Onorato Arisi

 

Il collezionista dei campioni

Figurine, riviste, ritagli di giornale. Un mondo di carta per dar corpo a una passione, l’Inter. Iniziò a rastrellare memorabilia da ragazzino, in quella Milano industriale dove era approdato dalla Bassa Cremonese negli anni Sessanta. Fabbriche e pallone. Helenio Herrera e Nereo Rocco. Notti di coppe a San Siro. Un calcio frugale ma capace di avvincere alle sue leggende. Cinquant’ anni dopo, Onorato Arisi è diventato il più grande collezionista italiano di cimeli sportivi, ma tra i suoi 300.000 gioielli il più caro resta per lui una rassegna  di distintivi nerazzurri dagli anni Venti ai nostri giorni, tremila pezzi che tiene gelosamente per sé.

Sono la mia numero uno – sorride citando la celeberrima moneta di Zio Paperone. Scanzonato quanto ambizioso, Arisi è un romantico capace di tradurre in fatti le proprie suggestioni. Al nostro arrivo presso la sede milanese di Autentico Sport, la società che ha fondato con la finalità di trasformare lo sport in memoria storica, ci accoglie con un annuncio: “E’ ufficiale: nel 2015 Torino sarà la capitale europea dello sport».

 

Torino è anche la sede del Museo dello Sport che verrà inaugurato allo Stadio Olimpico lunedì prossimo e che Arisi ha allestito dopo una lunga e tortuosa gestazione. «Il Museo sarebbe dovuto nascere a Milano, nei locali della vecchia piscina Corsi» – racconta – «ma con l’insediamento della nuova giunta il progetto è saltato. Non c’erano i soldi per ristrutturare l’impianto e in due mesi siamo passati dalla delibera alla chiusura. Un amico mi ha suggerito di rivolgermi al Comune di Torino: a febbraio avevo già in mano le chiavi dell’Olimpico».

Articolato in quattro sezioni, il Museo è la retrospettiva di un secolo di sport. C’è il calcio, con un omaggio ai padroni di casa del Toro; il ciclismo, con un percorso a tappe da Fausto Coppi a Cipollini e trenta maglie di campioni del mondo, da Felice Gimondi a Eddy Merckx e Francesco Moser; ci sono i numeri uno italiani, Giovanni Soldini e i fratelli Francesco ed Edoardo Molinari, Livio Berruti e Alberto Cova; e infine le grandi emozioni – il casco di Ayrton Senna, i guantoni di Muhammad Ali, la maglia di Pelé, il pallone firmato da tutti i giocatori del Manchester United campione d’Europa nel 1968.

 

Ma la vera attrazione è un juke boxe interattivo in cui sarà possibile ascoltare i vinili incisi dagli stessi campioni, George Best in primis. «Questo museo» – sostiene Arisi – «sarà un archetipo per gli altri. Vedrà quanti ne spunteranno! Sa che già circolano voci sulla fondazione di un Museo del Pugilato ad Assisi?».

Il pioniere del genere rimane comunque lui, da quando, nel 1996, gli proposero di allestire una mostra sulla storia delI’Inter e del Milan a San Siro. «Doveva durare nove mesi» – ricorda – «e ne è nato un museo. All’epoca facevo il commercialista: ci ho messo tre minuti a mollare tutto e accettare la scommessa della vita».

A San Siro ha lavorato fino a un paio d’anni fa, poi ha voltato pagina per tirar fuori dai suoi due magazzini milanesi il patrimonio accumulato in trent’anni di ricerche in tutto il mondo. Mercatini, aste, acquisizioni. Una caccia minuta ai pezzi unici, integrata da donazioni e prestiti di campioni «dei cui ricordi, nel tempo, sono diventato il depositario». Alcuni di loro – Luis Suárez, Sandro Mazzola, Beppe Bergomi – sono oggi amici fraterni. Altri hanno chiesto ad Arisi di lucidare le loro medaglie, le loro armi, di restituire il respiro di eterno a una loro impresa.

«Pierino Gros mi ha regalato gli sci con cui ha vinto l’Olimpiade di Innsbruck nel 1976, Diana Bianchedi la sua canotta elettrica, la spada e la maschera; Stefania Bianchini i guantoni con cui è diventata la prima campionessa italiana di pugilato; conservo perfino la slitta con cui Ambrogio Fogar tentò la sua avventura sui ghiacci del Circolo polare artico accompagnato dal fido Armaduk».

Oggetti che parlano, innocenti come l’idea di sport in cui crede Arisi. «Oggi si vuole monetizzare tutto» – spiega – «e forse l’ultima roccaforte dei valori autentici resta lo sport, che – diciamocelo – è soprattutto fatica, allenamento. Calcio a parte, in quasi tutte le discipline sportive l’atleta vive in funzione di una gara che magari perde per un raffreddore». O vince imprimendosi per sempre nell’immaginario collettivo. Come Michele Frangilli, l’arciere che Arisi ha presentato alle scolaresche come testimonial dello sport pulito ben prima che conquistasse l’oro di Londra. O Duilio Loi, il grande pugile triestino di cui il collezionista milanese custodisce la cintura di campione del mondo.

«E’ il mio cimelio più pregiato» – confessa Arisi – «ma ho imparato che il pezzo più difficile da acquisire è sempre quello che deve venire. E io ce l’ho già in mente: voglio le scarpe di Usain Bolt».

Graziana Urso

© Riproduzione Riservata

(intervista raccolta nel mese di novembre 2012)

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