Mike Tyson

Mike Tyson

Mike Tyson

 

La verità dell’uomo d’acciaio

In un’aula di tribunale c’è da aspettarsi una resa dei conti diversa da quella fra le corde di un ring, ma l’atmosfera è la stessa. Si avverte la tensione palpabile dell’attesa, mentre circola una rabbia cieca, sommersa, a gridare una giustizia che l’altro non vuole sentire o non può, perché sta gridando allo stesso modo, magari più forte. Due verità contrastanti che si confrontano nella pretesa di essere in ugual modo possibili.

Sono sempre due persone a fronteggiarsi: contendente o imputato poco importa, quel che è certo è che non ne usciranno nello stesso modo in cui vi sono venuti, perché su un capo si abbatterà greve il giudizio di una condanna. Fisica o morale, in fondo non fa differenza. Diverso è il peso da mettere sulla bilancia: da una parte la giustizia, dall’altra la vittoria. Che vinca il migliore, che giustizia sia fatta!
Ma non sempre è il migliore a vincere e, nella stessa misura, raramente è la giustizia a trionfare.

Mike Tyson sapeva bene come ottenere una vittoria sul ring, mentre qui, seduto, in questa sedia troppo stretta per lui, sente di essere nel posto sbagliato, dove non può combattere secondo le sue regole. Stavolta i pugni è costretto a tenerli ben chiusi, magari anche in tasca. Con le parole si ingarbuglia perché non sono le sue: gliele ha messe in bocca il suo avvocato, Vincent Fuller, dietro l’obbligo di non essere per nessun motivo arrogante né irascibile né volgare. Eccolo, dunque: agghindato di tutto punto, goffo in quei vestiti che lo rendono nervoso forse per il caldo, oppure per la tensione. Docile come un agnellino di fronte a un pubblico che prima lo aveva visto solo sul ring, dispiegato in tutta la sua potenza, schiumante di rabbia e di sudore. Avevano conosciuto la tigre, ora vedevano un gattino; eppure ai loro occhi tigre restava. Sul ring era il trionfatore indiscusso, ma sul banco dei testimoni i segni della gloria apparivano come le prove inequivocabili della sua colpevolezza. I suoi pugni sul ring non avevano avuto pietà per nessuno, perché fuori dalle corde ci sarebbe dovuta essere differenza?
Quando tutti iniziano a credere che tu sia un mostro forse lo diventi per davvero.

Il processo

Tyson di certo si trova in una posizione pericolosa: l’accusa, oltre che infamante, non concede attenuanti. Incriminato per violenza carnale ai danni di Desirée Washington, studentessa diciottenne, aspirante Miss America. Da una parte dello scranno dunque lui: emblema della forza, dell’arroganza, abituato a ogni genere di eccesso. Un colosso insormontabile di muscoli, un corpo dimentico di ogni accenno di tenerezza. Dall’altro lato, invece, Desirée: ragazza giovane, ingenua, troppo bella per passare inosservata, che fa sfoggio di due occhioni da cerbiatta colmi di lacrime e pudore.

Il semplice confronto fisico è sufficiente a far pendere il giudizio di qualsiasi persona dotata di buonsenso verso la verità sostenuta dalla reginetta di bellezza. Vale a ben poco il travestimento improvvisato di Tyson: quella finta aria composta, quel nervosismo trattenuto, la voce flebile, quasi timida, mentre replica: «È piuttosto volgare, se Vostro Onore me lo consente…».

Mostra un riserbo inconcepibile, il pugile, nel raccontare quanto successo; una pudicizia che stride terribilmente con la sua figura di uomo esuberante e spettacolare. Lui, dato in pasto agli spettatori del mondo intero mezzo nudo nelle pose più conturbanti, ora sembra in difficoltà nel mostrare qualsiasi aspetto intimo.

