Ernest Egri Erbstein

Ernest Egri Erbstein

Ernest Egri Erbstein

 

L’allenatore ebreo

Il 4 maggio 1949 a Torino il giorno si era tramutato in notte, una pioggia incessante si abbatteva sulla città e il cielo era squarciato da lampi accecanti, brevi abbagli di luce che si alternavano al rombo violento del tuono. Un suono sinistro per le orecchie di Ferruccio Novo, presidente del Grande Torino, che da quell’istante associò per sempre il tuono al ricordo di una perdita immensa.

Un’intera squadra accomunata da un identico destino: il Grande Torino giocò la sua ultima partita con la vita in quel viaggio di ritorno da Lisbona. L’aereo precipitò sulla collina dove si ergeva bianca la Basilica di Superga: salutata tante volte dai giocatori come il simbolo di casa, del ritorno. Fu un impatto devastante, subito divamparono le fiamme a cancellarne ogni traccia, ma l’orrore della tragedia impregnava l’aria insieme all’odore del fumo.

Ai primi soccorritori apparve con maggior evidenza ciò che era andato perduto: nessun superstite, trentuno in totale le vittime. In mezzo a quella devastazione una sola cosa era rimasta intatta: una piccola valigia di cuoio marrone. Dentro c’era una boccetta di vetro con il dopobarba ancora integra e, proprio lì accanto, un regalo comperato a Lisbona. Portava una bambola in dono. Pochi oggetti scomposti raccontano una parte così insignificante della storia di un uomo. Eppure, questo era tutto quanto restava di Ernest Egri Erbstein, l’allenatore che fece vincere cinque scudetti al Grande Torino.

Sopravvissuto alle persecuzioni razziali e agli anni terribili della guerra, trovò la morte in un luogo inaspettato. Ancora una volta accanto alla sua squadra: gli undici calciatori sempre custoditi nel suo cuore, anche quando un ingrato esilio lo teneva lontano.

Ebreo ungherese

Una patria Erbstein l’aveva. Emigrante per scelta, si ritrovò poi a viaggiare per gran parte della sua vita.

Veniva da una città che oggi non esiste più: Nagy Varad, vicino ai Carpazi, un tempo rientrava nei confini dell’Ungheria. Presto gli Erbstein si trasferirono a Budapest dove il figlio ebbe l’opportunità di frequentare ottime scuole, diplomandosi al Magyar Testnevelesi Foiskö, l’accademia ungherese di formazione del corpo. Terminati gli studi, Ernest iniziò a lavorare come agente di borsa, attività che di certo gli avrebbe assicurato un brillante futuro, peccato che lui si fosse messo in testa di voler giocare a calcio. Esordì a diciassette anni come mediano nel BAK (Budapest Atleticai Klub), ma fu costretto a ridimensionare le proprie aspettative perché il calcio professionistico in Ungheria non esisteva. Capì che per inseguire quella passione avrebbe dovuto varcare il confine. E così fece, dopotutto possedeva lo spirito indomabile dei sognatori.

Un primo piano di Ernest

Un primo piano di Ernest

 

Partì in direzione di Fiume, allora territorio italiano, dove gli era stato promesso un ingaggio per una sola stagione nella squadra dell’Olympia. Come da contratto la sua carriera si concluse in breve tempo, ma se non altro gli permise di farsi notare nell’ambiente. L’anno dopo passò al campionato italiano di serie B giocando nelle file del Vicenza, stava facendo piccoli passi a costo di grandi sacrifici e sopportando guadagni ancor più scarsi.

Per questo motivo valutò la proposta dell’amico Nathan Agar, che lo chiamava oltreoceano per sperimentare la nuova frontiera del soccer americano. La moglie, Jolanda Hunterer, lo aveva seguito fiduciosa dall’Ungheria, ma non era disposta, con una bambina piccola, a recarsi più lontano. Così Erbstein partì da solo alla volta di New York pronto per il suo nuovo ruolo nella squadra dei Brooklyn Wanderers. Qui si trovò faccia a faccia con una realtà difficile che lo costrinse a rivalutare i suoi sogni; il gioco era diverso da come immaginava, poco il denaro e la nostalgia della famiglia si faceva di giorno in giorno più acuta. Decise di fermarsi e guardare ciò che si era lasciato alle spalle, stavolta le certezze gli apparvero più confortanti delle speranze. Capì che valeva la pena di tornare. E rimise piede in Italia, dove il fascismo aveva preso saldamente il potere.

