Dorothy Kamenshek

Dorothy Kamenshek

Dorothy Kamenshek

 

Ragazza vincente

Rimane un guantone di bronzo, ritto sul piedistallo, ancora rivolto verso l’alto in posizione di presa. Monumento in scala di un’epoca ormai trascorsa, si accumula e confonde con mille altri gingilli sparsi nella camera da letto di Dottie. Palle da baseball di ogni dimensione, ritagli di giornale, fotografie di vario formato che ricoprono un’intera parete: il personalissimo wall of fame di Dorothy Kamenshek si presenta così, come una raccolta disordinata di ritagli, frammenti, brevi attimi di gioie inattese che susseguendosi hanno formato ottantaquattro anni di vita.

Il successo sorrideva ancora da quel muro e aveva i suoi stessi occhi, con l’espressione seria che a volte le rimproveravano e che malgrado l’età – e il volto ingentilito da una chioma di capelli candidi – non l’aveva abbandonata. Neppure negli ultimi anni, costretta su una sedia a rotelle ma senza rimpianti: il telefono squillava e voci conosciute la seguivano nei racconti di quel tempo lontano, come se ancora la vedessero saltare e correre da una base all’altra. Quelle chiamate di amici e ammiratori le ricordavano chi era, la ricongiungevano al suo passato, perché a volte stentava a riconoscersi.

L’argomento del discorso era solamente uno ed invariabile: il baseball. Parlare di baseball era vitale, nonostante l’età nonostante la carrozzina, come respirare, perché l’idea restava fissa: «Il baseball per me è facile, naturale, non ho mai dovuto allenarmi troppo o troppo duramente». Per poi aggiungere scherzosamente: «Invece la scuola era difficile». Lei, Dorothy Kamenshek, che già in vita aveva potuto constatare il peso della sua leggenda, ora la racchiudeva tutta in una frase divertita. Quasi che il suo non fosse autentico talento o una vocazione, piuttosto un destino bizzarro che l’aveva travolta senza concederle altre scelte.

Dorothy in azione

Dorothy in azione

 

E mentre Dottie, in una mattina di maggio, se ne andava per sempre: ormai lontana dalla sua casa di Palm Springs, lontana dal mondo, continuava ad esistere in tutti quei frammenti sparsi che si era lasciata alle spalle, forse perché fossero condivisi. La sua vita si intrecciava alla storia epica dell’America in guerra, si imprimeva fra le trasformazioni che avevano segnato un’epoca: cosicché basta riavvolgere il rullino del tempo e lei è sempre là. Dorothy Margaret Kamenshek con il guantone in mano, al centro del campo, sospesa a mezz’aria come se quel salto non dovesse mai concludersi, i suoi piedi non dovessero più toccare terra. Proprio come in una delle tante fotografie: ecco Dottie allungata verso il cielo per bloccare quella palla che ha già in pugno.

La soluzione di Roosvelt

Nel 1941 il bombardamento di Pearl Harbor rivelò la debolezza della strategia americana: di conseguenza un’America derelitta chiamò alle armi tutti i suoi uomini, specialmente se giovani e in salute, per fronteggiare l’offensiva giapponese. Le attenzioni di ogni cittadino erano rivolte oltreoceano, le orecchie tese a cogliere i sibili degli aerei da combattimento: anche Dorothy si sentiva già proiettata al fronte. D’altronde era tutto quanto poteva fare per la sua nazione, recarsi dove infuriava il combattimento, soccorrere uomini che non aveva mai visto né conosciuto, ma di cui condivideva ideali, lingua, cultura. Infervorata dal clima dominante annunciò la sua decisione di diventare infermiera, scatenando nella madre vedova la più tenace delle opposizioni: per nessuna ragione avrebbe permesso a lei, sua unica figlia, di rischiare la vita. Niente da fare, le suppliche della madre le spezzavano il cuore, malvolentieri dovette mitigare l’irruenza dei suoi diciassette anni e rassegnarsi a vivere la sua banale quotidianità in una cittadina sperduta dell’Ohio. Come aiutare? Era questo il suo pensiero ossessivo: certo, se fosse stata un uomo sarebbe già partita per il fronte, invece era una donna. E in quanto donna doveva restare a casa, anche se lo scopo dell’esistenza le appariva tutto concentrato negli ideali di quegli uomini che partivano per combattere in terre straniere.

Ciò che Dottie non aveva neppure valutato era l’ipotesi di occupare il posto lasciato vacante dai giovani americani diretti verso il fronte. L’idea illuminante venne a Philip Knight Wrigley, uno dei membri delle più influenti famiglie di Chicago, un uomo già conosciuto per i suoi atteggiamenti anticonformisti. Wrigley era l’affermato presidente di una fabbrica di chewing-gum e per alimentare la sua attività professionale comprò una squadra di falliti come i Chicago Cubs, un branco di rammolliti a detta di tutti senza speranze, che, seppure con strategie discutibili, lui fece miracolosamente risorgere in un paio di mesi.

L’entrata in guerra aveva posto in Wrigley una problematica di tutt’altro genere: si era ritrovato senza giocatori. I più talentuosi erano in Europa, i campi da gioco abbandonati e i debiti aumentavano. Il rischio di veder fallire la sua promettente società lo allarmava ancor più delle notizie che provenivano dal fronte.

Doveva trovare una soluzione alla bancarotta, ormai non ci dormiva la notte: poi Roosvelt fece quel commento patriottico e gli suggerì la strada giusta, come se gli avesse soffiato un consiglio nell’orecchio.
«Il baseball è importante per gli americani, ora in particolar modo» disse il Presidente. «Questi sono tempi duri e abbiamo bisogno di qualcuno per cui fare il tifo». E a quelle parole Wrigley vide la luce: graziato, illuminato, salvato dalla più audace delle visioni. Una squadra femminile, semplice: avrebbe risollevato il morale, riavviato l’economia e mantenuto vivo agli occhi dei tifosi il baseball, in attesa che i ragazzi ritornassero a casa. E, naturalmente, l’American Women Baseball League sarebbe stata portatrice degli ideali di un’intera nazione, rendendo il suo doveroso tributo di fedeltà ad un Paese in guerra. Le ragazze, a tal proposito Wrigley non aveva dubbi, avrebbero rispecchiato in ogni senso l’ideale americano, «muovendosi con la grazia delle donne, ma giocando con l’aggressività degli uomini».

Le Rockford Peaches

Un talent scout visitò Cincinnati, la cittadina dell’Ohio in cui viveva Dottie. La ragazza giocava da anni per una società locale così, incuriosita, partecipò alle selezioni per la squadra di baseball nascente. Lei il baseball l’aveva praticato fin dall’infanzia assieme ai bambini del vicinato, era l’unica alternativa per non restarsene a casa da sola mentre la madre lavorava. La signora Kamenshek stavolta non si oppose alla decisione della figlia, tanto era convinta che la ragazza non avesse alcuna chance di passare le selezioni. Invece si sbagliava: la Kamenshek venne convocata per le selezioni finali al Wrigley Field di Chicago. Oltre duecentocinquanta partecipanti fra gli Stati Uniti e il Canada si contendevano la nomina per entrare nell’American Women Baseball League. Sarebbero state scelte solo sessanta giocatrici: una di queste era lei, Dorothy Kamenshek. Ormai faceva parte della rosa delle elette e fu assegnata, nel ruolo di prima base, ad una delle quattro squadre della lega femminile: le Rockford Peaches. Di quel giorno glorioso però, Kammie, come ormai erano soliti chiamarla in squadra, ricordò per molto tempo solo l’ignobile furto del suo guantone da gioco. Una giornata tragica, insomma, data l’importanza che Kammie attribuiva al guantone: il tramonto la colse all’improvviso sull’orlo di una crisi di nervi. Ora quel destino inaspettato incuteva quasi timore.

Stava per far parte di un fenomeno unico nella storia, senza precedenti – una storia che sarebbe stata raccontata nel celebre film “Ragazze vincenti“, in cui Geena Davis le avrebbe prestato il suo volto. Le donne che praticavano sport non erano ben viste nell’America del novecento, la gente aveva un solo modo per definirle e non era gentile: prostitute. Kammie, però, le idee le aveva ben chiare: voleva diventare come il suo idolo Joe DiMaggio e se per giungere a tanta grandezza avrebbe dovuto indossare una gonna, pazienza. Lei il baseball lo praticava con costanza, religiosamente; lo professava come il suo unico credo. Avrebbe dimostrato che c’era ben altro, oltre alle sue gambe, da guardare.

L’etica della squadra

Fu chiaro fin da subito che il baseball non sarebbe stato un passatempo per le giocatrici, ma un lavoro vero e proprio. Sarebbero state pagate più di ottantacinque dollari la settimana, una cifra da capogiro per l’epoca, soprattutto per una donna. «Il baseball ci diede molto coraggio», affermò Dorothy ricordando quei momenti «concesse alle donne la possibilità di fare carriera in un periodo in cui una tale prospettiva era semplicemente inimmaginabile».

Le Rockford Peaches

Le Rockford Peaches

 

Una grande opportunità richiedeva, al contempo, anche un forte spirito di sacrificio. Wrigley voleva fare delle ragazze un puro simbolo americano: un esempio che la gente potesse ammirare come fonte di ispirazione. Di conseguenza ciascuna squadra dovette attenersi ad una serie di regole di comportamento molto rigide, alle giocatrici venne imposta una condotta impeccabile da seguire dentro e fuori dal campo.

Alle ragazze era assolutamente proibito bere o fumare, vietato perfino indossare pantaloni o calzoncini in pubblico, affinché la loro immagine rispecchiasse i canoni più classici della femminilità. In campo il loro abbigliamento non differenziava poi molto da quello consono ad una sfilata di moda: l’apparenza era fondamentale. Giocavano perfettamente truccate, i capelli sciolti dovevano obbligatoriamente sfiorare le spalle oppure essere acconciati con un arriccia-capelli. Il lato più scomodo, ingombrante e fastidioso della situazione, però, era costituito dall’impaccio della divisa. Il disegno dell’uniforme fu commissionato al famoso artista Otis Shepard ed il risultato, appunto perché artistico, fu esteticamente molto bello e funzionalmente poco pratico. Le giocatrici si ritrovarono così impacciate da eleganti gonnelline che cadevano sulle ginocchia lasciando il resto della gamba esposto ad ogni genere di contatto, abrasione, strofinamento con il terreno da gioco. La più piccola scivolata provocava alle ragazze tremende escoriazioni, graffi che divennero parte del mestiere e adottarono il nome metaforico di strawberries, fragole.

La squadra in azione

La squadra in azione

 

Le imposizioni, purtroppo, non erano ancora finite. Al termine della giornata di allenamento le ragazze erano sottoposte ad una vera e propria scuola di buone maniere, gestita dalla direttrice di una prestigiosa ditta di cosmetici, Helena Rubenstein. Certamente, lo studio non era faticoso, anzi, spesso riservava qualche divertimento. «Ridevamo spesso», dichiarò Dorothy in proposito «per alcune ragazze era molto utile. Erano cresciute in una fattoria e non avevano familiarità con idee di stile e modi aggraziati

Wrigley sfruttava ogni occasione per pubblicizzare la nuova squadra femminile e sventare i pregiudizi riguardo all’eccessiva mascolinità delle giocatrici. Ai suoi occhi le ragazze non erano altro che un prodotto di vendita, da buon affarista si serviva di trovate ingegnose per alimentare il suo impero economico.

La stella Kamenshek

Il gioco ideato da Wrigley era in parte diverso dal baseball originale, considerato troppo duro per delle ragazze. Il risultato fu quindi un incrocio tra il baseball praticato nell’ottocento ed il softball, il che prevedeva una sensibile riduzione delle dimensioni della palla di gioco e della distanza fra le basi. Le giocatrici dimostrarono invece di essere perfettamente in grado di cimentarsi nell’hard play, esattamente come facevano gli uomini. Fra tutte Dorothy Kamenshek brillò come la stella più fulgida, battendo un record dopo l’altro e collezionando una schiera innumerevole di tifosi accaniti.

Dottie studiava con precisione le mosse dei suoi eroi, Stan Musial e Joe DiMaggio, per poi riportarle infallibilmente sul campo da gioco. Si esercitava a casa lanciando la palla fuori dal camino, ingegnandosi nei modi più impensabili pur di allenarsi. Seguiva la sua personalissima filosofia: «Tutto ciò che non mi riesce al meglio è un fallimento». Dorothy era una perfezionista, in ogni campo: i suoi sforzi non risultavano mai vani, questo le garantiva l’adorazione sconfinata dei tifosi. Essendo al corrente del suo desiderio di frequentare il college, i fans organizzarono una colletta in occasione della Kammie Night per consegnare alla loro eroina un salvadanaio stracolmo che lei conservò, onorata, fra i cimeli accumulati nella sua stanza. La commozione per quel gesto fu travolgente ed inattesa, di nuovo Dorothy non deluse le aspettative, rese grazie mettendo a frutto il dono con tutto il suo impegno e ottenne l’ambita laurea in fisioterapia.

Nella sua vita, tuttavia, il posto d’onore era riservato al baseball e mai Dottie tradì la sua dedizione. Fu l’unica donna ad essere reclutata da una squadra maschile, le proposero un contratto, ma lei, con la convinzione che le era propria, rifiutò l’offerta. «Era una trovata pubblicitaria», fu il suo commento «volevano che attraessi i fans, ma non mi avrebbero permesso di giocare. Così ho preferito restare dove sono felice, a Rockford».

La stella Kamenshek

La stella Kamenshek

 

Forse non considerava abbastanza il suo talento, oppure la discriminazione dell’epoca nei confronti di una donna dedita allo sport l’aveva indotta a vivere sulla difensiva. Giocò per l’American Women Baseball League sbaragliando ogni record fino alla fine della sua carriera sportiva, quando un infortunio le impedì di continuare a praticare il baseball a livello professionale. Al ritiro, il suo nome era già divenuto leggenda: Dorothy Kamenshek era la miglior giocatrice della sua epoca. O forse no. Come sostenne Wally Pipp, prima base degli Yankee negli anni quaranta, dopo aver osservato la Kamenshek durante una partita: «Non ho mai visto un giocatore migliore in tutta la mia vita. Era proprio come Lou Gehrig, George Sisler e Hal Chase concentrati tutti in una sola persona.»

L’ossessione di Wrigley era rendere le giocatrici femminili, travestirle in gonnella e truccarle come per una pagliacciata. Dorothy Kamenshek dimostrò che l’essenza del gioco era racchiusa in un dato immodificabile, che non apparteneva ad alcuna categoria predefinita: lo spirito. Le donne avevano disputato un campionato di baseball appassionando i tifosi con il solo merito del loro talento. E perché il gioco funzionasse serviva fiato, sudore, fatica e passione: la voglia di vincere. Questa forza brillava negli occhi di Dorothy mentre si elevava sospesa per afferrare la palla in volo. In quel salto, che la distanziava da terra di tre piedi, gli occhi dei tifosi erano puntati sulla palla che si incanalava dritta incontro al suo guantone, quasi in risposta ad un richiamo. In quella presa era concentrata la vera finalità del baseball e la Kamenshek rispondeva così perfettamente al suo compito da non lasciare a nessuno il tempo necessario a distrarsi, soprattutto per notare la lunghezza della sua gonna.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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