La vittoria nella testa

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Rafael Nadal (© AP)

La figura del mental trainer

«Se guardi il numero 10 del mondo e il numero 500 mentre si allenano, non è detto che tu sia in grado di riconoscere chi sia l’uno e chi l’altro. Senza la pressione della gara, entrambi si muovono e colpiscono la palla più o meno alla stessa maniera». L’affermazione di Rafael Nadal, numero uno del tennis mondiale, condensa meglio di un testo scientifico l’importanza dell’allenamento mentale nello sport.

Eppure questo tipo di allenamento è stato per decenni sottovalutato o addirittura ignorato, per lo più per motivi culturali. Sì perché tutto quello che riguarda la mente era, e in parte ancora lo è, associato automaticamente alla malattia, al disturbo, e per questo motivo spaventava. Invece lo psicologo e l’allenatore mentale non sono la stessa cosa, e sovrapporre le due figure sarebbe come confondere un preparatore atletico con un medico esperto nella riabilitazione post infortunio. Ad ogni modo abbiamo avuto generazioni di atleti super allenati tecnicamente, consapevoli che il talento non era sufficiente a emergere, e ben allenati atleticamente, consapevoli che senza questo tipo di sforzo non sarebbe stato possibile raggiungere il proprio potenziale. Gli stessi atleti erano però lasciati a se stessi dal punto di vista mentale. Il risultato? Crolli di performance improvvisi e inspiegabili, stagioni sotto tono senza apparenti motivi tecnici, fino ad arrivare a improvvisi ritiri dall’attività agonistica. Gli esempi si sono moltiplicati di anno in anno in ogni sport, ma se dovessi citarne uno, forse racconterei quanto successe in occasione dei Campionati Europei di calcio del 1992. La Jugoslavia, qualificata per la fase finale, era stata esclusa da una risoluzione dell’ONU appena dieci giorni prima dell’inizio della competizione. L’UEFA allora invitò la Danimarca a sostituire la formazione slava, e questa naturalmente accettò. A quel punto fu costretta a rintracciare gran parte dei propri giocatori in giro per il mondo mentre si stavano godendo una meritata vacanza, e questi dovettero rientrare in fretta e furia. Quei ragazzi, senza una specifica preparazione atletica dedicata all’imminente competizione, dovevano incontrare Francia, Inghilterra e i padroni di casa della Svezia, tutte squadre sulla carta più forti di loro. Ma di sicuro avevano dalla loro un grande entusiasmo, e soprattutto non avevano alcuna pressione sopra le loro spalle. Andò a finire che quei ragazzi non solo superarono il girone, ma addirittura vinsero quell’edizione degli Europei.

La Danimarca vincente agli Europei del 1992

La Danimarca vincente agli Europei del 1992

 

Si tratta di più di venti anni fa, è vero. E infatti nel frattempo la storia è cambiata. Già durante l’Olimpiade del 2008 si seppe che il 99% degli atleti canadesi si allenavano dal punto di vista mentale, e che più del 75% dei team olimpici avevano portato ai Giochi un esperto in materia. Uno sdoganamento ufficiale, insomma, sia per gli atleti degli sport individuali che per quelli di squadra, dove le dinamiche di gruppo richiedono una preparazione particolare. E pian piano, come sempre, ciò che hanno iniziato a fare i campioni si sta trasferendo a tutto lo sport, agonistico e non. Proprio così, perché la prima finalità dell’allenamento mentale non è quella di far vincere le gare, ma far vivere al meglio la propria attività sportiva, consentendo così all’atleta di potersi esprimere al meglio. Sarebbe a dire eliminare ciò che gli esperti chiamano la sindrome da tabellone e focalizzarsi sulle proprie capacità. Un nuovo concetto di vittoria, insomma, che poi finisce incidentalmente per migliorare anche i risultati sul campo.

