Bobby Riggs vs. Billie Jean King

1973: la n.2 del tennis mondiale e un campione di Wimbledon in ritiro (© Corbis)

1973: la n.2 del tennis e un campione di Wimbledon in ritiro (© Corbis)

 

La battaglia dei sessi

Superato mezzo secolo di vita, Robert Larimore Riggs, detto Bobby, intravedeva dinanzi a sé il profilarsi della vecchiaia. I suoi trionfi tennistici restavano confinati in un passato ormai remoto, gli davano ben poca consolazione ora che nello specchio si delineava il fitto intreccio delle rughe. Campione di Wimbledon, nel 1939 era stato vincitore del titolo in singolare, doppio e doppio misto. La seconda guerra mondiale non aveva fermato il suo passaggio al professionismo con il Professional American Single Championship che vinse per due anni di fila, nel 1946 e nel 1947, per poi confermarsi nuovamente nel 1949.

Sprezzante degli allenamenti ma dotato di un talento naturale in grado di salvarlo in ogni circostanza, era simile a quegli studenti intelligenti ma svogliati, che sanno sempre cavarsela con acutezza e parlantina. Aveva costantemente bisogno di nuovi stimoli per le sue vittorie, il che lo condusse a intraprendere una carriera di scommettitore. Con la variante, discutibile, di rendersi oggetto delle sue scommesse. Ammise, in seguito, di aver vinto una fortuna puntando su se stesso a Wimbledon.

In ogni caso, quei tempi erano finiti. Bobby Riggs non poteva più scendere in campo glorioso con i suoi consueti boccali di birra. Non appena le luci dei riflettori su di lui si erano spente, aveva detto addio alle competizioni. Non era il tipo da stare dietro le quinte, lui pretendeva la ribalta, e contro i giocatori più giovani non aveva speranze: era stato il sopraggiungere sul terreno di gioco di tennisti quali Jack Kramer e Pancho Gonzales a spingerlo al ritiro.

Riggs negli anni Quaranta

Riggs negli anni Quaranta

 

La racchetta appesa al chiodo per vent’anni, quindi, almeno fino a quel confronto spietato con lo specchio varcata la soglia della cinquantina. La sua partita migliore Bobby la doveva ancora giocare, ne era del tutto consapevole. Decise così di ritornare sulla scena, a patto che ci fosse un valido avversario a fronteggiarlo. I tennisti più giovani erano da scartare, l’abissale differenza d’età l’avrebbe annientato in partenza. Da qui, l’imprevedibile scelta: avrebbe giocato contro una donna. E non una qualsiasi, pretendeva, dall’altra parte della rete, le migliori campionesse dell’epoca: Billie Jean King e Margaret Court. Seguendo la prediletta arte delle scommesse, Riggs mise in palio un assegno di trentacinquemila dollari per il vincitore. Che, dal suo punto di vista, non sarebbe potuto essere altri se non lui stesso. Dietro questo gesto si mascherava il disperato bisogno di un uomo di dimostrarsi all’altezza nonostante l’età, anche se la sfida lanciata appariva sotto tutt’altra veste: una battaglia fra i sessi per ottenere la supremazia nello sport.

The Mother’s Day Massacre

L’iniziativa apparve a Billie Jean King per quello che, effettivamente, era: la pagliacciata di un campione dimenticato che intende ad ogni costo ritornare alle luci della ribalta. Liquidò la faccenda lasciando trasparire tutta la sua pena: «Non abbiamo niente da guadagnarci», tagliò corto.

Ben diversa fu, invece, la reazione della Court, prima giocatrice in classifica e unica vincitrice di tutti e quattro i titoli nel Grande Slam. Dall’alto del suo piedistallo si sentiva imbattibile, così individuò in quella sfida una facile occasione per alimentare la sua gloria, degnando di poca considerazione le forti implicazioni sociali che ne sarebbero derivate. Fronteggiò Bobby Riggs il 13 maggio del 1973 a Ramona, in California, il giorno della Festa della Mamma. L’episodio passò alla storia come The Mother’s Day Massacre una sconfitta tanto fulminante da non lasciare traccia. La Court venne battuta in soli 57 minuti e due set di gioco da Riggs che, in seguito, apparve con il suo ghigno altezzoso sulle prime pagine di Sport Illustrade e Time Magazine. In verità, non si era trattato di un confronto volto a dimostrare una parità sessuale, ma soltanto di una sfida fra due persone imbevute di gloria, entrambe troppo sicure di vincere.

