James Brendan Connolly

James Brendan Connolly

James Brendan Connolly

 

Un vincitore sopra le righe

James conosceva la vita dei pescatori, dei marinai. La conosceva attraverso quelle mani piene di calli, indurite dal sale, che l’avevano cresciuto, guidandolo finché non era diventato abbastanza grande da separarsene. E quella fu la vita che raccontò, riga dopo riga, nei suoi romanzi d’avventura.

Quando parlano di lui, tuttavia, gli abitanti della sua cittadina natale ricordano una persona diversa; sembrerebbe quasi trattarsi di un altro uomo, che ha ben poco a che fare con quel James Connolly, figlio di immigrati irlandesi. Passeggiano per le strade e raccontano ai bambini la leggenda di un eroe locale, che aveva camminato, tanto tempo prima, in quelli stessi luoghi: «È stato un uomo, un cittadino di Boston, un atleta dilettante che ha vinto delle medaglie e ha saputo dimostrare che l’America era in grado di competere e vincere su un palcoscenico mondiale».

Di lui oggi rimane una statua nella periferia sud di Boston, a Joe Moakley Field, per commemorare la sua intramontabile vittoria. È immortalato nell’atto di saltare, come se fosse destinato a ripeterlo in eterno. Se, tuttavia, quella statua potesse parlare direbbe di più, molto di più. James Brendan Connolly era uno scrittore, un giornalista; autore di diciannove romanzi ed innumerevoli articoli. Era uno scrittore e non si dedicò ad altro finché visse.

L’altra impresa, quella che ha consacrato la sua leggenda, parve gli fosse capitata per caso. Anche se di caso sicuramente non poteva trattarsi, se era stata perseguita con tanta determinazione. Determinazione o incoscienza di un ragazzo di vent’anni che s’impuntò fino allo stremo per ottenere qualcosa che non sapeva neppure lui cosa fosse. Un qualcosa che però si avverò, sottoforma di medaglia. La prima dell’Olimpiade moderna.

Un ragazzo testardo

Il problema erano sempre i soldi; quelli non bastavano mai e, in un modo o nell’altro, bisognava adattarsi. James era il sesto dei dieci figli di Mary e John Connolly, nativi delle isole Aran, vicino a Galway Bay, Irlanda. Lui e i suoi fratelli erano nati a Boston, ma questo non migliorò le loro condizioni di vita, vennero educati fin dall’infanzia al lavoro e allo spirito di sacrificio. Connolly dovette abbandonare il liceo, nonostante i buoni risultati scolastici, perché i genitori non erano più in grado di pagargli gli studi. Un vero peccato, perché le capacità del ragazzino erano promettenti. A soli dodici anni aveva ottenuto una nota di merito per un tema sulla Dichiarazione di Indipendenza. Aveva riempito sedici pagine fitte, lasciando esterrefatto il suo insegnante che aveva inviato il manoscritto alla commissione scolastica, con il commento: «Guardate cosa riesce a fare uno studente di Boston». I suoi meriti non lo salvarono; i tempi dei temi in bella copia erano finiti, si doveva lavorare. Ancora una volta, lui si adattò, dimenticò i libri e si impiegò per una compagnia assicurativa. L’unico sfogo, o forse la sola forma di riscatto dalle ingiustizie sociali, la trovava nello sport. Tutti i giovani Connolly erano degli ottimi rematori, un’abilità per niente scontata all’epoca. Il fratello maggiore di James, Mike, era diventato ammiraglio del porto di Savannah e fu lui ad affidargli un incarico presso l’“U. S. Engineer Corps”. Il suo compito sarebbe stato quello di migliorare le condizioni dei fiumi e dei porti nel sud-est della costa atlantica. Fu l’inizio della vita avventurosa di James Connolly. Durante quegli anni gli furono dedicate alcune colonne del Savannah Morning News, in seguito a salvataggi da lui compiuti; veniva nominato come un eroe.