Il clamore mediatico dell’evento ha risonanza mondiale: il processo divide le opinioni della gente in una spaccatura netta. La difesa si aggrappa proprio alla popolarità del personaggio coinvolto: carta sfruttata dalla reginetta emergente per ottenere visibilità e successo. «Il rapporto c’è stato» ammette Mike, seduto al banco dei testimoni «ma era consenziente». L’ipotesi azzardata da Tyson è che la ragazza si sia vendicata perché ferita dall’idea di essere solo una conquista passeggera, ed ora intenda rovinarlo. «Si è offesa perché non l’ho accompagnata all’uscita dell’albergo», replica cauto il pugile.
Di diverso avviso è l’autista della limousine che ha accolto Desirée al termine della serata. «La ragazza era sconvolta,» sostiene la donna «molto confusa. Non sapeva bene dove si trovava

Una testimonianza non ammissibile, a detta del pugile, perché quella stessa donna serbava gelosia e rancore in seguito a una loro relazione precedente. Una congiura, dunque? Una coalizione che trovava nell’informazione mediatica la chiave per disonorare una carriera riuscita?
Inchiodato al banco dell’accusa, Tyson non ha dubbi: ecco la vita fuori dal ring, quella su cui si era illuso di esercitare un discreto controllo; ora si trova crocifisso da ogni sua arroganza, da ogni prevaricazione non risolta a pugni e denaro. Forse, per la prima volta, capisce che i sentimenti si nutrono della stessa forza che governa il vento: e sull’imprevedibilità di un’emozione lui, l’uomo d’acciaio, non ha alcun potere.

La giuria di Indianapolis crede a Desirée Washington, il verdetto finale è: colpevole. La condanna ufficiale imposta a Tyson è di dieci anni di carcere, ma può ancora contare su una riduzione della pena in caso di buona condotta. A incastrare il Cannibale del ring non sono state tanto le testimonianze, alcune piuttosto paradossali, raccolte in tribunale, quanto la sua fedina penale poco pulita. Il suo passato criminale, unito all’accusa di una ragazza innocente, lasciava spazio a poche smentite.

Mike Tyson guarda in faccia la sua condanna già scritta nel viso impietrito di Desirée, che non accenna a sorridere, malgrado la ragione, a detta del giudice, sia sua. Capisce che avrà quell’immagine stampata nelle retine per sempre. «Non ho mai abusato di Desirée Washington,» dirà dopo aver scontato la sua pena «ma con le conseguenze della sua azione dovrò convivere fino alla morte.» Pronto per essere scortato nelle sue prigioni, Mike ripensa a tutte le volte nella vita in cui era stato condannato anche se, apparentemente, nessuno gli aveva mai agganciato delle manette ai polsi. Lui, però, la stretta di quelle manette l’aveva sempre sentita e proprio per liberarsene era salito sul quadrato del ring.

Ricorda il bambino che era stato, le stagioni sempre uguali che si susseguivano nel ghetto e, d’improvviso, capisce perché l’idea di essere rinchiuso fra le sbarre non gli appare tanto terribile.

L'allevatore di piccioni

L’allevatore di piccioni

 

L’allevatore di piccioni

Era troppo basso per la sua età, però di muscoli ne aveva, questo lo rendeva sproporzionato come un gigante rimpicciolito. I suoi coetanei lo deridevano, «Mike il testone!» gridavano, ma del resto avrebbero colto qualsiasi pretesto per insultarlo. I suoi vestiti erano sporchi, lo sapeva, perciò non si voltava nemmeno quando lo chiamavano «Mike lo sporco.» Poi c’era quell’insopportabile difetto della voce: era troppo sottile, doveva ancora arrochirsi, temeva di pronunciare la esse perché usciva sempre come un lungo sospiro. Chissà se un giorno sarebbe cambiata davvero. «Piccola fata!» rincaravano intanto i compagni divertiti, facendolo apparire ancora più ridicolo. A casa non poteva trovare consolazione, almeno che non si fosse attaccato anche lui alla bottiglia come faceva sua madre Lorna, incapace di accettare l’abbandono del marito. Le strade di Brownsville, uno dei quartieri più pericolosi di America, non gli offrivano alcun riparo, quindi trasformò un edificio abbandonato nel suo rifugio segreto. Gli unici abitanti del luogo, i piccioni, diventarono i suoi migliori amici. Si divertiva ad allevarli e non perdeva un’occasione per trovarsi in mezzo a loro in compagnia di Killer, un cagnolino trovatello che gli stava sempre alle calcagna, forse perché solo e abbandonato come lui.

