Raimondo e Piero D’Inzeo

Raimondo e Piero D'Inzeo

Raimondo e Piero D’Inzeo

 

I fratelli invincibili

Se ne andarono a pochi mesi di distanza come per un tacito accordo. Dopo Raimondo, Piero, che non aveva mai perdonato al fratello la prematura scomparsa. Non sarebbe dovuto essere lui il primo, almeno non quella volta. Queste parole gliele aveva sussurrate nella camera ardente allestita all’interno del Salone del Coni di Roma prima di congedarsi da lui per sempre rivolgendogli il saluto militare.
«Non si lascia così all’improvviso il compagno di tutta una vita. Se vedo un cavallo che mi piace, a chi lo racconto? Sei riuscito a battermi ancora e non lo dovevi fare perché toccava prima a me; e lo sapevi».
L’ultimo rimprovero lanciato in veste di fratello maggiore, che a posteriori assume le sembianze di un insanabile rimpianto. Piero e Raimondo, appena due anni di differenza e una vita trascorsa in perfetta simbiosi, l’uno accanto all’altro perfino sui gradini più alti del podio. Arrivarono a livelli altissimi, alle vertigini della competizione, eppure non smisero neppure per un momento di stringersi la mano. Tutti ricordano i due fratelli fianco a fianco seduti sulla panchina ad osservare il percorso degli avversari: non si scambiavano consigli, neppure una parola, ma condividevano la stessa tensione, che lentamente si allentava. «Raimondo era il più bravo di tutti», sosteneva Piero «ma sono certo che lui pensi lo stesso di me». Da parte sua Raimondo ribatteva senza pensarci due volte: «Piero? Il migliore: nessuno sarà mai a cavallo come lui». Uniti contro tutti, a dispetto delle loro tifoserie sempre più divise: chi amava Raimondo non poteva sopportare Piero, e viceversa. Tentarono di piantare il seme della discordia tra i due, ma non ci riuscirono mai: c’era un legame che trascendeva le logiche meschine della rivalità, qualcosa di forte che impediva all’ambizione smodata di prendere il sopravvento. L’altro era semplicemente lo specchio in cui riflettersi, lo stimolo a migliorarsi e non poteva, per nessun motivo, venire a mancare: perché la gara non aveva alcun senso oltre quel confronto.

Di italiani la regina Elisabetta II ne ricorda pochi, ma fra questi gli unici che sia solita nominare spesso con ammirazione sono i fratelli D’Inzeo: due cavalieri, due veri soldati, due medaglie olimpiche, entrambi molto british style, ma, purtroppo per lei, italianissimi. Insieme rappresentano un’icona intramontabile dello sport azzurro, la memoria di un’Italia ormai dimenticata, un pezzo di storia sportiva che non ritornerà mai più. Parteciparono a otto olimpiadi consecutive, dal 1948 al 1976, vincendo. Record assoluto, finora superato soltanto da un velista austriaco, Hubert Raudaschl. Con la sola differenza che loro, invece, lo infransero insieme. Due campioni straordinari, uniti da un imprescindibile legame di sangue, divennero noti con il celebre epiteto di “fratelli invincibili”.

Un padre severo

Piero era un amante del mare, per tutta la vita si ostinò a dichiarare che, se non l’avessero messo in groppa ad un cavallo fin da bambino, si sarebbe dedicato volentieri alla barca a vela, ma il destino per lui aveva deciso diversamente: o per meglio dire, il padre. Costante D’Inzeo era un uomo dai saldi principi e dall’ancor più ferrea volontà. Veniva dalle terre abruzzesi e dei cavalli aveva una conoscenza naturale e millenaria come quella delle sue vallate, perfezionata poi con la disciplina appresa sotto le armi. Provetto cavaliere, aveva combattuto durante la prima guerra mondiale per risparmiare il fratello più piccolo, Silvio, e permettergli di continuare gli studi universitari. Il sacrificio non si rivelò vano: Costante ottenne il grado di maresciallo e una croce al merito, mentre il fratellino si adoperò perché almeno un laureato in famiglia ci fosse.
Terminata la guerra, Costante si dedicò anima e corpo alla sua principale passione: aprì una scuola di equitazione, la Società Ippica Romana, nell’ex fabbrica di mattoni alla Farnesina. Studiò a fondo le tecniche di tutti i principali campioni, in particolare di Caprilli, e arrivò a svilupparne una tutta sua: mirava a portare il cavallo di fronte all’ostacolo per poi lasciarlo libero di saltare.