Ma cosa fa, in pratica, l’allenatore mentale? Per prima cosa si accerta che l’atleta abbia un buon approccio alla pratica sportiva, e in particolar modo a quella agonistica. Avete mai sentito qualcuno che esce dal campo sconfitto facendo l’elenco di tutto ciò che non andava senza prendere in considerazione la propria prestazione? Quanti atleti conoscete che si pongono obiettivi chiari, misurabili, e con un limite di tempo ben definito? Siete consapevoli che la vostra performance in campo è qualcosa di diverso dalla propria validità come persona? E ancora, che rapporto avete con l’errore? Ecco, queste sono alcune delle questioni di base da chiarire e da allenare, sia in campo sia a casa, attraverso letture o altre attività utili allo scopo.

Una volta acquisiti questi concetti chiave c’è da affrontare l’ostacolo più grande, ovvero la pressione della gara con tutti i suoi pericoli: i pensieri negativi, gli elementi di disturbo, la gestione dell’ansia o dello stress prima, durante e dopo la gara. Molti sono gli strumenti che l’allenatore mentale può utilizzare per migliorare e risolvere le varie situazioni: esercizi da fare prima della gara per essere più forti quanto saremo sotto pressione, tecniche per gestire gli ostacoli durante la prova, metodi per rilasciare la tensione dopo la gara. Alcuni strumenti funzionano meglio per alcuni e peggio per altri, altri viceversa, com’è normale che sia dato che ogni atleta è un individuo unico. Il campione dei Dallas Mavericks Dirk Nowitzki, ad esempio, ha risolto la sua difficoltà a rilassarsi dopo la partita imparando a suonare il pianoforte, su consiglio proprio del suo mental trainer. Durante la gara, invece, uno degli strumenti più utilizzati e potenti è la routine, cioè una serie di piccole azioni ricorrenti che aiutano l’atleta a rimanere concentrato sul compito da svolgere e allo stesso tempo impediscono che pensieri negativi si facciano strada dentro la testa dell’atleta. Alcune routine sono più utilizzate di altre, altre sono del tutto personali o addirittura bizzarre, ma l’importante è che ognuno trovi quella più efficace per se stesso.

Dirk Nowitzki in azione

Dirk Nowitzki in azione

 

Se si tratta di sport di squadra, l’allenatore mentale deve però anche accertarsi che l’atleta possegga anche una duplice visione, quella propria e quella di gruppo, sia per quanto riguarda il proprio ruolo sia relativamente all’obiettivo finale del proprio sforzo. Se i giocatori di un team possiedono questa visione, la squadra diventa più di un semplice agglomerato di qualità tecniche e fisiche, e i risultati si vedono. E’ uno dei passaggi più delicati, ed ecco perché è particolarmente importante lo stretto contatto fra l’allenatore tecnico e quello mentale, in maniera da combinare le proprie azioni. Alcuni allenatori, come ad esempio Phil Jackson, il leggendario coach dei Chicago Bulls e dei Los Angeles Lakers appassionato di cultura orientale, sono avvantaggiati nel cogliere e lavorare su questi aspetti, altri sono costretti ad aggiornarsi continuamente ed affidarsi in misura maggiore all’allenatore mentale.

Obiettivo finale, dal punto di vista dell’atleta, è quello di fare sport in uno stato di flow, e cioè in una condizione in cui la propria performance fluisce liberamente, senza essere cioè impedita da ostacoli di nessun tipo, né esterni né interni. Per dirla come il tennista francese Jo-Wilfried Tsonga «Il mio gioco è molto efficace quando non ho niente nella mia testa, quando semplicemente faccio il mio gioco». In ogni caso, però, l’allenamento mentale migliora la performance, perciò d’ora in poi quando vedrete un avversario ripetere gli stessi gesti e non perdere mai la concentrazione, oppure quando vi troverete davanti una squadra che gioca meglio di quanto non sia la somma delle loro singole capacità tecniche, saprete che loro hanno una marcia in più: stanno allenando non solo il loro corpo, ma anche la loro mente.

Florio Panaiotti
© Riproduzione Riservata

 

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