidare la Federazione nei prossimi quattro anni avrebbe gli stessi problemi, dato che la bacchetta magica non ce l’ha nessuno. Comunque noi italiani siamo bravi nelle difficoltà e riusciamo sempre a venirne fuori. Può essere che questa contingenza economica negativa ci possa fornire qualche altra chance, o comunque ci faccia capire che bisogna cercare le risorse anche al di fuori dei canali istituzionali…».

E, cosa forse ancor più importante per gli appassionati, abituati a valutare lo stato di salute di uno sport dai risultati conseguiti sul campo, Stefano è convinto che il presente dell’atletica sia tutto sommato buono: «A Londra sono mancate le punte, è vero, ma i giovani, gli Juniores stanno venendo su molto bene: i vari Daniele Greco, José Reynaldo Bencosme e tanti altri sono ragazzi su cui puntare di sicuro nel futuro immediato».

Lo scopriremo nei prossimi mesi, che si preannunciano quindi di conferma e di nuovi traguardi, per le giovani speranze azzurre reduci dall’Olimpiade del 2012. Chissà poi che in mezzo a questi ragazzi non ci sia qualcuno in grado di battere il primato italiano juniores dei 1.500 m, che Stefano stabilì, appena diciottenne, a Bologna nel 1981. Un 3’ 39” 00 che resiste ancora, più di trent’anni dopo.

Danilo Francescano
© Riproduzione Riservata

 

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