I fratelli invincibili

I fratelli invincibili

 

Ne conseguì che i suoi cavalli divennero richiestissimi e fossero ammirati in tutto il mondo; primo fra tutti il celebre Nasello, conosciuto come destriero da leggenda. Formare solo il cavallo, però, non era sufficiente, Costante mirava a creare il cavaliere perfetto. Inevitabilmente impegnò i suoi sforzi nella formazione dei figli, Piero e Raimondo, che mise in sella non appena impararono a reggersi in piedi. Se con Piero l’intento riuscì, era docile, obbediente, con Raimondo minacciava di fallire: il bambino scoppiò in lacrime, sulla sella non ci voleva stare. Una delusione dura da sopportare per papà Costante che si trincerò in un furore freddo, lasciando il figlio ancora più avvilito. Lo fece sentire escluso: lodava la bravura di Piero, mentre a lui neppure parlava. Dovette intervenire la madre, mettere una buona parola in favore del piccolo di casa e insistere perché gli fosse concessa una seconda possibilità. Costante fu chiaro: avrebbe tollerato la paura, non le lacrime. Fu così che a sette anni Raimondo D’Inzeo rimontò in sella e non vi sarebbe più sceso, fino alla fine dei suoi giorni. Oro olimpico, due volte campione del mondo, fu nominato “miglior cavaliere della storia” da un referendum mondiale tra giornalisti d’equitazione. Molti sostenevano che addirittura Raimondo fosse più in gamba di Piero, un fuoriclasse assoluto. Quel giorno, tuttavia, non sembrava affatto un campione e nessun segnale scese dal cielo a profetizzare il suo promettente avvenire. Al contrario, Raimondo si aggrappò alle redini con il batticuore, le mani tremanti di un bambino spaventato. Aveva fissa nello sguardo la determinazione, però. Quel padre severo non lo avrebbe mai più deluso.

Costante non lo capì, diceva che non aveva stile. Era troppo impetuoso, irrequieto, nulla a che vedere con la tecnica impeccabile del fratello Piero. Lo guardava sempre storto perché, mentre Piero accettava con umiltà i consigli, lui non abbassava mai il capo. Stimolava il cavallo con la gamba prima di saltare, pur sapendo bene che il padre era contrario, disobbedienze che non gli valsero certo l’appellativo di pupillo prediletto. Costante lo considerava un figlio perduto per l’equitazione, preferiva lodare Piero che di certo, invece, gli avrebbe dato soddisfazioni. Erano due volti di una stessa medaglia: Piero rappresentava la tecnica, Raimondo la grinta. Così tra galoppi, infortuni e fratture i due fratelli diventarono grandi. Sempre in competizione tra loro ai primi concorsi, nessuna gara filava liscia: litigavano per tutto da ragazzi, si contendevano i cavalli, una volta esposero perfino reclamo l’uno contro l’altro.

Tutto cambiò allo scoppio della seconda guerra mondiale quando le loro strade si divisero e, forse per la prima volta, entrambi provarono la nostalgia acuta della separazione. Furono mandati in Accademia: Piero a Modena, Raimondo a Lecce. Ne uscirono cambiati, più consapevoli, finalmente smisero di tiranneggiarsi a vicenda. Raimondo entrò a far parte dell’Arma dei Carabinieri, da quel momento gareggiò sempre in divisa.