Un primo piano di James

Un primo piano di James

 

Nel 1891, James partecipò per caso ad una riunione della Catholic Library di Savannah, e si ritrovò così ad essere tra i fondatori della prima squadra di football cittadina. Per la sua felice intuizione gli furono conferiti i galloni di capitano. L’anno dopo venne nominato di nuovo capitano, stavolta della squadra ciclistica della Catholic Library. Il suo impegno sportivo non trascurava nessun campo, neppure la pagina stampata: in quello stesso periodo iniziò a scrivere per il giornale “Lamplight”, dietro il compenso di cinque dollari a settimana.

Quando, in seguito ad un infortunio, dovette abbandonare la sua amata squadra di football, non pensò neppure per un momento al ritiro, tantomeno di mettersi a riposo. Non poteva giocare a football? Poco male, si sarebbe dedicato completamente all’atletica. Del resto pure in quella disciplina se la cavava, nel 1890 aveva vinto la gara del salto triplo ai campionati dilettantistici degli Stati Uniti come membro della Trimounth Athletic Club di South Boston.

Il richiamo Olimpico

Il ragazzino studioso e meritevole che era in lui non era si mai arreso completamente. Non bastava lo sport, non bastavano i giornali che lo celebravano, James aveva ancora un conto aperto con il passato. E decise di ascoltare quella voce che urlava dentro di lui. Fece di testa sua come al solito, senza dire niente a nessuno cercò di recuperare gli anni perduti dell’High School studiando da autodidatta. Mai recupero fu più prodigioso: nell’ottobre del 1895 James Connolly venne accettato nel corso di letteratura classica della Harvard University. E con ogni probabilità si sarebbe anche laureato, se non avesse fatto quella richiesta.

Un anno prima con la fondazione del Comitato Olimpico Internazionale da parte di Pierre de Coubertin, era stata decisa la prima edizione delle moderne Olimpiadi che si sarebbero svolte ad Atene tra il 6 e il 15 aprile del 1896. A James, naturalmente, era balzata in testa già da un po’ l’idea di partecipare; forse non aveva tenuto conto di studiare nell’università più prestigiosa d’America. Aveva sentito dire che il rettore di Harvard, Dean Le Baron Russell Briggs, aveva concesso ad uno studente senior, Ellery Clark, un permesso speciale per partecipare ai Giochi. Connolly si recò puntualmente nell’ufficio del rettore, credendo di avere diritto all’identico trattamento. Nulla andò come sperato: il rettore oppose a James un severo rifiuto. Del resto, lui era una matricola ed un atleta dilettante. La verità sottesa era che Connolly faceva parte della stretta nicchia di studenti irlandesi e cattolici iscritti all’università. E qui avvenne l’incredibile: dopo tutti gli sforzi compiuti per proseguire gli studi, James non ci pensò due volte e decise di mandare tutto all’aria pur di partecipare alla prima edizione olimpica. Pare che rispose al rettore con queste precise parole: «Io andrò ai Giochi Olimpici. Così con Harvard ho chiuso, in questo momento. Buona giornata, signore».

James aveva ventisette anni, all’epoca. Con le sue sole forze aveva risparmiato un gruzzolo di 250 dollari, convinto che bastassero per il viaggio ad Atene e ritorno. Non bastavano. Mancavano settantacinque dollari e lui non aveva idea di come procurarseli. A salvarlo fu la misericordia del suo parroco, padre O’Callaghan che probabilmente fu colpito dal fegato del ragazzo e, in segreto, incuriosito da quell’impresa inusuale. Grazie alla sua intercessione un mese dopo James Connolly partì alla volta di Atene con gli atleti del piccolo Suffolk Club. Lo attendevano venti giorni di viaggio in balia delle correnti dell’Oceano Atlantico.