Dal campo alla panchina

A ventotto anni Ernest fu chiamato al suo personalissimo esame di maturità: una scelta che implicava anche una rinuncia, ma consapevole. Dopo un lungo meditare accettò di trasferirsi dal campo alla panchina e proporsi come allenatore. Iniziò così un cammino prodigioso che lo fece uscire una volta per tutte dalla schiera dell’anonimato. Erbstein allenando prima il Bari, poi il Nocera, divenne una piccola celebrità, attivo fautore di miracolose promozioni di classifica. I tifosi lo consideravano un mito e i giocatori lo festeggiavano al termine di ogni partita trasportandolo sulle spalle in segno di trionfo.

Gli esordi come allenatore

Gli esordi come allenatore

 

Tanti successi attirarono su di lui l’attenzione di tutte le squadre di serie A. Fu l’ascesa imprevedibile della Lucchese, dalla serie C alla prima serie, che convinse Ferruccio Novo a fare una telefonata. Avrebbe proposto all’allenatore errante un’offerta difficile da rifiutare.

Il campo del Grande Torino

La prima frase che Erbstein disse ai calciatori del Torino fu: «Voi non sapete calciare la palla». E dopo quella sentenza tutto ebbe inizio.

Conquistò i suoi giocatori con l’esempio e con l’affetto di un padre; aveva doti di grande comunicatore, quando parlava tutti pendevano dalle sue labbra. La coesione della squadra, a suo avviso, veniva prima di tutto e fu proprio questa caratteristica ad imprimere il marchio di fondo al Grande Torino. Erbstein era la mente che coordinava tutti i movimenti, aveva un metodo di allenamento diverso per ciascun ruolo e ne curava ogni aspetto: dall’abilità tecnica all’alimentazione. Stabilì una disciplina ferrea, ma riuscì ad imporla senza farla pesare perché era lui il primo a mettersi in gioco. Soffriva di una tremenda sciatica, eppure non esitava a correre in campo sotto qualsiasi condizione atmosferica, in questo modo si guadagnò momento dopo momento l’ammirazione di ogni membro della squadra. I suoi metodi erano originali quanto poco ortodossi: legava assieme le caviglie di due giocatori, poi imponeva loro di correre perché si abituassero all’ostruzionismo degli avversari, oppure allineava delle bottiglie e chiedeva ai ragazzi di aggirarle senza mai allontanare la palla dal piede. Si comportava come un direttore d’orchestra, il suo compito era quello di dare l’attacco al momento giusto. I giornalisti lo soprannominarono “Il Napoleone della panchina” perché sostenevano avesse una visione di gioco avanguardistica, molto più moderna di quella contemporanea. Il gioco del Torino non solo era corretto, soprattutto era organizzato: sul campo si realizzava una specie di tattica universale in grado di precedere di trent’anni il calcio totale olandese. Tutti erano attaccanti e tutti difensori, in particolar modo obbedivano ad un unico comando, la formula Erbstein: «Più coraggio, più sudore, più calma, uguale vittoria».

Il campo di lavoro

Una sera, al termine di un allenamento, Erbstein venne chiamato fuori dagli spogliatoi: ad attenderlo due agenti in divisa. Gli chiesero i documenti con l’aria di chi voglia punire una colpa grave. I nuovi provvedimenti del fascismo avevano sancito norme rigidissime per la permanenza degli stranieri in Italia, specie se di discendenza ebraica. «Siete straniero», osservarono i poliziotti scandendo lentamente l’impronunciabile cognome. «Sono ungherese», specificò Erbstein, ma non era quanto i due uomini volevano sentirsi dire. A loro importava della razza, al che l’allenatore replicò con un mezzo sorriso: «Faccio parte della razza umana». La risposta spazientì ancora di più i poliziotti, capirono che dal documento e da quell’uomo non avrebbero tratto nessuna conclusione: «Andate alla sinagoga?» domandarono in ultima istanza.

«Io al sabato e alla domenica vado allo stadio, sempre».
Non valse a nulla quel commento, non sarebbe stata la fede, quella per il calcio né quella religiosa, a salvarlo. Quella conversazione fu il primo indizio del rapido tracollo degli eventi.

