Dražen Petrović

Drazen Petrovic © Getty Images

Dražen Petrović (© Getty Images)

 

Il “Mozart dei canestri”

Qual è il miglior giocatore di basket della storia? Una delle tante domande che si fanno da sempre gli appassionati senza poter avere una risposta. Ma se limitiamo il raggio d’azione al nostro continente, non ci sono dubbi: il più forte cestista europeo ha un nome e un cognome. Dražen Petrović è stato ribattezzato il Mozart dei canestri e per alcuni critici il paragone gli sta persino stretto. Una guardia tiratrice pressoché infallibile forgiata da infinite ore di allenamento che hanno reso ancora più cristallino uno spropositato talento innato.

Un giovane Petrovic con la maglia della nazionale

Un giovane Petrović con la maglia della nazionale

 

C’era qualcosa di carismatico che ne accompagnava la figura, un alone quasi magico che viene raccontato ancora oggi da chi ha avuto la possibilità di conoscerlo, di sfidarlo o la fortuna di giocarci accanto. Perché avere vicino Dražen ti dava la sicurezza di chi pensa di non poter perdere in alcun caso: nella sua era e a certe latitudini, sapeva vincere da solo in uno sport che da sempre premia il collettivo. Uno così forte da essere decisivo non per una ma per due nazionali (sarebbe più appropriato dire per due nazioni): una parabola interrotta troppo presto dal fato senza però che il destino impedisse di toccare vette sublimi. Ci ha lasciato venti anni fa: eppure tutti ne parlano ancora al presente. Perché gli uomini muoiono, i miti restano.

Classe, ambizione e passione

Fin da bambino, si era capito che avesse qualcosa di speciale. A Šibenik, dove è nato nel 1964, aveva già la nomea di baby prodigio in virtù di una coordinazione sbalorditiva e di un’imbarazzante capacità di fare canestro da ogni posizione. Ma neanche i geni nascono “imparati” e Dražen si svegliava tutte le mattine all’alba per una seduta di allenamento personale: provava cinquecento tiri da tre punti prima di andare a scuola. Passa al Cibona Zagabria nel 1984: una formazione che fino a quel momento aveva collezionato dieci sconfitte nelle ultime dieci esibizioni europee.

Poi arriva il Re Mida e tutto si trasforma in oro. Titolo nazionale il primo anno (contro l’Olimpija Ljubljana mette a referto centododici punti, roba che va oltre la fantascienza), Coppe dei Campioni nelle due stagioni successive. Segna più di trenta punti a match, inventa canestri e assist senza soluzione di continuità, con un atteggiamento irriverente, quasi di sfida nei confronti degli avversari. Gioca a basket, parla di basket, guarda solo il basket: è un amore maniacale per il parquet che lo porta a essere pressoché intoccabile. Passa per una cifra stratosferica al Real Madrid dove continua a incantare: è fuori quota per chi gioca da questa parte dell’oceano.

Nel 1989 Caserta ha uno squadrone e arriva in finale di Coppa Korac: ha l’unico torto di trovarsi al cospetto delle merengues con Petrović in campo. I campani realizzano centotredici punti e dominerebbero se non fosse che dall’altra parte c’è un alieno che da solo arriva a sessantadue. Cambiano marcature, sistemi difensivi, adattamenti: Dražen Petrović ha deciso che quella coppa sarà sua e paga la cauzione per tutti regalando la Korac al Real.

E dato che in Europa non c’è più nulla da vincere, decide di andare nell’NBA. Ma attenzione all’epoca gli europei erano visti con sospetto dall’altra parte dell’Atlantico. Tempo dopo, un certo Vernon Maxwell degli Houston Rockets dichiarerà prima di un match: «Deve ancora nascere un bianco europeo in grado di farmi le scarpe», e Petrović lo “saluterà” a fine partita dopo avergli infilato in faccia quarantaquattro punti. Dražen approda a Portland e viene trattato come un corpo estraneo. Regala sprazzi di classe quando gli viene concesso. Troppo poco, però, per uno che è abituato a fare la differenza ed è inevitabile il cambio di rotta. Va a New Jersey, una squadra così sprovvista di cittadinanza in NBA che sinistramente ricorda i precedenti del Cibona prima del suo arrivo.

Petrović contro Barkley e Drexler © Getty Images

Petrović contro Barkley e Drexler (© Getty Images)

 

Ancora una volta, tuttavia, quando Dražen riceve fiducia, la ripaga trasformando la squadra. In due stagioni si dimostra una macchina da tiro impressionante con oltre venti punti di media, percentuali di realizzazione da capogiro e una personalità che gli permette di sfidare Michael Jordan, Thomas o Magic Johnson senza alcun timore reverenziale. È pronto per andare in un team da titolo e nell’estate del ’93 sono poche le franchigie che non vorrebbero avere a disposizione una guardia dal potenziale offensivo così stratosferico. È eletto nel terzo quintetto NBA con l’impressione che sia destinato a scalare ulteriori posizioni tra i mostri sacri. Non sapremo mai se quella previsione fosse corretta.

