Edoardo Mangiarotti

Edoardo Mangiarotti

Edoardo Mangiarotti

 

Venticinque anni di trionfi

«Allora, ti vuoi sbrigare? Dobbiamo chiudere il giornale!». No, non era così che l’illustre collaboratore della Gazzetta dello Sport si aspettava di essere ricevuto nella sala stampa di Helsinki. Non quel giorno, almeno. È vero, era in ritardo, su quello non ci pioveva. Ma aveva un sacco di buoni motivi se quel 28 luglio 1952 non aveva ancora dettato alla rosea l’articolo sulla giornata conclusiva del torneo olimpico di spada.

Provò a spiegarlo ai due accigliati colleghi del quotidiano milanese, i giovani, ma già affermati, Gianni Brera e Gualtiero Zanetti, che lo avevano fortissimamente voluto per scrivere di scherma sul loro giornale. Il fatto era che la cerimonia di premiazione, svoltasi a Westend – un sobborgo sul mare, un po’ fuori dalla capitale – , era andata fin troppo per le lunghe. D’altra parte gli sarebbe stato impossibile venire via prima o, addirittura, non parteciparvi. Come avrebbe potuto? Quel pomeriggio, a salire sul gradino più alto del podio era toccato proprio a lui, Edoardo Mangiarotti, uno degli atleti più attesi di quei Giochi finlandesi, nonché pubblicista sportivo a tempo perso.

Una giornata memorabile

La giustificazione non impressionò più di tanto i due famosi giornalisti, preoccupati solo di riempire il giornale con la sua corrispondenza. Incassata quella (finta) indifferenza, lo schermidore non si perse d’animo: ancora avvolto nell’accappatoio bianco con il quale aveva ricevuto l’alloro olimpico, cominciò, molto professionalmente, a dettare a braccio il pezzo sulla sua… vittoria.

Fu quella una giornata memorabile per la famiglia Mangiarotti. A completare il successo di quel lunedì di fine luglio arrivò infatti il secondo posto del fratello maggiore Dario che, nel suo ultimo assalto (il torneo era all’italiana), sconfisse per 3-2 il lussemburghese Léon Buck, togliendo così al rappresentante del Granducato la possibilità di contendere l’oro a Edoardo.

La vittoria fu il suggello di una settimana indimenticabile per l’azzurro, nato nel 1919 a Renate, un piccolo comune vicino a Monza. Argento nel fioretto a squadre dietro la Francia, il 22 luglio; di nuovo secondo nel fioretto individuale, sconfitto solo dal fuoriclasse francese Christian d’Oriola, il 26; finalmente oro, nella spada a squadre davanti alla Svezia, due giorni dopo.

Edoardo Mangiarotti Christian d'Oriola a Parigi nel 1953 (© Corbis)

Edoardo Mangiarotti Christian d’Oriola a Parigi nel 1953 (© Corbis)

 

Non c’erano dubbi: l’Olimpiade scandinava aveva consacrato Edoardo Mangiarotti come uno degli schermidori più forti di sempre, autentico erede del grande Nedo Nadi. Il leggendario livornese, d’altra parte, era stato il primo a credere in quel giovanotto, quando, in qualità di CT, lo aveva selezionato per i Giochi di Berlino, nel 1936. Al vecchio campione era bastato poco per riconoscere in quel diciassettenne le stigmate dell’autentico fuoriclasse.

Edoardo, ambidestro e dotato di una tecnica già matura, unita a una forza fisica non comune, si mostrò degno della fiducia ricevuta. Vinse l’oro nel concorso olimpico di spada a squadre e fu grande protagonista anche nelle successive edizioni dei Campionati del mondo, svoltesi in Francia, nel 1937, e in Cecoslovacchia, l’anno dopo. Nei due tornei iridati, l’azzurro conquistò infatti due ori, un argento e un bronzo. Mostrò inoltre una netta predilezione per la spada, l’arma che più si adattava alle sue caratteristiche.