Il Grande Torino di Erbstein

Il Grande Torino di Erbstein

 

La situazione precipitò in breve tempo: secondo le nuove leggi Ernest e la sua famiglia erano chiamati a lasciare l’Italia, perché di origine ebraica. In accordo con il collega Ferenc Molnar l’allenatore realizzò uno scambio di ruolo: lui sarebbe partito per allenare la squadra di Rotterdam e Molnar si sarebbe occupato del Torino. Nulla andò come previsto, Erbstein si trovò bloccato alla frontiera dell’Olanda e Molnar venne destinato alla guida della Fiorentina. Lontano dall’Italia Ernest era perduto, lo attendevano anni di peregrinazioni interminabili. Si ritrovò confinato a Budapest dove trovò impiego come operaio tessile per una ditta italiana, l’unico appiglio che gli permettesse ancora di comunicare con Ferruccio Novo, mentre nel mondo imperversava la follia. In Ungheria si era scatenata una sanguinosa caccia agli ebrei per mano di un movimento chiamato Croci Frecciate. Questi squadroni si aggiravano per le città con armi e munizioni, godendo della completa impunità, autorizzati a compiere ogni genere di atrocità in nome della tutela della razza. Gli ebrei venivano massacrati a sangue freddo sulle strade ungheresi e Erbstein, correndo rischi terribili, compiva viaggi clandestini per incontrare Novo e seguire le sorti di quella che, nonostante tutto, era ancora la sua squadra. I due si consultavano in segreto anche per gli acquisti di giocatori che avrebbero fatto la storia del Grande Torino, le punte di diamante del gioco: Valentino Mazzola e Ezio Loik.

Questi incontri si arrestarono di colpo quando l’allenatore venne deportato in un campo di lavoro, in seguito all’occupazione nazista dell’Ungheria. Si salvò da quell’inferno architettando una fuga con il solo scopo di salvare la moglie e le figlie dalla morsa delle Croci Frecciate che avevano preso d’assalto la villa in cui lavoravano come operaie. L’intervento tempestivo di Erbstein riuscì ad evitare il peggio, lui solo possedeva i contatti utili a sottrarre la famiglia dalle grinfie degli aguzzini.

Scampati al pericolo, trovarono rifugio da alcuni parenti in una casa di Pest, dove trascorsero gran parte delle giornate nascosti nelle cantine; l’unico modo per sopravvivere fino alla liberazione sovietica.

L’emarginazione postuma

Tornarono i giorni felici. Nel 1945, a guerra conclusa, Erbstein si trasferì stabilmente a Torino per riprendere in mano le redini della sua squadra. Ferruccio Novo lo aveva aspettato per tutto quel tempo, non era mai stato sfiorato dall’idea di affidare il Grande Torino ad un diverso condottiere.

Negli stadi gremiti il boato dei tifosi sostituì il fragore delle bombe: lo sport fu il motore che riaccese la voglia di vivere, l’entusiasmo che durante la guerra era andato perduto. Il Torino tornava in campo nella sua più classica formazione ed Ernest Erbstein, dalla panchina di sempre, continuava a dispensare consigli. In realtà non riusciva proprio a rassegnarsi alla staticità del bordo campo, spesso lo si poteva vedere correre avanti e indietro inseguendo i calciatori durante la partita per gridare suggerimenti.

Quel piccolo uomo, da solo, guidava ogni singolo giocatore quasi si trattasse di una parte del suo stesso corpo: i difensori erano le sue braccia, gli attaccanti le sue gambe, lui era semplicemente il cervello che inviava gli impulsi utili perché tutto funzionasse come doveva. Costituiva la componente più vitale del Grande Torino, ma non gli fu mai riconosciuto il rispetto che meritava.

Ernest con la figlia Susanna

Ernest con la figlia Susanna

 

Rimase sempre eclissato nell’ombra del suo ruolo, dietro le quinte dello spettacolo, confinato alla sua panchina; perché era ebreo, perché era comunista. Ernest Erbstein era soprattutto troppo intelligente, quindi un personaggio scomodo in ogni caso, oltretutto parlava il linguaggio dell’onestà e questo particolare lo rendeva ancor più indigesto. Gli furono mosse diverse accuse, fra cui quella di essere una spia dei sovietici e di aver truccato la partita Italia-Ungheria. Si difese con tutte le sue forze, ma di fronte all’invidia poteva fare ben poco. Mal vista era la sua amicizia con il direttore dell’Unità, Raf Vallone, e soprattutto in tanti, troppi, odiavano le sue origini. L’emarginazione di Ernest Erbstein non si limitò agli anni delle persecuzioni razziali, purtroppo proseguì ancora e ancora. Persiste anche al giorno d’oggi, ogni volta che si menziona il Grande Torino scordandosi di fare il suo nome.

A riscattare la sua memoria oggi ci pensa la figlia, Susanna Egri, famosa ballerina di danza classica. Racconta la sua testimonianza avvalendosi di un portafortuna d’eccezione, che porta sempre con sé.
Si tratta di una bambolina vestita con gli abiti tradizionali di Lisbona.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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Comments To This Entry
  1. Lettura consigliata: Leoncarlo Settimelli, L’allenatore errante, Zona editore, 2006

    admin on maggio 4, 2017 Reply

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