O. J. Simpson

O.J. Simpson (© Getty Images)

O.J. Simpson (© Getty Images)

 

Un caso di coscienza

La verità non si può ridurre a un’unica prospettiva. Ѐ da questa logica che è necessario partire per analizzare uno dei casi giudiziari più rocamboleschi di fine novecento. Denominato, non a caso, «il processo del secolo», la storia che vede come imputato e principale accusato il giocatore di football americano O.J. Simpson ha tutti gli ingredienti necessari per trasformarsi in una moderna Soap Opera. Accusato del duplice omicidio della ex moglie Nicole Brown e di un giovane cameriere che si trovava con lei, Ronald Goldman; Simpson, malgrado prove schiaccianti e una ancor più discutibile fuga, che potrebbe apparire a tutti gli effetti come un indizio di colpevolezza, fu assolto.

Nel lontano 1995 il processo fu trasmesso atto dopo atto in diretta televisiva, permettendo così l’affermazione dei primi canali All News 24 ore su 24, il che sancì in un certo senso l’ingresso della formula del Reality Show come mezzo per l’intrattenimento di massa. Oggi il processo torna in vita sul piccolo schermo grazie alla serie televisiva promulgata da Fox Crime per il ciclo American Crime Story, trasmessa in Italia dal 6 aprile. I produttori Ryan Murphy, Scott Alexander e Larry Karaszewski hanno garantito una ricostruzione meticolosa degli eventi e si sono avvalsi di interpreti d’eccezione, quali David Schwimmer –noto volto di Friends-, John Travolta e Sarah Paulson. Una storia a più voci, che si tramuta in una messa in scena corale, dove ogni volto professa una sua verità che conduce a mettere in discussione quanto prima si credeva di conoscere e comprendere. Sono trascorsi oltre vent’anni dal giorno di quell’omicidio che sconvolse l’America intera, tuttavia il tempo sembra essere passato invano: il processo a O.J. Simpson riporta in luce ombre non ancora dissipate, conflitti che ancora avvelenano alla radice la società odierna, come la discriminazione razziale, la violenza della polizia nei confronti della gente di colore. E, infine, i temi centrali delle nostre cronache: gli abusi domestici, il femminicidio.

Tutto questo apparentemente sembra ruotare attorno alla figura di un uomo: Orenthal James Simpson, «l’assassino più innocente del mondo», come l’ha definito un giornalista. L’idolo d’America, ex stella dei Buffalo Bills, l’immagine del successo; o forse un bruto possessivo, un marito violento, troppo geloso, che nel suo delirio di onnipotenza non poteva sopportare che una donna sfuggisse al suo controllo.

Qual è il suo vero volto? Il caso Simpson ha un significato diverso per ogni persona
Oggi O.J. è un uomo stanco, avvilito dall’impaccio dei suoi centocinquanta chili, che cammina a fatica appoggiandosi a un bastone e teme di essere visto uscire di prigione in sedia a rotelle. Le notizie più recenti su di lui trapelano grazie alle indiscrezioni di un compagno di cella: «Ha raccontato a tutti che se ne andrà nel cuore della notte, così che nessuno possa fotografarlo su una carrozzina e sbatterlo poi in prima pagina su qualche giornale».
Ma questa è già la fine della nostra storia, procediamo con ordine.

Dai Persian Warrior ai Buffalo Bill

Lo sport apparve nella vita di O.J. Simpson innanzitutto come un’occasione di riscatto sociale. Fu l’inizio dell’attività sportiva a fare la differenza tra un prima e un dopo. Il piccolo Orenthal James era un bambino destinato a crescere sulle soglie della delinquenza. I genitori divorziarono quando aveva appena quattro anni e O.J. fu allevato dalla madre. Il padre, affetto da AIDS, morì nel 1986, ma rivelò il suo passato torbido solo poco prima della morte: era stato una famosa dragqueen nei locali di San Francisco. Simpson nell’infanzia non ebbe certo vita facile, ai problemi familiari si accompagnava una grave forma di rachitismo che lo rendeva un Forrest Gump in miniatura. Camminava grazie al supporto di bretelle che gli permettevano di sorreggersi e, sicuramente, vedendolo allora nessuno avrebbe mai immaginato il suo futuro luminoso di campione.
Da bambino dalla salute cagionevole a ragazzaccio di strada. La prima incarcerazione di O.J. risale agli anni dell’adolescenza, segnando così la prima metamorfosi della sua vita. Nel periodo burrascoso della pubertà, Simpson entrò a far parte di una gang di strada chiamata “Persian Warrior” e fu detenuto per un breve periodo al Youth Guidance Center di San Francisco. Un fattaccio presto archiviato, perché durante gli anni delle scuole superiori O.J. rivela le sue straordinarie facoltà atletiche, doti fuori dal comune che lo strappano da un destino segnato e gli aprono le porte di un college prestigioso: la University of Southern California. Dopo una breve parentesi come calciatore nella squadra dei Galileo Lions, Simpson si mette in mostra come giocatore di football nel ruolo di runningback. Nel 1968, suo ultimo anno di studi, vince il prestigioso Heisman Trophy e viene nominato atleta dell’anno, grazie a 21 touchdown e al record di 3.187 iarde in diciotto partite.