Una carriera che si preannunciava folgorante, ma che si arrestò con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale fu cancellata ogni competizione sportiva, Olimpiadi comprese. Poi, una volta finito il conflitto, recuperare la forma di un tempo e diventare finalmente quel campione che tutti avevano pronosticato anni prima divenne, per lui, una necessità vitale. Ricominciò così ad allenarsi con grande impegno e a partecipare alle gare.

Non fu facile. Il Campionato del mondo del 1947, svoltosi a Lisbona, fu deludente: arrivò solo quarto nella spada individuale. Per la rivincita, dovette aspettare il 1948 quando, durante i Giochi di Londra – i primi dopo i tragici eventi bellici – Edoardo vinse un bronzo individuale nella spada e un argento a squadre, sia nella spada che nel fioretto, a dispetto di un clima non certo favorevole agli italiani (gli echi politici del conflitto si facevano ancora sentire).

Rinfrancato da quel risultato, Mangiarotti tornò a mietere vittorie e piazzamenti in tutte le competizioni (nazionali e internazionali) a cui partecipò da lì in poi. Le medaglie vinte a Helsinki rappresentarono dunque il naturale completamento di un duro lavoro che gli aveva fatto finalmente recuperare quella ribalta che gli era stata tolta, anni prima, dalla guerra. Ce l’aveva fatta.

Lì, in terra scandinava, Edoardo e il fratello vollero dedicare le loro vittorie al padre Giuseppe. Un pensiero più che dovuto, dal momento che il genitore fu probabilmente il maggiore artefice dei loro successi. Arrivato alla scherma per scommessa e buon atleta a sua volta (partecipò, senza per altro grande fortuna, ai Giochi di Londra del 1908), Giuseppe, terminata la carriera agonistica, diventò un ottimo tecnico. Decise così di trasmettere il suo amore per la disciplina anche ai figli Dario ed Edoardo. Li allenò e li seguì con cura, cercando di valorizzare al meglio le loro differenti caratteristiche individuali.

Mangiarotti (a sinistra) a Roma 1960 (© ANSA)

Mangiarotti (a sinistra) a Roma 1960 (© ANSA)

 

Di Dario, di taglia più minuta, esaltò l’agilità e il funambolismo, mentre a Edoardo, più dotato fisicamente e tecnicamente, insegnò a tirare da mancino, convinto che avrebbe così sorpreso la maggior parte degli avversari.

Giuseppe aveva visto giusto: già nel 1933 il secondogenito s’impose sorprendentemente ai Campionati assoluti di spada svoltisi a Tripoli. Aveva solo quattordici anni e il suo stile armonico e offensivo, già maturo, destò l’attenzione del CT azzurro Nadi che, convinto delle sue qualità, nel 1936 lo incluse – come visto – nel team olimpico azzurro. Quindi la guerra, la rinascita, Londra e, infine, il trionfo di Helsinki. Edoardo, tuttavia, non era ancora sazio di vittorie. A dispetto dell’età, partecipò anche alle due edizioni successive dei Giochi, lasciando in entrambe tracce indelebili del suo talento.

A Melbourne, nel 1956, Mangiarotti vinse infatti l’oro nel fioretto e nella spada a squadre, più un bronzo nella spada individuale al termine di uno spareggio a tre contro Claudio Pavesi (oro) e Giuseppe Delfino (argento).

Doppio ruolo

A Roma, nel 1960, si presentò ancora una volta in pedana nel doppio ruolo di atleta e CT della nazionale, dimostrando al mondo intero che non era per nulla finito. Tornò infatti un’altra volta ancora sul gradino più alto del podio nel concorso a squadre di spada, conquistando anche l’argento con i compagni dell’équipe di fioretto. Aveva quarantun anni suonati.

La carriera di Edoardo Mangiarotti, di fatto, finì lì. In un quarto di secolo aveva partecipato a cinque Olimpiadi (sarebbero state sette senza la guerra), conquistando sei ori, cinque argenti e due bronzi. Non pago, si aggiudicò anche tredici campionati mondiali, sette titoli nazionali e un numero incalcolabile di trofei minori.
Mai nessun atleta italiano aveva vinto così tanto.

Marco Della Croce
© Riproduzione Riservata

 

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