Bobby Riggs e Margaret Court  (© AP Photo/Wally Fong)

Bobby Riggs e Margaret Court (© AP Photo/Wally Fong)

 

La Court era una fervida credente, fedele seguace di una chiesa protestante, e madre di famiglia; ben poco interessata alle battaglie per i diritti delle donne. Accolse la sfida sul piano personale e, allo stesso modo, anche la conseguente sconfitta. L’avrebbe presto dimenticata collezionando altri successi, tra cui la cifra record di vittorie – sessantadue – al Grande Slam.

Quella sconfitta bruciò più alla King, improvvisamente pentitasi di non aver accettato la sfida. Aveva detto a Margaret che quella non sarebbe stata una partita di tennis, ma un circo, ciononostante si era premurata di augurarle buona fortuna. E aveva aggiunto: «Fammi un favore, Margaret. Battilo».

La richiesta di Billie Jean era la stessa che riecheggiava nelle menti di tutte le donne a cui quella sfida appariva come una patetica presunzione maschilista. Probabilmente la Court non ne colse l’importanza e vide in Riggs un rivale come tanti, anzi, perfino meno valido degli altri in linea di anzianità.

Billie Jean invece riconobbe in quella sconfitta uno smacco collettivo. E non fu disposta ad accettarlo.

Da anni si batteva perché le tenniste fossero pagate quanto gli uomini e la débâcle di Margaret sembrava mandare in fumo le sue azioni di protesta. Era a bordo di un aereo in partenza per Honolulu quando apprese la notizia. La decisione fu immediata: rinunciò al viaggio e tornò a terra per battere Bobby.

Una rivincita sociale

Riggs, abbagliato dalle luci di nuovo puntate su di lui, non attendeva altro che una seconda sfida. Il fatto che la King avesse ritrattato il suo rifiuto lo imbaldanziva, senza contare che proprio lei aveva battuto Margaret Court l’anno precedente. Il prospetto di una seconda vittoria, a rimarcare la prima, lo entusiasmava.

Nel frattempo si preoccupava di affermare la sua posizione di fronte alla stampa, rilasciando dichiarazioni in grado di sconvolgere l’opinione pubblica dell’epoca: «Il posto delle donne è a letto e in cucina, in quest’ordine». E si autodefinì un maiale sciovinista. In realtà, era semplicemente un animale da palcoscenico, inguaribilmente afflitto da manie di protagonismo.

Mentre lui faceva fermentare l’attesa attorno al match, Billie Jean si preparava a combattere la sua crociata in difesa dei diritti delle donne. Soltanto l’anno precedente era stato approvato da Nixon il Titolo IX, una legge che vietava la discriminazione di genere nelle scuole e nello sport. La King voleva battersi anche per questo e per tutte le donne che, nell’America degli anni Settanta, a parità di mansioni erano pagate meno degli uomini e spesso relegate a mestieri inferiori. Per le donne a cui era proibito abortire e prendere decisioni perfino riguardo la propria persona. Guidata da questi intenti aveva fondato la Women’s Tennis Association di cui fu primo presidente, e il WomenSports Magazine. Era stata lei la prima donna a guadagnare centomila dollari nell’arco di una sola stagione sportiva, un fatto senza precedenti, che avrebbe avuto notevoli ripercussioni nella strada per l’emancipazione.

La sfida fra Billie Jean e Bobby ebbe forte risonanza mediatica. Il giorno dell’evento oltre 30.472 spettatori si radunarono all’Astrodome di Houston, in Texas, nonostante i prezzi da capogiro imposti ai biglietti. Chi non aveva potuto partecipare di persona teneva gli occhi fissi sullo schermo del televisore; le opinioni si dividevano, quella vittoria si era tramutata in una scommessa popolare.

La battaglia dei sessi Astrodome di Houston, 20 settembre 1973  (© AP Photo)

Astrodome di Houston, 20 settembre 1973 (© AP Photo)

 

Riggs si era preoccupato di allestire per bene il suo teatrino, progettando anche un ingresso in grande stile sul campo da gioco. La sera di giovedì 20 settembre 1973 si presentò indossando una giacca “Sugar Daddy” di una tinta giallo canarino e raggiunse il luogo dell’incontro a bordo di un risciò dorato trainato da ragazze in abiti succinti. Billie Jean non fu da meno: lo seguì su una carrozza adornata di pennacchi colorati, vestita da moderna Cleopatra, accompagnata da una scorta di bellimbusti della squadra di football dell’Università di Houston. Uno scontro per la parità di diritti dava tutta l’idea di una parata carnevalesca; ma, mentre Riggs si lasciava travolgere dai flash dei fotografi, la King aveva ben chiaro il suo obbiettivo.