Il primo pugno Mike lo tirò proprio per difendere i suoi piccioni e non si pentì di averlo fatto: comprese che a Brownsville avrebbe ottenuto più rispetto con la violenza che con le buone maniere. Per divertirsi un ragazzo aveva staccato la testa a uno dei suoi piccioni: in quell’istante Mike provò talmente tanta rabbia che pensò di esplodere se non l’avesse sfogata tutta. Iniziò così: poi comprese che ad ogni pugno quel nodo che aveva dentro si allentava e continuò a colpire, ancora e ancora.
Si creò la fama di picchiatore e nessuno più osava chiamarlo “fatina”, imparò a non temere le strade di Brownsville, ma ne rivendicò l’assoluto controllo insieme alla gang di cui era capo, The Jolly Stomper.

A dodici anni sembrava avviato a diventare un criminale: aveva già collezionato oltre una trentina di arresti e visitato altrettanti riformatori. Arrestato per l’ennesimo scippo venne rinchiuso nel riformatorio di Tryon: qui l’incontro con il secondino Bobby Stewart cambiò il corso del suo destino. Stewart strappò Tyson da una delle tante risse scoppiate nella prigione: contrariamente alle previsioni non lo punì, piuttosto ebbe la lungimiranza di vedere nella sua abilità una tecnica che andava oltre la pura violenza.

Lo presentò al leggendario Cus D’Amato, allenatore celebre per aver allenato campioni del calibro di Floyd Patterson. Al primo incontro apparvero subito chiare le potenzialità del ragazzo: una forza spaventosa, una potenza devastante in cui sfociava tutta la sua rabbia. Cus D’Amato non ci pensò due volte, decise di accogliere il ragazzo nella sua casa di Catskill e, due anni dopo, lo adottò legalmente salvandolo da quel tunnel senza scampo che era la vita nel riformatorio.

Come predetto da Cus, la carriera di Mike era destinata al successo: come dilettante disputò 54 incontri di cui 48 vinti e il suo primo match da professionista si concluse con una fulminea vittoria per KO al primo round.

A vent’anni già conquistava il titolo mondiale battendo il campione in carica Trevor Berbick, noto per aver sconfitto Muhammad Alì nell’ultimo match di The Greatest. Tyson era giovane, sano, invincibile, pronto a dar sfogo ai suoi demoni interiori fra le corde del ring. Ad ogni pugno corrispondeva un compenso, così ben presto si ritrovò a capeggiare sulle copertine delle principali riviste sportive e a condurre una vita da nababbo. Trecento milioni di dollari in tasca, si credeva padrone del mondo e forse lo era: l’intero globo del suo personalissimo universo ruotava attorno alla punta del suo dito indice. Poteva permettersi stravaganze di ogni genere, compreso lo sfizio di allevare una tigre bianca in giardino. Molto più di un cane da guardia, altroché: una bestia pesante un quintale esclusi artigli e zanne, di nome Kenya, che lui accarezzava quasi fosse un gattino.

Questo fu l’inizio della sua supremazia incontrastata nel regno dei pesi massimi, una serie di successi interrotti bruscamente dalla sentenza inappellabile di una condanna. Secondo alcuni la carriera di Iron Mike aveva già cominciato ad incrinarsi già da un po’ prima del processo, quel che è certo è che al suo ritorno, nel marzo 1995, non fu più lo stesso di un tempo.

L'incontro

L’incontro

 

La belva nel cuore

Trascorsi 1095 giorni di reclusione, Tyson ottenne la libertà, beneficiando di un abbondante sconto per buona condotta. Uscì dal carcere di Plainfield, nello Stato dell’Indiana, dopo tre anni rinchiuso fra quelle mura all’interno delle quali non si era risparmiato la soddisfazione di ogni suo vizio. Lui, del resto, alla vita nel carcere c’era stato abituato fin dall’infanzia e, per quanto dura, non tardò ad adattarvisi.

