Jackie Robinson

Jackie Robinson in azione

Jackie Robinson in azione

 

Il coraggio intorno al diamante

Hai visto Jackie Robinson colpire quella palla? L’ha colpita? Sì, e non è tutto. Ha rubato la casa base“. Count Basie e la sua straordinaria orchestra nel 1949 dedicarono una canzone a un giocatore di baseball appena passato alla storia. Era da poco finita la guerra e gli atleti erano tornati a casa dal fronte. Non tutti avevano espletato il servizio di leva allo stesso modo: Joe Dimaggio, già all’apice della fama, era ingrossato e abbronzato al sole delle Hawaii. Imbarazzato, nel 1943 aveva anche chiesto di essere mandato in combattimento, ma la sua richiesta era stata respinta. Fu respinta anche quella di Han Greenberg, prima base dei Detroit Tigers, la prima stella ebrea dello sport.

Una delle poche richieste accettate fu quella di Bob Feller, lanciatore dei Cleveland Indians. Ted Williams, che allo scoppio della guerra è già protagonista di una carriera che sarà molto lunga nei Boston Red Sox, è occupato a pilotare aerei nei Marines. Non appena smettono l’uniforme, tutti rimettono la divisa della squadra. Il baseball vive il suo momento di gloria, gli statunitensi crescono lanciandosi palline di pelle sul pietrisco. È uno sport molto popolare anche tra gli afroamericani.

Il tenente Robinson il 23 ottobre 1945 firma per i Montreal Royals

Il tenente Robinson il 23 ottobre 1945 firma per i Montreal Royals

 

Jackie Robinson invece una divisa non l’aveva. Giocava senza numero. Fu cacciato dall’esercito, dove si era appuntato per guadagnare qualche soldo, confinato al Battaglione 758 in attesa del verdetto della Corte Marziale: era un ufficiale ma aveva rifiutato di obbedire a un superiore. Il superiore gli aveva intimato di andare in fondo all’autobus dell’esercito. «Sei negro, davanti non ci puoi stare».

La Corte Marziale darà ragione a Jackie che verrà congedato con onore (il cammino dell’ anticostituzionalità della segregazione sui mezzi pubblici deve aspettare una decina di anni con Rosa Parks, la “sarta che non si alzò”). Gli Stati Uniti rimasero un Paese profondamente diviso tra “colored” e “white” e, soprattutto, con l’indegno cartello “white only”, “solo per bianchi”, appeso sui muri e sull’eredità culturale dei cittadini.

E il baseball professionale, da quando nel 1890 aveva adottato le disposizioni delle leggi di Jim Crow era, per l’appunto, “white only”, malgrado nessuna insegna leggibile lo etichettasse. Robinson, in quanto non bianco, non poteva stare sul campo, non poteva allenarsi negli stessi impianti utilizzati dai bianchi. Cominciò a fare il coach su richiesta dell’amico il reverendo Karl Downs, per la squadra di baseball del college di Sam Houston prima, della Southwestern Athletic poi. Lo fece senza raccogliere grandi successi ma suscitando molta ammirazione; fra gli altri, anche del giocatore di pallacanestro Marques Haynes, un futuro membro degli Harlem Globetrotters.

Nel 1945 lo chiamano come giocatore professionista nei Monarchs, squadra della Negro League, il campionato degli afroamericani, con un contratto da 400 dollari al mese, una manna per il tempo, corrispondente ai 5.187 dollari del 2014. Anche se gioca bene, è frustrato dall’esperienza: la disorganizzazione della Negro League, la connivenza con il mondo delle scommesse, il febbrile programma delle trasferte che lo allontana dalla fidanzata Rachel, con cui riesce a comunicare solo per lettera, diventano un peso.
Ma per lui ci sono altri programmi.

Rickey Branch, presidente e manager dei Brooklyn Dodgers, sta inseguendo una sfida che non sarà solo personale. «Il baseball è bianco. Gli spettatori sono neri. I soldi sono verdi».

Il contratto

Nel 1946 nella Major League Baseball giocano 400 atleti, tutti bianchi. Per l’anno successivo, Branch pianifica di vedere 399 bianchi più un nero. E Robinson è il candidato più adatto ad essere inserito nel rooster della sua squadra bianca. Servono eccezionali doti atletiche, certo. Indiscutibili e non questionabili. Ma occorre soprattutto un carattere d’acciaio, che contrapponga agli inevitabili insulti del pubblico il silenzio del fuoriclasse. Almeno, affinché il valore e la legittimità di quel giocatore nero in campo non fossero riconosciuti.

