Tiziano Cantoni

Tiziano Cantoni sul lungomare di Deiva (© Melania Sebastiani)

Tiziano Cantoni sul lungomare di Deiva (© Melania Sebastiani)

 

Arte, sport e solidarietà

«Buonasera signor Alonso!». Non a tutti capita di cedere il passo a un campione di Formula Uno, visto nella sua più umana esigenza, ovvero la ricerca della toilette. E non a tutti capita di farlo in una sera in cui il protagonista della serata non è il vip dei circuiti, ma proprio colui che cede il passo, un umile – anche troppo! – ex meccanico che, abbandonata l’officina, si dedica attivamente alla pittura e produce con profitto tele a tema sportivo. Le corse negli autodromi, certo, ma anche le gare sulle piste da sci, quelle negli sterrati cammini del motocross, nelle strade cittadine dei Giri, nelle piazze paesane della corsa coi sacchi. Tutto diventa colore in movimento, circo accelerato, icona.

Tiziano Cantoni tra le sue opere (© Melania Sebastiani)

Tiziano Cantoni tra le sue opere (© Melania Sebastiani)

 

«Io sono innanzi tutto un artigiano» – racconta Tiziano Cantoni – «un meccanico. Per trent’anni sono stato un tecnico delle moto Guzzi da corsa, poi anche di quelle “normali”. La pittura per me è un passatempo: ho cominciato con i paesaggi a 35 anni e adesso mi dedico allo sport. Pittura di momenti sportivi, intendo. Perché quanto a praticare, cammino 10 km al giorno, vado in bici e scio, ma non certo a grandi livelli».

Il “divertissement” di colori a olio e trementina invece ha portato Tiziano più in alto di quanto non abbiano fatto le selle: alla serata di Gala del Gran Premio di Monza 2012.

«Quando mi hanno chiamato inizialmente mi sono rifiutato di andare. È stato il mio fac totum Alberto Moioli a convincermi. Il problema era quella parolina di quattro lettere: “gala”. Ero preoccupato di come ci si dovesse vestire a una cena di Gala a Monza».

E poi?
«Pantaloni chiari di lino, maglietta bianca e giacca blu. Mi sono convinto con mia moglie che per me non fosse obbligatorio il frac ed è stata, se posso dirlo, una “serata coi fiocchi”, presentata da Cristiano Militello di Striscia la Notizia. Ho portato una trentina di quadri: uno è stato battuto a un’asta di beneficenza Ma la soddisfazione più grande me l’ha data Jarno Trulli: ha riconosciuto tra le pennellate la sua vecchia macchina, lanciata in velocità. Siamo stati tanto a scherzare».

Il primo soggetto agonistico è stato una moto?
«No, il primo in assoluto è un quadro di pattinaggio di velocità. A me piace lo sport in generale, lo guardo in televisione. Sono originario di Olcio di Mandello del Lario. Ho intorno a me persone che praticano canottaggio e sport invernali. A me personalmente invece piace seguire il ciclismo. Sono assiduo seguitore. Mi fanno quindi ridere quando mi trovano da ridire sui miei quadri che non sono realistici».

In che senso?
«Nel senso che fotograficamente non corrispondono alla realtà. Io non illustro ma interpreto. Ad esempio, mi trovano da ridire che i corridori del Tour di Francia non passano sotto la Torre Eiffel, ché ci sono pure gli scalini. Santa pulenta – esclama l’artista lombardo – , lo so anch’io: non passano nemmeno più sotto l’Arco di Trionfo, ma è un simbolo. Oppure riguardo alla mia ultima tela, quella del Gran Premio, dicono che le tre strisce della composizione non siano né prospettiche né esteticamente accettabili: allora io devo spiegare che nel quadro sono in tribuna, che Alonso è avanti, che sopra non è quel che vedo io ma quel che vede il pilota dalla telecamera dell’abitacolo. Al contrario, a volte mi sorprendo di quante cose sfuggano agli spettatori critici delle mie mostre: ad esempio nella tela che ritrae i ciclisti al Giro sotto al Duomo di Milano: quasi nessuno si rende conto che la Madonnina è dalla parte sbagliata! Sono i rischi che si corrono quando si dipinge senza foto: non ho la precisione, ho i ricordi, gli entusiasmi, le passioni. Nel trittico del trampolino m’interessava far vedere i tre passaggi della discesa libera: curva, rettilineo e salto. Nella rappresentazione del Palio di Siena m’interessava il movimento dei cavalli, che ho fatto risaltare coprendo lo sfondo colorato dalle bandiere delle contrade con un cielo nero».