I Giochi di Roma 1960

A Piazza di Siena i fratelli erano stati tante volte da bambini, allora passeggiavano nelle belle giornate di maggio indicandosi a vicenda i cavalli più prodigiosi. Quei ricordi riaffioravano con malinconia ad anni di distanza, sul campo di gara la situazione era ben diversa, si respirava tutta un’altra aria. Quattordici ostacoli, di cui sette salti, si snodavano lungo un percorso che gli esperti d’equitazione giudicano tra i più difficili al mondo. La tensione era alta, soprattutto per Raimondo a cui toccava l’ingrato compito di dare inizio alla gara, non certo un vantaggio. In sella a Posillippo, un sauro di dieci anni, non deluse le aspettative: percorso netto, zero penalità. Il morale degli avversari colava già a picco, ma la gara non era ancora conclusa. Raimondo teneva gli occhi fissi sul fratello e non si calmò finché anche lui non giunse all’ultimo ostacolo, solo allora si concesse un sorriso: Piero, penalizzato di otto punti, continuava insieme a lui la competizione.

Cavalli e trofei

Cavalli e trofei

 

La seconda manche fu meno onorevole: tre errori per Raimondo che si trovò ad accumulare dodici penalità. E ancor più difficile il turno del fratello: il suo cavallo, The Rock, ebbe un inciampo sull’ultimo largo, ma il recupero fu prodigioso. Piero mise a frutto la tecnica impartitagli dal padre, l’ottimo equilibrio che gli valse l’epiteto di “cavaliere perfetto”. Terminato il turno di gara Raimondo e Piero sedettero l’uno accanto all’altro, stretti dalla morsa angosciosa degli errori commessi, appena rincuorati dai risultati delle imprese compiute. Restarono così, senza dirsi una parola, sospesi nell’attesa: toccava ad altri, adesso, disputare la gara. Sempre in silenzio osservarono gli altri concorrenti scomparire dal tabellone uno ad uno, sfondare un ostacolo dopo l’altro, cavalcare a pelo pur di non demordere. Pian piano saliva quella certezza, alimentata dal confabulare della folla che guardava dall’esterno, quasi si osava sussurrare timidamente «vittoria!». Gli avversari più temibili non ce l’avevano fatta, erano crollati. Restavano lui e Piero alla vetta della classifica, ma ancora non osavano dirselo, fermi al loro posto, sentivano il tumulto nel cuore. Le ultime prove furono sempre più deludenti, perfino i tedeschi, dati per favoriti, stavano scivolando verso piazzamenti secondari. Poi l’annuncio, il verdetto finale: avevano vinto i D’Inzeo, tutti e due. Primo Raimondo, secondo Piero, rispettivamente oro e argento olimpico. Si strinsero la mano prima di salire sul podio, quasi a dire «sì, ce l’abbiamo fatta». Un momento da incorniciare nel corso di un anno che non fu da meno in quanto a vittorie. Avrebbero collezionato molti altri titoli, vinto tante altre medaglie nel corso delle loro carriere, ma mai nessuna riuscì ad eguagliare quel traguardo: due fratelli, i D’Inzeo, si trovavano vicini in cima al podio olimpico. Fu la loro consacrazione, vennero acclamati come i Dioscuri dell’equitazione italiana e quell’Olimpiade diede origine alla loro leggenda.

Gli ultimi anni

Gli ultimi anni

 

Quella fu la medaglia più dolceamara per Piero che osservava, dal basso, il fratellino ergersi sul gradino più alto del podio. L’oro di Raimondo alleviava la delusione per quel secondo posto e allo stesso tempo un po’ la rintuzzava. In fondo sentiva di provare una specie di orgoglio, che non si riusciva a spiegare, veniva da dentro e lo rendeva felice anche se al primo posto lui non c’era arrivato. Raimondo quando erano bambini gli ripeteva sempre «Voglio essere bravo come te», una frase da tenere stretta nella mente, soprattutto in quel momento, un pensiero da stringere forte in pugno come una medaglia. Era un sentimento che potevano capire solo loro, i fratelli invincibili che rappresentavano i due volti di una stessa vittoria.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

 

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