Non sarà quindi Josh Gibson, il migliore della Negro League, ad essere il prescelto. O Roy Campanella. Ma Jack Roosevelt Robinson: 26 anni, al momento impegnato nei Kansan City Monarchs, metodista, media di .350, ultimo di cinque fratelli (di cui il più grande, Mack, specialista dei cento e duecento metri piani e argento alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dietro Jesse Owens) e, in più, ufficiale dell’esercito americano (anche se comparì alla Corte Marziale).

Nella celebre riunione di tre ore del 28 agosto 1945 avvenuta fra Rickey e Jackie, a un certo punto il presidente chiede a Robinson se sarebbe stato in grado di affrontare gli animi razzisti senza reagire in modo violento. «Stai forse cercando un giocatore nero che ha paura di reagire?».
«No» risponde Branch «sto cercando un giocatore nero con abbastanza coraggio da non reagire».
«Dammi un numero, ti darò il coraggio».

Firmano per 600 dollari al mese – 7.700 dollari di oggi –, più un bonus di 3500 dollari, sapendo entrambi d’innescare una tempesta di fuoco, in cui Robinson non potrà che porgere l’altra guancia.

Robinson e Branch si stringono la mano nel 1948 (© Corbis)

Robinson e Branch si stringono la mano nel 1948 (© Corbis)

 

Wendell Smith, giornalista del settimanale Pittsburgh Courier, segue tutto il percorso dell’atleta. Quando Robinson arriva a Daytona Beach, in Florida, per l’allenamento con i Montreal Royals, la squadra della Minor League dei Dodgers, trova Wendell ad aspettarlo. È la luna di miele dei Robinson. Jackie ha fatto la proposta all’indomani del contratto, il reverendo amico li ha sposati a Los Angeles, ma la compagnia aerea si rifiuta di far prendere loro un volo “white only”, devono ripiegare su un autobus. Robinson non può dormire in albergo con il resto della squadra, viene portato a casa di un politico locale ma a causa del colore della sua pelle tutto il team è soggetto a ripercussioni e boicottaggi.

Clay Hopper, manager dei Royals, originario del Mississippi, chiede a Rickey di assegnare Robinson a qualsiasi altra squadra affiliata con i Dodgers, ma Rickey si rifiuta. Quella linea di segregazione che vigeva nel baseball sarebbe stata molto dura da abbattere. Molto più di quanto Rickey avesse immaginato. Serve vincere. E Robinson è determinato a farlo: nella sua prima partita con i Montreal Royals mette a segno tre singoli e tre home run.

Negro negro negro negro negro”. Una parola che nell’America degli anni Quaranta non ha bisogno di altri attributi. Nella partita dei Montreal contro l’Indianapolis, Robinson è costretto da un poliziotto a lasciare il campo. Robinson è davvero solo, anche se il baseball è un gioco di squadra. Tra gli spettatori, con la macchina da scrivere in grembo, il giornalista Wendell Smith segue e scrive: non gli è permesso sedere nella tribuna della stampa, riservata ai bianchi.
Nella Minor League con i Montreal ruba 40 basi, segna 113 punti, ha una media battuta di .349. È pronto per i Dodgers, ma loro non sono pronti per lui.

La squadra, che quell’anno si allena all’Havana, firma una petizione per escluderlo. L’allenatore Leo Durocher, che sta già attraversando una tempesta personale – vuole lasciare la moglie per un’attrice, il divorzio è impensabile – su istigazione di Branch mette in chiaro che Jackie è un compagno di squadra. La squadra si deve comportare come tale.

«Non m’importa se il ragazzo è giallo o nero, o se ha le strisce come una zebra. Io sono il manager di questa squadra e dico che lui gioca. Inoltre, c’è dell’altro: questo ragazzo ci può rendere tutti ricchi. E se qualcuno di voi non ha bisogno di soldi, farò in modo di cedervi». A due settimane dalla prima di campionato, Durocher viene sospeso per un anno per un giro di scommesse. Il debutto di Robinson nei Dodgers sembra incontrare solo ostacoli. Ma avviene.

Il debutto del numero 42

Jackie Robinson esordisce nella Major League del Baseball il 15 aprile 1947 all’Ebbets Field di Brooklyn davanti a ventitremila spettatori.

