Ralph De Palma

Ralph De Palma

Ralph De Palma

 

L’italiano più veloce d’America

Nessuna gara è mai vinta finché non si taglia il traguardo. La Mercedes guidata da Ralph De Palma, che stava dominando la seconda edizione della 500 Miglia di Indianapolis, si fermò per un’avaria al motore a due giri dalla fine. Non il suo pilota: gli bastò un’occhiata d’intesa col meccanico di guida Rupert Jeffkins per capire che quella macchina avrebbe potuto percorrere lo stesso le ultime miglia. Sulle loro gambe. La spinsero tra l’incredulità degli 80000 tifosi che, incoraggiando l’impresa, a stento si accorsero della vittoria di Joe Dawson sulla National.

De Palma e il suo meccanico spingono la Mercedes verso il traguardo

De Palma e il suo meccanico spingono la Mercedes verso il traguardo

 

La Mercedes si classificò ultima e, tecnicamente, quella corsa non la concluse nemmeno, arrivando solo all’inizio dell’ultimo giro. «Ma a dispetto della classifica ufficiale, sono io il pilota che ha vinto» rivendicò a fine gara Ralph. Che per la verità si chiamava Raffaele, perché quell’uomo emigrato dalla Puglia a soli dieci anni per cercar fortuna in America, nel 1912 non era ancora americano. Sarà il primo italiano – l’unico– ad aggiudicarsi la 500 Miglia di Indianapolis, tre anni dopo.

Il fascino dei mostri ruggenti

La sua famiglia veniva da Biccari, il piccolo comune della Capitanata dove lo stesso Ralph era nato il 19 dicembre 1882, e si era imbarcata a fine secolo su uno di quei piroscafi che portavano dritti ad Ellis Island. Brooklyn divenne la sua Terra Promessa: nel quartiere povero di New York, Ralph lavorò nella barberia del padre, poi come pony express di frutta e verdura. Ma fu lo sport a conquistarlo. Con i primi soldi comprò una bicicletta, e nel 1899 vinse la sua prima gara nel velodromo di Valisburg, New Jersey.

Il velodromo di Valisburg nei primi anni del Novecento

Il velodromo di Valisburg nei primi anni del Novecento

 

In seguito si misurò nelle corse motociclistiche, in sella a una delle “Indian” che il negozio di biciclette per cui era passato a lavorare aveva avuto la licenza di vendere. In una gara amatoriale al Coney Island Driving Park, con i suoi avversari capitolati uno dopo l’altro, fu il solo ad arrivare fino in fondo: il podio fu tutto suo, ma gli organizzatori lo costrinsero a guadagnarsi la medaglia d’argento siglando con un altro giro di pista il record di velocità del circuito.

Nel 1904 i tempi sono maturi per il salto sulle quattro ruote: quei mostri ruggenti, più belli della Vittoria di Samotracia, conquistano anche Ralph, che la sua macchina da corsa vuole progettarsela da sé: il modello partorito nel 1906 non è conforme alle norme stabilite dalla AAA (American Automobile Association), ma basta a Fred Moscovics, un rivenditore di pezzi di ricambio automobilistici, per notare il suo ideatore. Ralph firma per lui, e ha inizio anche la sua carriera nell’automobilismo.

Una serie di vittorie

Dopo l’esordio con la Allen-Kingston, gareggia fino al 1911 con la Fiat al volante della Cyclone, motore quattro cilindri, un gioiello di ingegneria meccanica di gran lunga superiore agli altri bolidi in circolazione sui circuiti americani. Poi passa alla Mercedes. Nel 2012 conquista a Milwaukee la Vanderbilt Cup, confermandosi il numero uno della competizione anche due anni dopo, a Santa Monica, dove a bordo della Gray Ghost strappa a Barney Oldfield la vittoria.

Barney Oldfield, uno dei più temibili avversari di De Palma

Barney Oldfield, uno dei più temibili avversari di De Palma

 

È in quella occasione che Ralph dà prova di essere non solo un pilota veloce (suo il nuovo primato di velocità della manifestazione), ma anche un sottile stratega. Pressando Oldfield, leader della corsa, a dieci giri dalla fine si rende conto che la ruota anteriore sinistra della macchina avversaria sta per cedere, accelera e sorpassa. Poi dà ai suoi meccanici il segnale di voler rientrare ai box al giro successivo sperando che Oldfield se ne accorga e decida di cambiare le gomme prima di lui. Un bluff non necessario: il suo rivale sarà costretto a un pit-stop per il deterioramento di quella stessa ruota, e Ralph potrà proseguire verso la vittoria in scioltezza.

Astuto ma mai scorretto, quando in una gara del 1912 rimase ferito in uno scontro accidentale con un avversario, si assunse la responsabilità dell’accaduto. Quando in un’altra corsa un ragazzo si ruppe un braccio a causa di una manovella che lo colpì rimbalzandogli addosso mentre accendeva il motore della sua macchina, Ralph, al termine dell’ennesimo successo, disertò la cerimonia di premiazione per trascorrere l’intera serata al suo fianco.

Gareggiò anche in Europa, al Gran Premio di Francia 1912 e 1914, andando a prendersi personalmente la Mercedes con cui avrebbe vinto la sua corsa più importante. Fece in tempo a imbarcarla ad Anversa sul mercantile tedesco Vaterland, mentre lui lasciava il Vecchio Continente a bordo dell’Olympic: pochi giorni dopo scoppiava la Grande Guerra.

Il trionfo a Indianapolis

Alla 500 Miglia del 1915 Ralph non ha rivali, tranne uno: ancora la sua macchina. A tre giri dalla fine si rompe una biella e al pilota sembra di sprofondare in un angoscioso déjà vu. Ma stavolta il motore regge e De Palma può tagliare il traguardo per primo entrando nella storia e riscattando la reputazione degli emigranti italiani oltreoceano: gli Stati Uniti gli concederanno la cittadinanza americana soltanto nel 1920, l’anno in cui Hollywood lo scrittura per un piccolo ruolo nel film High Speed.

Nel frattempo, Ralph guida altre macchine, raggiungendo sulla sabbia di Daytona Beach la velocità record di 241 km orari. In totale saranno 2557 le sue vittorie nelle 2889 competizioni di una carriera quasi trentennale.

De Palma al volante della sua Mercedes festeggia la vittoria di Indianapolis

De Palma al volante della sua Mercedes festeggia la vittoria a Indianapolis

 

Oggi la storia di Ralph De Palma, scomparso nel 1956, rivive nelle celebrazioni che la sua città di origine gli ha tributato in occasione del centenario dell’impresa di Indianapolis: una mostra itinerante e un monumento che rappresenta un bambino intento a giocare con un’automobilina. Biccari riabbraccia così quel criatur’ svezzato troppo presto, che divenne l’idolo di un altro bambino italiano capace di sognarsi al volante di un bolide, Enzo Ferrari. Un fil rouge nel segno del mito.

Graziana Urso
© Riproduzione Riservata

 

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