Tiziano Cantoni tra un'onda e un fantino

Tiziano Cantoni tra un’onda e un fantino

 

Di solito quando dipingi?
«Rigorosamente di notte. Il tempo nel buio si ferma. A volte guardando una pubblicità, come è accaduto per il quadro del surfista, a volte guardando una gara in televisione, come è accaduto guardando Zanardi vincere l’oro alle Olimpiadi di Londra, mi si accende qualcosa nella testa. Allora devo dipingere. E devo fare in fretta! Sennò mi scappa il pensiero. E pazienza se i canottieri del Palio hanno le ginocchia più alte o più nascoste».

C’è un quadro a cui sei più affezionato?
«L’ultimo. Sempre l’ultimo. Chissà perché. È quello che vedo diverso. Ho anche una chiara preferenza tra le location in cui ho esposto: la torre saracena di Deiva Marina. Lì, dove ho esposto in occasione della Gran Fondo delle Cinque Terre del 2013, come mi ha scritto qualcuno nel libro degli ospiti, il 50% della bellezza della mostra era dovuto ai quadri, il 50% alla pietra che li ospitava. Da una finestra sbirciavo il mare! Sono d’accordo con me anche i miei amici di Lissone che all’inaugurazione si sono presentati a Deiva Marina in comitiva: hanno fatto 500 km e preso ferie. Se ci penso, quella è stata la mia serata di gala. È anche per loro che mi diverto a dipingere».

Tiziano Cantoni mostra l'opera dedicata alla Granfondo Cinque Terre in copertina alla rivista "inBici"

Tiziano Cantoni mostra l’opera dedicata alla
Granfondo Cinque Terre in copertina alla rivista “inBici”

 

E pensare che hai cominciato come bancario…
«Non faceva per me. Ho vinto il concorso ma ho durato un mese: diventavo nervoso. Poi cinquant’anni a lavorare per le moto – facevo assistenza esterna anche a quelle del Quirinale – e con la chiusura dell’officina grazie allo sport ho ancora soddisfazioni».

E l’officina ti manca?
«È in Gabon: l’ho spedita in toto – si dice in toto? –. Un mio amico di scuola fa il missionario là. Gli ho inviato tutto: l’ufficio, il magazzino, i caschi… mi spiace non andarci ma ho paura delle zanzare. Mi sembra una bella opportunità per il mio negozio. Poi sono contento che il trasporto sia stato gestito da una vecchia conoscenza, uno con cui ho condiviso l’albero della cuccagna, l’incanto e la corsa coi sacchi, che in fondo sono le prime discipline sportive con cui ci cimentavamo in paese. Non a caso ci ho anche fatto un quadro. Lo trovate nelle mie mostre, tra uno sciatore e la maratona di New York; tra un volteggio di ginnastica artistica e le vele del windsurf: “La cürsa di sacc”».

I messaggi più belli del libro d’onore cosa dicono?
«Sono quelli dei bambini. Qualcuno mi ha addirittura specificato che avrebbe firmato “solo col nome perché il cognome non lo so scrivere”. Chiedono, guardano, tornano. Chissà, forse vedono le mie tele come giganti figurine Panini».

I tuoi programmi futuri?
«Lo vedi quel quadro di polo? Si gioca a St. Moritz. Lì esporrò prossimamente. E poi sono richiesto oltre i confini nazionali. Sport e pittura – ma anche ingranaggi meccanici – non hanno barriere».

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata
(Intervista raccolta nel settembre 2013)

 

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Comments To This Entry
  1. Bello che le immagini colorate,chiassose e “movimentate” escano dal buio,dal silenzio e dalla staticità notturna!!!

    Roberta on ottobre 11, 2013 Reply

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