Impostò una strategia d’attacco sorprendendo l’avversario: giocando da fondo campo costrinse Bobby a uno stile serve-and-volley che a lui non era congeniale. Billie Jean aveva studiato con accuratezza le sfide fra Riggs e Don Budge per cogliere il punto debole del rivale. La sfida si concluse in tre set su cinque, con la vittoria schiacciante 6-4, 6-3, 6-3 della King.

A partita conclusa, Riggs saltò la rete divisoria e si congratulò con lei, sussurrandole: «Ti avevo sottovalutata». La riappacificazione però fu solo momentanea perché, dopo essere rimasto chiuso nella sua stanza d’albergo per oltre quattro ore, Bobby in conferenza stampa chiese la rivincita. La King non aveva intenzione di assecondarlo: «Non c’è altro da dimostrare».

La tesi della partita truccata

La risonanza dell’evento diede adito alle immancabili malelingue che vociferarono a proposito di una partita truccata. Un istruttore di golf, Hal Shaw, sostenne di aver udito una conversazione fra Riggs e la mafia in cui il tennista accettava di perdere se in cambio gli fossero stati ripagati dei debiti di gioco. Bobby negò sempre il suo coinvolgimento in certi affari. Ribatté aspramente: «Molte persone, soprattutto uomini, non sono contente quando una donna vince. Non gli piace e allora si inventano storie».

A distanza di anni il figlio di Riggs, Larry, confermò che suo padre in passato aveva avuto dei rapporti con la mafia. Lo difese, tuttavia, sostenendo che all’epoca qualsiasi uomo coinvolto nel mondo dello spettacolo aveva di questi legami. Billie Jean, naturalmente, non approvò mai queste ricostruzioni, anzi, sostenne che, nel corso della partita, c’era negli occhi e nei movimenti di Riggs la piena volontà di vincere. «Bisogna accettare il fatto che abbia avuto una brutta giornata», concluse con diplomazia «proprio come l’ha avuta Margaret quando ha giocato contro Bobby».

Billie Jean King durante la partita dei sessi  (© AP Photo)

Billie Jean King durante la partita dei sessi (© AP Photo)

 

Quella della King fu una soluzione sbrigativa per tirare le somme di un dibattito destinato a durare; di certo non per lei, che di brutte giornate non ne aveva avute, perlomeno sul campo da gioco. Nella vita più burrascosa fu, piuttosto, la sua decisione di fare outing distruggendo un matrimonio stabile con l’avvocato Lawrence King, conosciuto ai tempi del college. Rese pubblica la faccenda in una conferenza stampa, lasciando Mister King alquanto allibito, dal canto suo per niente intimorita all’idea di dover affrontare una nuova battaglia. Il suo ruolo, sempre in primo piano, in difesa dell’equità sociale le valse in un sondaggio della rivista Seventeen del 1975 la qualifica di “donna più ammirata del mondo.” Aveva battuto perfino Golda Meir.

Una paritaria riconciliazione

Bobby Riggs non poté del tutto pentirsi dell’umiliazione subita perché, nonostante la sconfitta bruciante, quella partita l’avrebbe consegnato alla memoria dei posteri. Dopo tutti quei riflettori di nuovo accesi sulla sua persona, magari il reticolo di rughe nello specchio gli era sembrato un poco più accettabile, più dignitoso.

I suoi rapporti con la King si mantennero buoni, dimenticata ogni divergenza, avevano da sempre nutrito una certa simpatia l’uno per l’altro. Morì a settantasette anni colpito da tumore alla prostata, l’ultima frase che disse a Billie Jean, in una conversazione telefonica, fu: «Be’, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo davvero fatto la differenza, no?».

Il suo obbiettivo era sempre stato quello in fondo: fare la differenza, salire sul palcoscenico, porsi al di sopra delle righe. La sua idea non avrebbe avuto storia, si sarebbe ridotta ad un capolavoro di presunzione, senza l’intervento di Billie Jean che la trasformò in un veicolo di comunicazione sociale. L’autostima di tutte le donne ha fatto un balzo quando la racchetta di Billie ha sferrato il colpo finale. Il guizzo di quella pallina ha messo a segno una vittoria di classe.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

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