«Nei primi mesi Jackie tornava dalle partite e dagli allenamenti distrutto, tutti lo attaccavano. Lo sport che lui amava così tanto lo respingeva e gli ricordava in ogni momento che non c’ era posto per lui. I tifosi, i compagni di squadra, gli avversari e persino la polizia. Allora noi chiudevamo la nostra porta e lasciavamo quel mondo fuori, ci facevamo coraggio» ricorda la moglie Rachel al Los Angeles Times nel 2013, in occasione dell’uscita del film di Brian Helgeland “42”, che narra le vicende biografiche del debutto di Robinson (con Chadwick Bosenman nel ruolo di Robinson e Harrison Ford in quello di Rickey).

«Per fortuna io di quei momenti ricordo solo i baci e la calma della nostra casa» aggiunge.

Emblematica la scena in cui Jackie, in piedi sul diamante, fissa lo sguardo sul nulla mentre attorno a lui gli spettatori urlano e sputano insulti e saliva. Toccante anche la ricostruzione in cui Ben Chapman, uomo del sud, coach dei Philadelphia Phillis, il 22 aprile 1947 offende Jackie tutto il tempo dell’incontro. Sarà troppo tardi riconciliarsi nella partita di ritorno. Faranno un sorriso alla stampa, stringendo la mazza da baseball come a siglare il segno di pace, ma Chapman, che in passato era stato un buon giocatore degli Yankees nel periodo di Ruth e Gehrig, verrà licenziato, non lavorerà più e sarà consegnato alla storia come l’allenatore razzista che al primo anno di Jackie Robinson nella Major League, mise duramente alla prova i nervi dell’atleta.

«Torna tra i campi di cotone. Non sei degno di portare un numero sulla maglia».

E invece ne sarà talmente degno che nel 1972 il numero 42 verrà ritirato in suo onore da tutte le divise del baseball. Poterono mantenere quel numero soltanto coloro che già lo indossavano – l’ultimo, ritiratosi nel 2013, Mariano Rivera, closer dei New York Yankees – e ancora oggi, ogni 15 aprile, tutti i giocatori scendono in campo con la casacca numero 42 per ricordare lo storico debutto di Jackie Robinson che, battuta dopo battuta, ha reso gli Stati Uniti un Paese un po’ migliore.

Il Jackie Robinson Day del 2013 (© Townson/Associated Press)

Il Jackie Robinson Day del 2013 (© Townson/Associated Press)

 

Le prestazioni in campo al termine della prima stagione di Robinson rispecchiano le aspettative: suo è il punto decisivo contro i Pirates Pittsburgh, chiude l’annata avendo giocato 151 partite, una media di battute di .297, con 175 valide, 12 home run, 48 punti battuti a casa, 125 punti segnati, 29 basi rubate. Primatista della National League, con questi numeri in crescendo riceve il premio Rookie of the Year.

Nel 1948, a seguito della cessione di Eddy Stanky ai Boston Braves, Robinson passa a giocare come seconda base. Le porte del baseball professionale sono aperte ad altri atleti neri, tra cui Roy Campanella, Monte Irvin, Don Newcombe, Willie Mays e Hank Aaron. Robinson gioca fino al 1957, sempre con i Dodgers. Ha 38 anni, ha giocato per sei volte le World Series vincendole nel 1955; nel 1949 è il miglior giocatore della National League e dal 1949 al 1955 è selezionato per ben sei volte per l’All Star Game. Nel 1962 è eletto con il 77.5% di preferenze nella Baseball Hall of Fame. Si ritira dallo sport, ma non si adagia sugli allori: fino al 1964 ricopre l’incarico di vicepresidente per la “Chock Full o’Nuts”, primo nero a raggiungere tale ruolo in un’azienda americana. Continua, assieme alla moglie, a combattere per i diritti civili. Quando, nel 1972, muore stroncato da un infarto a 53 anni, la moglie crea la Jackie Robinson Foundation che si occupa di scolarizzazione giovanile. Un modo per rimanere ancora in campo, per non dimenticare la forza dirompente dell’insegnamento universale racchiuso dalla frase “porgere l’altra guancia”. E cantare al ritmo sincopato del jazz:

“Satchel Paige is mellow
So is Campanella, Newcombe and Doby, too
But it’s a natural fact
When Jackie comes to bat
The other team is through”.

Melania Sebastiani
© Riproduzione Riservata

 

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