Terminato il college, i Buffalo Bill già lo attendevano a braccia aperte, aprendogli così la strada del professionismo. Viene scelto nel Draft NFL come primo assoluto e da quel momento diventa l’uomo dei record. Ormai in lui non c’è più traccia del bambino rachitico, dell’adolescente spericolato che vagava inquieto per quartieri malfamati. O.J. Simpson è un uomo nuovo, il volto inscalfibile dell’eroe d’America. Si dedica anche al cinema, confermandosi protagonista di pellicole di successo; è noto in particolare per il suo ruolo nel film Una pallottola spuntata. In campo abbatte un record dopo l’altro, collezionando risultati di rilievo. Nominato miglior runningback nel 1972, tuttora risulta il solo giocatore ad aver corso le 2000 yard nella stagione regolare, in appena 14 partite. Solo nel 1978, ormai a fine carriera, riuscirà a coronare il sogno di giocare per la squadra della sua città, indossando la maglia dei San Francisco 49ers.

Nel frattempo Simpson, dopo un matrimonio burrascoso alle spalle, convola di nuovo a nozze con la bella Nicole Brown divenendo, apparentemente, anche marito benevolo e padre esemplare.

O.J. Simpson e Nicole Brown (© Getty Images)

O.J. Simpson e Nicole Brown (© Getty Images)

 

Foto dell’epoca lo ritraggono sorridente e affabile mentre cinge con un braccio la moglie e accarezza i bambini. Ora risulta difficile accostare il suo volto a quelle immagini serene, alla luce degli avvenimenti successivi. Tutto cambiò improvvisamente il 13 giugno 1994. Da quel momento calò un’ombra sulla figura inattaccabile di O.J. Simpson: non era più il campione indiscusso, l’uomo dei record. C’era chi accostava al suo nome un’accusa, una parola impronunciabile. D’un tratto il suo viso perdeva perfino ogni connotato umano agli occhi della gente: diventava il volto di un assassino. E nella sua forza fuori dal comune c’era chi iniziava a scorgere un sinonimo di violenza disumana.

Il processo

Quanto accadde dopo divenne di pubblico dominio. Nei mesi seguenti chiunque in America poteva emettere il suo verdetto riguardo al caso Simpson. Non c’era persona che non si fosse fatta una valida opinione a proposito. I corpi di Nicole Brown e Ronald Goldman erano stati ritrovati orribilmente massacrati a Brentwoord, all’875 di South Bundy Drive, nel giardino del condominio di lei.
Il corpo di Nicole mostrava i segni di dodici coltellate e appariva quasi decapitato, mentre sul corpo dell’uomo vennero riscontrate oltre venti coltellate. Il principale indiziato del caso risultò essere proprio O.J. Simpson, denunciato più volte dalla ex moglie per maltrattamenti. Appresa la notizia, l’impavido eroe d’America pensò bene di darsi alla fuga. Una parabola iperbolica degna di una pellicola hollywoodiana; un caso di omicidio si trasformava così nella Soap Opera perfetta.
Sulle autostrade di Los Angeles inizia un inseguimento cinematografico, trasmesso in diretta tv e seguito da oltre settantacinque milioni di telespettatori. I picchi di pathos furono raggiunti dalle ripetute minacce dello stesso Simpson che ribadì più volte l’intenzione di uccidersi estraendo una pistola. Comportamento che senza dubbio appare come un’ammissione di colpevolezza, non può certo essere giudicato come indizio di una coscienza pulita, che non teme nulla. Dopo essersi barricato nella sua auto per ore, alla fine Simpson decise di arrendersi e venne scortato al distretto di polizia con le manette ai polsi.