«Sono croato, non jugoslavo»

Abbiamo detto che Petrović è stato il più forte giocatore di pallacanestro della storia. Ecco, la nazionale jugoslava di quegli anni è stata la miglior compagine europea mai vista perché poteva contare tra gli altri su Vlade Divac, Žarko Paspalj, Dino Rađa, Arijan Komazec. Era un gruppo unitissimo, plasmato sin dai tempi delle rappresentative giovanili e che aveva trovato un’alchimia pressoché perfetta. Agli Europei del 1989 in casa, la Jugoslavia cancella tutte le avversarie: è una squadra di una bellezza abbagliante che regala una pallacanestro esaltante per velocità, tecnica, raffinatezza nell’esecuzione degli schemi. “Mozart” Petrović è il direttore d’orchestra, ma non c’è un solo corista a steccare.

È un blocco monolitico, Petrović è compagno di stanza di Divac e sembrano complementari. Vlade è solo apparentemente ombroso mentre in realtà è più scanzonato di Dražen. Insieme parlano di basket, di ragazze, dell’avventura in NBA, di come il loro sogno di bambini sia diventato realtà. Che Dražen sia croato e Vlade serbo è apparso per anni un dettaglio. Poi arrivano i mondiali a Buenos Aires del ’90: ci sono gli Stati Uniti senza le stelle del Dream Team, ma la musica non cambia. La Jugoslavia non concede sconti e si laurea campione iridata. C’è solo un problema: la Jugoslavia come nazione di fatto non esiste più. È già iniziata una delle guerre più sanguinose e assurde dell’epoca recente e improvvisamente i refoli indipendisti sono diventati un uragano capace di travolgere anche i legami più solidi.

Durante la premiazione, un tifoso porge una bandiera croata: Divac la butta via. Voleva semplicemente lanciare il segnale che quell’alloro mondiale era di tutti, che per una notte ancora loro rappresentavano la Jugoslavia. Ma per chi vuole strumentalizzare è un’occasione d’oro. Per la stampa e le forze governative croate, il rifiuto di Divac è intollerabile e il centro entra nella storia ma nel verso sbagliato. Non si può essere amici anche se si è stati fino a un attimo prima fratelli: Dražen si stacca da Vlade anche per la pressione che riceve da alte cariche croate. Da allora in poi, Petrović sarà il simbolo della nazionale croata e la trascinerà sino all’argento olimpico di Barcellona dove il Dream Team di Magic Jordan, Bird e Drexler sarà costretto a soffrire per oltre metà gara.

Petrovic a canestro

Petrović a canestro

 

Se si rivede quella partita, si ha l’impressione che ci fosse un giocatore così speciale in maglia croata che avrebbe potuto vestire la divisa a stelle e strisce a pieno titolo. È un simbolo e non nasconde il proprio orgoglio: «Sono croato, non jugoslavo». Per lui la nazionale è una questione di principio, non ci rinuncia neppure per impegni agevoli come una sfida di qualificazione per gli europei contro la Polonia nonostante il suo contratto NBA gli permetta tranquillamente di saltare un turno senza ripassare dal via.

L’ultimo atto

La partita è una formalità, ciò che avviene dopo è una tragedia. Rifiuta di tornare con l’aereo insieme ai compagni e preferisce prendere la macchina con la fidanzata. È lei, che ora è diventata la moglie dell’ex centravanti del Milan Oliver Bierhoff, a guidare quando un TIR in mezzo alla strada costringe l’auto su cui viaggiano a una brusca deviata e all’impatto. La donna si salverà, Dražen no.

Cosa rimane di lui vent’anni dopo la morte? Cestisticamente quello che ha fatto basta e avanza per consacrarlo nella leggenda al di là dell’iscrizione del proprio nome nella Hall of Fame, nonostante sia ancora forte il rimpianto per aver perso l’occasione di vederlo sfidare i big in una finale di Conference o nell’ultimo atto NBA. Umanamente, bisogna andare in Croazia per comprendere appieno come Dražen fosse e sia considerato molto più di un campione. Il 7 giugno è ancora oggi lutto nazionale; un ragazzino ha sintetizzato il sentimento di un popolo avvicinandosi alla madre del giocatore con queste parole: «Signora, lei ha cresciuto Dražen. Ma ora e per sempre lui è nostro, è di tutti noi».

C’è poi un documentario, Once Brothers, con cui Divac ha voluto omaggiare l’amico tornando in luoghi che aveva ignorato per vent’anni pur di riabbracciare la famiglia del giocatore e portare un fiore sulla tomba del suo compagno. Non ha mai accettato che la guerra avesse fatto allontanare Dražen. Non ha mai accettato che quell’incidente abbia reso la separazione definitiva. Oppure no: in fondo due amici possono fare pace senza bisogno di chiedersi scusa, di parlarsi, di confidarsi. Con la consolazione che i miti non muoiono mai: sono saliti un po’ più in alto per continuare a regalare sinfonie di pallacanestro.

Roberto D’Ingiullo
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