Le prime Olimpiadi moderne

Atene, 1896. Gli atleti iscritti alle prime Olimpiadi moderne furono trecentoundici, duecentotrenta di loro erano Greci. Connolly giunse allo stadio il giorno prima della gara. Il viaggio era stato un susseguirsi di inconvenienti; avevano rubato il suo bagaglio e, un errore di datazione, aveva gettato la squadra USA nel panico. Si era scoperto all’ultimo infatti che i Greci seguivano il calendario Giuliano, mentre gli Americani facevano riferimento a quello Gregoriano: fatto che creò una piccola discrepanza temporale per cui gli atleti si ritrovarono ad Atene appena in tempo per partecipare ai Giochi.

Nel giorno di apertura delle Olimpiadi la prima finale fu quella del salto triplo, la specialità di Connolly.

Il giovane bostoniano sbaragliò qualsiasi rivale, con la misura di 13,71 si classificò al primo posto. Non si trattava di una vittoria qualunque, quella medaglia divenne storia: James Brendan Connolly era il primo vincitore Olimpico dell’Era Moderna. Gli fu conferita una medaglia d’argento, perché all’epoca non si usava ancora dare l’oro al primo classificato, la novità sarà introdotta solo nel 1908.

Quella fu a tutti gli effetti la giornata di James, che si confermò di nuovo campione con il secondo posto nel salto in alto e il terzo nel salto in lungo; ma nulla poteva uguagliare la prima, immortale impresa.

An Olympic Victor, il romanzo di James

An Olympic Victor, il romanzo di James

 

Si narra che, terminata la gara, si fosse precipitato all’ufficio postale per telegrafare al rettore della sua università: «I greci hanno vinto l’Europa, io ho vinto il mondo intero».

Una fama immortale

Fu consegnato ai posteri come “il primo vincitore dell’Olimpiade moderna”, in realtà lo sport in seguito occupò uno spazio minimo nella vita di James. Al ritorno a Boston venne festeggiato in pompa magna dai suoi concittadini che per l’occasione gli regalarono un orologio. Il suo successo olimpico non si ripeté: quattro anni dopo, nel 1900, cercò di difendere il titolo a Parigi, ma non ci riuscì. In compenso la vita gli aveva offerto tante altre opportunità. Raccontò che, una volta tornato da Atene, si era ritrovato con molta fama e pochissimi soldi e allora aveva dovuto trovare un modo per guadagnarsi da vivere. Ovviamente lo fece nel solo modo che conosceva: scrivendo. Scrisse racconti e articoli di vario genere per prestigiose testate come lo Scribner’s. Fu corrispondente di guerra per il Collier’s magazine e assistette in prima linea a tutti i principali conflitti del suo tempo, spesso rischiando grosso, ma non abbandonò mai la sua missione. Una lettera da lui inviata ad un amico sulla vita durante la guerra fu pubblicata dal Boston Globe. Come di consueto, James seppe trasformare le sue avventure in romanzi: ne uscirono storie mozzafiato che narravano di incredibili battaglie su sottomarini, aerei da combattimento, oppure di esperienze singolari, come di un viaggio nei mari dell’Antartide. Spesso, però, le sue storie raccontavano di pescatori e marinai: le figure della sua infanzia, la gente con cui era cresciuto. Tra i suoi libri più famosi compaiono Head Winds, The Crested Seas e The Book of the Gloucester Fishermen. In questa lunga serie di romanzi d’avventura spicca in particolare una storia breve, dal titolo significativo: An Olympic Victor, l’ultimo omaggio di James Connolly all’impresa che più di ogni altra aveva segnato la sua esistenza.

The Gloucester Fishermen

The Gloucester Fishermen

 

Visse fino a tarda età a New York, accudito dalla moglie e dalla figlia Brenda. Fino a quel momento sedette alla sua scrivania e continuò a scrivere tutte le mattine, diceva che fossero quelle le ore migliori.

Nel 1949, quando era ormai un campione olimpico e uno scrittore affermato, Harvard bussò di nuovo alla sua porta: intendevano offrirgli una laurea ad honorem. Proprio come aveva fatto oltre cinquant’anni prima, James rifiutò. Dopotutto, Harvard aveva già avuto la sua chance.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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