La prima udienza del processo per l’omicidio di Nicole Brown e Ronald Goldman si tenne il 24 gennaio 1995. Duecentocinquantatre giorni dopo si giunse al capitolo conclusivo: il 3 ottobre 1995 la giuria emise il verdetto. Un verdetto varato in meno di quattro ore, un tempo quasi ridicolo considerando la durata del processo. O.J. Simpson veniva proclamato innocente e prosciolto da ogni accusa. C’era il suo sangue sotto le unghie delle vittime e nel giardino dove si era compiuto l’omicidio, ma questo non conta. Di fronte alla spettacolare arringa del suo Dream Team, così vennero chiamati gli avvocati di eccellente livello arruolati da Simpson per la difesa, ogni accusa appariva vana. La difesa contava elementi di prim’ordine: quali John Cochran, Robert Shapiro e Robert Kardashian. Riuscirono a dimostrare che le prove del DNA non erano attendibili, perché svolte secondo una procedura errata. Per smuovere le coscienze della giuria invece fecero leva sulla discriminazione razziale, in particolare provarono l’orientamento razzista dell’investigatore che si era occupato delle indagini, Mark Fuhrman. Furono intercettate alcune telefonate di Fuhrman in cui si udiva distintamente il poliziotto scagliare offese e bestemmie contro la gente di colore, e infine aggiungere una frase piuttosto sconveniente: «…in qualche modo le prove saltano fuori».
A nulla valsero i tentativi dell’accusa di appellarsi alla gelosia di Simpson, al suo comportamento violento, alle numerose denunce avanzate dalla moglie nei suoi confronti e rimaste a lungo inascoltate.
Il pubblico ministero Marcia Clark si batté con tutta se stessa per non lasciare impunito un crimine atroce, l’ennesimo caso di femminicidio, l’assassinio di una donna considerata proprietà privata di un uomo. Voleva arrivare a tutti i costi a una condanna e per farlo rischiò di perdere perfino l’affidamento dei figli. La sua amarezza non si è attenuata con il trascorrere del tempo, ancora oggi si trova a fare i conti con quel grido innocente rimasto inascoltato, e duramente commenta:«Penso che anche se avessero avuto un video con lui che commetteva l’assassinio lo avrebbero comunque assolto».

La prova dei guanti

La prova dei guanti

 

Nel corso del processo fu smontata perfino la prova cardine dell’accusa: i guanti insanguinati. Per decisione del procuratore Darden furono fatti provare a Simpson i guanti del crimine, sebbene Marcia Clark e il suo team sostenessero che il tessuto potesse essersi ristretto a causa del caldo e dell’umidità. Memorabile l’espressione esterrefatta di Simpson, da attore consumato, quando indossa i guanti che si rivelano effettivamente troppo stretti per le sue mani. Divenne celebre la frase dell’avvocato Cochran: «If it doesn’t fit, you must acquit».
Se non calzano, dovete assolverlo. Il mito americano non era stato distrutto.

L’epilogo

Il caso Simpson può dirsi tuttora aperto. Nel corso degli anni sono emerse altre prove, tra cui un coltello insanguinato sepolto nel giardino dello stesso Simpson, considerato l’ipotetica arma del delitto. Nel frattempo è successo di tutto: confessioni di ex carcerati poi smentite, ammissioni di colpevolezza di Simpson poi ritirate; un carosello interminabile di menzogne e accuse destinato a non finire mai. Un processo civile, intentato alcuni anni dopo in seguito a un ricorso, si concluse con l’ex campione di football obbligato a versare otto milioni e mezzo di dollari alle famiglie delle vittime. Forse pagando O.J. si illudeva di avere ancora le mani pulite, come se quei guanti insanguinati fossero davvero troppo stretti e tutto il sangue versato in quella folle notte di giugno non l’avesse minimamente macchiato.
Nel 2008 O.J. Simpson ebbe altri guai con la giustizia e finì di nuovo in carcere con l’accusa di rapina a mano armata. Dopotutto oggi sta scontando la sua condanna.

O.J. Simpson e Nicole Brown

O.J. Simpson e Nicole Brown

 

A storia conclusa vale la pena soffermarsi su questa donna così oscenamente massacrata, Nicole; il vero personaggio tragico dell’intera vicenda e forse l’unico che davvero meriti attenzione. L’immagine della vittima è stata troppe volte dissacrata in un processo che, come sostenne l’avvocato dell’accusa Marcia Clark, si era poi trasformato in un circo.

La vittima. C’è lei, Nicole: una donna che aveva più volte denunciato le violenze dell’ex marito, che da lui era fuggita e da lui, nonostante tutto, si trovava ancora perseguitata. Era nata in Germania e cresciuta nella soleggiata California. Lavorava come cameriera al Daisy Cafè di Beverly Hills quando aveva conosciuto Simpson. Lui si era immediatamente invaghito e per amore di lei aveva mandato a monte il suo primo matrimonio. Ma O.J. era un marito violento, possessivo, geloso. L’unico legame saldo tra loro era costituito dai figli, Sydney e Justin, amatissimi dalla madre che li accompagnava a danza e a karate e organizzava per loro festicciole di ogni sorta. Per il loro bene Nicole sopportò oltre ogni limite. Degli amici raccontarono di aver visto più volte sulle sue braccia delle bruciature di sigaretta che lei ridendo attribuiva “a piccoli incidenti”. Nel 1992 la situazione divenne insostenibile e Nicole chiese il divorzio, che motivò con differenze inconciliabili tra lei e il coniuge.
In un attimo di debolezza aveva confessato alla madre di essere spaventata perché lui la seguiva dappertutto: «I’m afraid this man will kill me some day».
Ho paura che quest’uomo mi uccida, un giorno.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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