Garry Kasparov VS Deep Blue

la sfida con deep blue

 

L’uomo e la macchina

Negli scenari futuristici più agghiaccianti si prevede un mondo governato dalle macchine, in cui il genere umano inesorabilmente soccombe dominato dai robot. L’irriducibile fatalità della creatura che supera ogni aspettativa e annienta il suo stesso creatore. Immaginazioni, fantasie, nutrimento spicciolo per la letteratura fantasy e le pellicole apocalittiche del cinema ad effetti speciali. Nel 1996, quando gli occhi di tutto il mondo si ritrovarono puntati sul quadrato di una scacchiera, queste prospettive non apparvero tanto lontane dal vero. Era su quel campo di battaglia che si sfidavano due intelligenze a confronto. Da una parte il maggior campione mondiale di scacchi in carica, dall’altra un computer; all’apparenza in gioco c’erano soltanto delle pedine, in realtà lo scacco matto avrebbe sancito una sconfitta ben più importante. Si trattava di una sfida senza precedenti, uno scontro fra titani. L’atto finale sarebbe stato ancor più definitivo proprio perché unico nella storia.

In verità era in corso una partita morale, l’interrogativo, che pochi osavano pronunciare ad alta voce, aleggiava sospeso in un’atmosfera tesa: «quella umana è davvero la miglior intelligenza possibile?». A tal proposito Garry Kasparov non aveva dubbi, proprio per questo aveva accettato di partecipare a quella serie di incontri.

Una volta battuti tutti gli avversari esistenti non c’era più nessuno in grado di tenergli testa ed un campione, si sa, per riconoscersi tale ha bisogno di misurarsi, se non altri, con se stesso. E di certo, Garry, non poteva immaginare che quel computer sarebbe diventato il suo specchio. Non uno specchio qualsiasi però, aveva un vetro deformato: rifletteva le sue fragilità. Kasparov non aveva calcolato il rischio implicito in quelle partite, non era contro il computer che doveva misurarsi, ma contro qualcosa di più difficile da vedere con chiarezza: il suo fattore umano. Quando il 10 febbraio 1996 sedette dall’altro lato della scacchiera era totalmente, assolutamente convinto di essere di fronte ad un avversario come tutti gli altri, forse appena un po’ più in gamba dei soliti, ma che possedeva, come tutti del resto, capacità logiche in grado di essere sventate. E fu proprio questo l’errore. Si inaugurava così la sfida del millennio, quella tra l’uomo e la macchina.

Un bambino prodigio

Garry aveva imparato a giocare a scacchi sulle ginocchia di papà Kim, quel padre che gli fu strappato troppo presto da una morte prematura. A compensare la mancanza causata da quella perdita atroce, rimase la scacchiera: il piccolo Kasparov continuava così a muovere alfieri, cavalli e torri come gli aveva insegnato papà e già all’età di sei anni si rivelò un autentico asso nel gioco. Se la vita l’aveva già colpito con il suo voltafaccia più inquietante, c’era un dolore che Garry non conosceva ed era la sconfitta.

A sette anni compiuti iniziò a frequentare il Young Pioneer Palace di Baku, proprio qui venne notato dal maestro Mikhail Botvinnik che lo prese sotto la sua ala protettrice ammettendolo nella prestigiosa scuola di scacchi da lui diretta. La giovane mente venne allenata dal punto di vista più tecnico sotto l’influenza esperta di Vladimir Makogonov a cui spettò il ruolo essenziale di impartire al bambino gli insegnamenti strategici. Il talento naturale del piccolo Garry venne allevato, accudito e indirizzato verso una finalità ben precisa: forgiare un campione. Poco tempo dopo si notarono già i risultati, nel 1976 Kasparov vinceva il Campionato Sovietico Junior e l’anno seguente ottenne di nuovo il titolo, ma totalizzando un punteggio ancor più sorprendente. La svolta venne nel 1978, con la partecipazione in via del tutto eccezionale al Sokolsky Memorial Tournament; a causa della sua giovane età Kasparov non avrebbe potuto partecipare ad una competizione di così alto livello, tuttavia, grazie ai risultati da lui ottenuti nel corso di quell’anno, si concesse uno strappo alla regola e fu ammesso tra i giocatori. E così accadde l’imprevedibile: il novellino, il principiante su cui nessuno avrebbe scommesso, batté uno ad uno tutti gli avversari confermandosi vincitore. Fu la svolta decisiva e la definitiva consacrazione di Kasparov come campione professionista, da quel momento la sua vita si snodò in un continuo susseguirsi di vittorie nei tornei nazionali e internazionali. Venne riconosciuto come il “più giovane giocatore di sempre” del Campionato Sovietico di scacchi. Entrò nella storia. A quindici anni era già riuscito a fare la differenza, ma non era pago dei suoi successi. Alle Olimpiadi di quell’anno vinse l’oro a squadre con la nazionale sovietica e il bronzo come seconda riserva. La sua giovinezza lo aveva reso un idolo, ma era in fondo anche la sua maledizione: era giovane, appunto, sentiva di avere ancora tutto da dimostrare.

Un intenso primo piano di Kasparov

Un intenso primo piano di Kasparov

 

Le sue partite divennero memorabili, sfide all’ultimo sangue in grado di imprimersi indelebilmente nelle menti degli spettatori. Kasparov mostrò al mondo quale fosse il vero significato di una partita di scacchi: il lento logoramento provocato da mosse studiate, calcolate, pensate prima di essere messe in pratica. Dimostrò che negli scacchi la fortuna non esisteva e neppure il caso.

Nel 1984 il campionato del mondo vide Kasparov contro Anatolij Evgen’evic Karpov, fu una delle sfide più agguerrite del secolo. Durò cinque mesi e venne sospesa dalla Federazione Internazionale degli Scacchi per sfinimento, il comunicato ufficiale disse che doveva essere tutelata la salute psicofisica dei giocatori. Kasparov aveva perso cinque chili e ancor più ore di sonno, ma senza quell’intervento non avrebbe mai smesso di giocare; la partita non era conclusa dopotutto, c’era ancora una scacchiera ad attenderlo. Perché se c’è un sentimento che gli scacchi trasmettono è l’onnipotenza.

La sfida contro i computer

Col trascorrere del tempo gli altri avversari diventarono insipidi, Garry si annoiava. Fu così che decise di inaugurare una nuova fase della sua vita: l’era delle sfide contro i computer. Nel 1985, ad Amburgo, ne sfidò trentadue di fila vincendo tutte le partite in sole cinque ore di gioco. Qualche anno dopo Kasparov non ebbe timore di affermare che nessun computer avrebbe battuto un essere umano: «Almeno non fino al 2000», aggiunse scherzosamente. Nel mentre lui non poteva sapere che in un laboratorio universitario un dottorando squattrinato stava lavorando disperatamente per salvare il suo progetto di ricerca.

Feng-Hsiung Hu rischiava grosso, il suo tutor era stato molto chiaro con lui: o si inventava qualcosa o il suo percorso accademico sarebbe miseramente fallito. La posta in gioco era alta, la Carnegie Mellon di Pittsburg, in Pennsylvania, era una delle migliori università nel campo dell’informatica; a Feng-Hsiung Hu un fallimento sarebbe costato caro. La disperazione lo portò ad abbandonare i suoi studi sulle stampanti laser e ad affiancarsi ad un altro gruppo che si occupava di macchine in grado di giocare a scacchi. Così i destini dello studente tailandese e del più grande scacchista di tutti i tempi stavano per incrociarsi: Kasparov non lo poteva sapere, ma presto quel giovane dottorando avrebbe dato vita al suo avversario più temibile, l’unico in grado di sconfiggerlo.

La prima partita

La prima partita

 

Esaminando i progetti di un altro computer scacchistico, Feng trovò il modo di velocizzare la macchina inserendo la funzione di valutazione e il generatore di mosse in un unico chip. Le prime ricerche in proposito erano state fatte da un certo matematico di nome Alan Turing, era stato proprio Turing ad ideare il primo programma informatico per giocare a scacchi; l’entusiasmo per la tecnologia sbocciato nel secondo dopoguerra aveva portato a dedicare un intero settore di ricerca a quel campo. Feng-Hsiung Hu e il suo gruppo lavorarono duramente, dopo diversi tentativi mediocri, riuscirono nell’insperato: costruirono una macchina in grado, a loro giudizio, di battere l’uomo. Possedeva una potenza di calcolo senza precedenti, in grado di valutare milioni di mosse al secondo e poteva avvalersi di un database sconfinato di partite giocate. Un enorme cervello di silicio dotato di memoria, il suo nome era Deep Blue. Si stimava che il computer fosse addirittura in grado di prevedere le mosse dell’avversario, meglio di una mente umana. Spettava all’avversario prescelto, ora, trovare il suo punto debole.

Deep Blue

La prima partita tra Garry Kasparov e Deep Blue si disputò il 10 febbraio 1996 a Philadelphia, ed ebbe un risultato inatteso. Il computer vinse la prima delle sei partite previste nell’incontro. Kasparov tremò, ma riprese in fretta il controllo della situazione e la vittoria finale fu sua. Il risultato, tuttavia, non lo convinse; una sconfitta, seppur minima, c’era stata. In molti già cercavano di attribuirgli un valore. Si decise per una rivincita l’anno successivo.

Il 3 maggio 1997 al trentacinquesimo piano dell’Equitable Building di New York ebbe inizio la sfida finale. Gli spettatori seguivano la partita dal seminterrato con l’ausilio di tre maxischermi che riprendevano il match. La pressione mediatica per l’evento era alle stelle, i giornali titolavano a grandi lettere: «The Brain’s Last Stand», l’ultima resistenza del cervello. Nel frattempo Kasparov aveva scoperto l’errore strategico del computer ed era ben deciso a sfruttarlo: Deep Blue accettava sempre lo scambio di un pezzo più debole per uno più forte dell’avversario, senza tenere conto delle posizioni. Trovato il tallone d’Achille della macchina, Kasparov era convinto di avere la vittoria in pugno. Si sbagliava.

La sfida

La sfida

 

Le cose non andarono come sperato, già dalla seconda partita Garry dovette ricredersi riguardo le sue certezze. Sull’orlo di un esaurimento nervoso, alla conferenza stampa sbraitò che qualcuno stava barando, che in realtà un giocatore molto esperto, un maestro di scacchi, stava suggerendo le mosse al computer. Il povero Garry credeva di essere la vittima di un imbroglio e continuò a sostenere la sua tesi per molti anni, finché il trascorrere del tempo non attenuò il risentimento provocato da quella sconfitta.

Perché sì, l’11 maggio 1997, Garry Kasparov, il campione indiscusso, capitolò e la vittoria fu della macchina, del cervello di silicio: Deep Blue. La dinamica di quelle sei partite fu analizzata ripetutamente, nel tentativo di trovare una spiegazione a ciò cui non si trovava un senso, che appariva come una sconfitta totale, universale, inappellabile dell’intelligenza umana. Il motivo, dissero, l’errore fatale era insito in Kasparov, nel suo fattore umano. Le condizioni pietose in cui si era presentato all’atto finale del match sembravano confermare l’ipotesi: risentiva della stanchezza, dello stress, della pressione in un modo che il computer non poteva concepire. Non si trattava semplicemente di una lotta tra cervelli; non c’erano solo il puro calcolo, la pura intelligenza, in gioco. Alla fine Garry Kasparov, oltre i suoi deliri di onnipotenza, si era semplicemente svelato per quello che era: un essere umano.

La quarantaquattresima mossa

Uno studio successivo rivelò che in realtà a decretare la sconfitta di Kasparov fu un elemento molto più umano: la paura. Nel corso della prima partita il computer aveva avuto l’opportunità di mettere sotto scacco il re di Kasparov con il movimento della sua torre, ma non fece quella mossa. