Volo Sabena 548

Volo Sabena 548

Volo Sabena 548

 

Tragedia nei cieli

15 febbraio 1961, erano passate da poco le dieci del mattino quando Oscar De Ryck e la sua squadra raggiunsero il luogo del misfatto. Una volta arrivati capirono di non poter fare più nulla, tranne domare le fiamme.

Tutto era cominciato un’ora prima, quando nel cielo si disegnò un fungo grigio. Oscar De Ryck lo vide dall’aereoporto e per un attimo restò attonito pensando ad una disgrazia di tutt’altro genere. Da vigile del fuoco era abituato all’azione, quindi non indugiò a lungo, subito organizzò la squadra per prestare soccorso.

Bertha Goodvaerts invece stava strappando le erbacce che infestavano l’ingresso della sua fattoria quando udì l’esplosione. Fu lei la prima a toccare con mano la gravità dell’accaduto, una contadina belga, abituata a guardare al cielo nei periodi di siccità come per invocare un aiuto. Quella mattina le nuvole erano color cenere, ma Bertha non ebbe il tempo di sollevare lo sguardo, le urla che udiva la tenevano saldamente inchiodata alla terra.

Non vide neppure la carcassa dell’aereo, ormai irriconoscibile, che bruciava in mezzo al campo.

In seguitò raccontò di ricordare solo istantanee di scatti che i suoi occhi registrarono, atterriti, di fronte all’orrore: suo nipote Theo De Laet trafitto da una lama di alluminio, il calore bruciante dell’incendio e Marcel Launers, un suo lavorante, che correva verso di lei. Naturalmente non capì subito che si trattava effettivamente di Marcel, sul momento non pensò nemmeno che fosse un uomo. Sembrava una vampa di fuoco impazzita, ma Bertha ne riconobbe la voce e si precipitò verso di lui. Solo la sua prontezza di intervento riuscì a salvargli la vita.

Ci volle del tempo per realizzare cosa veramente fosse successo, trovare un senso a ciò che un senso non aveva e scoprire che Theo non era l’unica vittima. Tutti i passeggeri del volo Sabena 548 erano morti, nessuno escluso. L’aereo era precipitato a poca distanza dall’aeroporto di Bruxelles dove era previsto l’atterraggio.

La nazionale in partenza

La nazionale in partenza

 

Tutta l’America lanciò un grido, collettivo, straziante, non appena fu data la notizia. Il volo Sabena 548 trasportava l’intera squadra nazionale di pattinaggio artistico di figura e non solo, a bordo c’erano anche coach, allenatori e giudici di gara. Un team promettente diretto alla volta di Praga per disputare i campionati mondiali di pattinaggio. Sarebbero dovuti tornare a casa trionfanti, molti di loro meritavano una medaglia.

Le vittime

Una cifra spaventosa, che andrebbe scandita piano, per sottolinearne il clamore: settantatre. Tante furono le vittime del disastro aereo, compresi gli undici membri dell’equipaggio e i due piloti, Louis Lambrechts e Jean Roy. Professionisti, a detta di tutti, abituati a guidare anche velivoli militari. La gente, in seguito, cercava una giustificazione alla tragedia, un capro espiatorio su cui far convogliare le accuse, ma non si trovarono spiegazioni. Restava solo la certezza dell’accaduto e uno sconfortante senso di impotenza mentre si elencavano i nomi di chi, in quello schianto, aveva perso la vita. C’erano i diciotto pattinatori della nazionale, alcuni di loro erano fratelli, oltre che compagni di squadra, come Laurie e William Hickox e Ila e Raf Hadley. C’era perfino una coppia di sposi, Patricia e Robert Dineen, e l’allenatore Edward Scholdan con il figlio piccolo, James. Con loro molti altri, gente comune che si era imbarcata la sera del 14 febbraio per le ragioni più diverse. Rimasero anonime le storie degli altri viaggiatori, lo sgomento era tutto per la squadra USA, per il Paese che aveva perso i suoi campioni. La competizione mondiale a Praga fu annullata in segno di lutto. I trofei erano tutti per loro, che a lungo avevano sognato di stringerli come ricompensa del lavoro, della fatica, del sudore. L’ultima foto scattata prima della partenza ritraeva la squadra al completo che sorrideva fiduciosa salutando dalla scaletta dell’aereo. I loro sorrisi parlavano da sé, raccontavano le loro promesse, la voglia di vincere, ma anche il talento di cui erano dotati, l’ambizione che fa sempre rialzare il capo di fronte ad ogni sconfitta. Non erano disposti a perdere facilmente, erano giovani, abituati a correre sulle lame, a mantenere l’equilibrio perfino nelle condizioni più sfavorevoli. E se cadevano sapevano come rimettersi in piedi, con il sorriso aggraziato che solo i pattinatori riescono a donare. Conoscevano bene il ghiaccio e le sue insidie, danzavano su una superficie precaria, spesso traditrice, serviva cautela e una certa dose di coraggio per praticare quello sport. Un destino beffardo travolse i loro sogni e li spense proprio quando, sospesi nell’aria, non avevano nulla da temere.

La famiglia Owens con Duddy Richards

La famiglia Owen con Dudley Richards

 

Spense molti sorrisi quello schianto, uno dei quali capeggiava radioso sulla copertina di Sport Illustrated di appena due giorni prima. Laurence Owen veniva definita «la più entusiasmante pattinatrice d’America», si narrava che danzasse leggera come l’aria. Tutte le frasi che la riguardavano in quell’articolo erano coniugate al futuro, esprimevano un tempo che lei non visse mai. Sarebbe potuta diventare una regina, l’erede di Carol Heiss dicevano, eppure di lei restano frammenti di discorsi, fotografie, titoli di una carriera destinata all’ascesa. Ora sembrano raccontare solo la storia di una promessa infranta. Una tragedia nella tragedia la sua, quella di una giovane vita spezzata e di un’intera famiglia, la famiglia Owen, che da quel volo in direzione Bruxelles non fece mai ritorno.

La famiglia Owen

Laurence aveva sedici anni e voleva diventare una scrittrice. Prima doveva pattinare, certo, ma quello già lo faceva da tutta la vita, almeno il suo futuro voleva programmarselo. Quindi, a chi le poneva la domanda, rispondeva che sì, avrebbe continuato a pattinare fino alle Olimpiadi del 1964. Ecco, aveva la perfino la data precisa. D’altronde tutti sapevano che la medaglia sarebbe stata sua. Poi sarebbe andata a studiare a Radcliffe, proprio come la sua adorata mamma, e sarebbe diventata una scrittrice.

Laurence Owen

Laurence Owen

 

Era una ragazzina dalle idee chiare, quando si affronta la vita con tanta determinazione risulta difficile pensare che qualcosa andrà storto. La carriera di Laurence Owen veniva data quasi per scontata e, conoscendo la sua fermezza, nessuno osava obbiettare nemmeno sui suoi successi da scrittrice. Nel 1960, appena quindicenne, aveva partecipato alle Olimpiadi di Squaw Valley piazzandosi sesta. Davanti a lei Carol Heiss e Sjoukje Dijkstra, rispettivamente oro e argento; ma loro erano già stelle affermate, mentre la piccola Laurie era alla sua prima partecipazione e già dimostrava talento da vendere. L’anno dopo conquistò il primo posto ai campionati nazionali e perfino ai campionati nordamericani, si sentiva più forte, pronta per i mondiali di Praga. Prima della partenza per quel volo maledetto dichiarò che intendeva battere la Dijkstra, stavolta. Tutti credevano che ce l’avrebbe fatta, peccato che a Praga non arrivò mai.

La madre di Laurence era Maribel Vinson Owen, ex pattinatrice. Col passare degli anni era diventata allenatrice stimata e al contempo temuta per la sua disciplina e la sua ferocia. La signora Owen aveva alle spalle numerose partecipazioni olimpiche, titoli iridati, una carriera di tutto rispetto. Era cresciuta sui pattini, complici i genitori entrambi pattinatori, e già a nove anni era membro onorario del Cambridge Skating Club. Ritiratasi dalle competizioni decise di dedicarsi a spettacoli sul ghiaccio che portava in giro per l’America, qui conobbe il canadese Guy Owen, campione nazionale di pattinaggio di figura, e diedero inizio alla stirpe. Si sposarono e nacquero due bambine, Maribel Jr e Laurence. I coniugi Owen si guadagnavano da vivere come allenatori della squadra nazionale di pattinaggio, naturale che le figlie imparassero prima a pattinare che a camminare. Tutti conoscevano la famiglia Owen di Winchester, Massachussets, che aveva fatto del pattinaggio sul ghiaccio un autentico stile di vita. I loro insegnamenti lasciarono un’impronta destinata a non sbiadire, sicuramente non nel ricordo di tutti gli allievi poi divenuti atleti di alto livello, oppure coach di spessore.

Laurence con la madre e la sorella

Laurence con la madre e la sorella

 

Maribel e Laurence erano cresciute con la stoffa delle vere campionesse: collezionavano ottime postazioni nelle gare nazionali e olimpiche, con la sottile differenza che Laurie eccelleva nel singolo, mentre Maribel, conosciuta a tutti come Mara, nel doppio. Furono convocate entrambe per i mondiali di Praga. Mara salì a bordo del boeing 707 con la madre e la sorella. Era accompagnata dal suo partner di figura, Dudley Richards, con il quale si mormorava avesse una relazione, nonostante i dieci anni di differenza. Le tre donne della famiglia Owen erano ormai divenute una celebrità, complici le trasmissioni televisive che in quegli anni cominciarono ad interessarsi al pattinaggio di figura. Erano belle come dive del cinema, affiatate e inseparabili. Erano legate da una solidarietà indissolubile,tutte e tre auspicavano che Laurie, la piccola di casa, avrebbe ottenuto l’oro ai mondiali. Tra le ragazze non c’era competitività, anzi, Mara riconosceva ed elogiava il talento della sorellina.

Non poterono mai festeggiare quella vittoria, purtroppo. Furono sepolte l’una accanto all’altra nel cimitero di Mount Auburn, a Cambridge.

Dopo la tragedia

Laurence sognava di diventare una scrittrice. Aveva solo sedici anni, ma la vita non le concesse il tempo di realizzare i suoi desideri. Certo, lei si era già portata avanti. Alla sua età aveva già collezionato medaglie da far invidia ad una professionista e aveva riempito pagine e pagine di pensieri, riflessioni, poesie. Chissà, forse le sarebbero tornate utili per un romanzo in futuro. Ad attirare l’attenzione oggi è una sua breve poesia, un messaggio che riscalda il cuore, offre un conforto molto simile ad una carezza, soprattutto alla luce di quanto è accaduto. Pensando a quel volo spezzato, risucchiato nel cielo uggioso di un mercoledì di metà febbraio, tutto risulta inaccettabile, inammissibile, ingiusto.

Le parole scritte da Laurence Owen tentano, impacciate, di offrire una risposta o, se non altro, una consolazione:

«L’oscurità non è altro che un’ombra della notte
un lungo passato;
mentre la speranza è luce. È splendore
».

Un’ora dopo la tragedia si verificò un’eclissi totale di sole nel cielo di Bruxelles. Qualcuno più tardi lo interpretò come un segno, in verità non ci sono molte spiegazioni. Se si trattava di un avvertimento, obiettarono altri, arrivò troppo tardi. Un’oscurità senza nome aveva avvolto molte vite come un manto e, con eleganza, perfino il sole reclinò il capo quasi per concedere al mondo pochi attimi di raccoglimento.

La lastra commemorativa a Bruxelles

La lastra commemorativa a Bruxelles

 

Il 23 febbraio 1961 la U.S. Figure Skating Association, la federazione statunitense di pattinaggio, decise di istituire un fondo alla memoria dei diciotto pattinatori scomparsi. Un modo per offrire sostegno ai pattinatori meritevoli che hanno il potenziale per emergere nelle competizioni internazionali. Grazie al denaro raccolto oggi un nuovo gruppo di giovani talentuosi può continuare a vivere quel sogno infranto e renderlo ancora possibile.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

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