Salì di nuovo sul ring ammaliando il pubblico con un ritorno in grande stile: ottenne il titolo di campione dei pesi massimi abbattendo il britannico Franck Bruno alla terza ripresa. Il carcere non l’aveva cambiato, apparentemente. Almeno, non aveva ridotto la sua potenza. La differenza di cui molti non si erano ancora resi conto consisteva nel fatto che ora Iron Mike non avrebbe più accettato una sconfitta, per nessun motivo. Ogni pugno inferto trasudava odio per la condanna patita, a suo avviso, ingiustamente; ogni suo pugno rivendicava una libertà a lungo negata; sprigionava una furia cieca che non si curava dell’avversario perché Mike Tyson combatteva contro la sua vita lacerata.

Il match contro Evander Holyfield decretò la sconfitta che Tyson non poteva prevedere: a seguito di quell’incontro si eclissò l’uomo e insorse la belva. Fu sconfitto, fra lo stupore collettivo, all’undicesima ripresa. A Las Vegas, il 28 giugno 1997 era la data prefissata per il secondo incontro: sulla pelle di Tyson scottavano ancora i colpi patiti la volta precedente, nella sua mente martellava fisso il pensiero della rivincita.

Da qui accadde l’inimmaginabile. Al terzo round Tyson, ferito all’arcata sopraccigliare, si avventò sul rivale fuori da ogni controllo. Bloccò Holyfield imprigionandolo in una stretta ferrea e, con una mossa imprevedibile, morse l’orecchio dell’avversario con una presa violenta. Tanto violenta che un pezzo di cartilagine gli pendeva dalle labbra al termine dell’assalto. Quell’atto inumano non pareva essere abbastanza perché dopo un istante, sputata la cartilagine, il pugile si lanciò senza freni sull’orecchio sinistro. A questo punto tuonò immediato l’intervento dell’arbitro, Mills Lane, che interruppe l’incontro con una sentenza senza precedenti: la squalifica di Mike Tyson. La vittoria passò direttamente a Holyfield, operato d’urgenza in seguito ai danni riportati.

Il nuovo volto di Tyson

Il nuovo volto di Tyson

 

Il ring della vita

Malgrado la squalifica, trascorsero anni prima del ritiro definitivo di Tyson dal mondo della boxe. Anni lunghi, travagliati, insidiosi. Oltre alla nuova, tragica fama di cannibale, Iron Mike si ritrovò invischiato in altri guai legali legati alla droga, all’alcol, ai debiti, culminati con la dichiarazione di bancarotta nel 2003.

Una vita sempre al limite, la sua, spesso oltre ogni requisito imposto dalla comune decenza. Difetti, vizi, dipendenze espresse senza censure nella sua autobiografia An undisputed truth. Si professò sempre innocente riguardo all’accusa di stupro, mentre sull’attacco a Holyfield si espresse senza mezzi termini: «Lo volevo uccidere. Lo avrei ucciso.» Parole dure che fanno rabbrividire, quasi quanto quel tatuaggio maori che gli copre metà del volto conferendo alla sua espressione un’aria sinistra che non si può negare. Un disegno tribale, nero come la pece, che urla rabbia più di tutte le sue cicatrici: Tyson lo commissionò all’artista S.Victor Whitmill perché gli coprisse la faccia. «Odio il mio volto,» disse alla Stampa. Intendeva letteralmente cambiarsi i connotati, ma Whitmill ridusse il progetto originale in modo che fosse meno invasivo.

Non un tatuaggio per ricordare dunque, ma per cancellare: una maschera dietro cui far scomparire gli errori. Forse, in fondo al suo cuore pieno di rabbia, Mike è rimasto sempre il bambino del ghetto alla ricerca di un rifugio da quel mondo che vuole a tutti costi renderlo cattivo.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

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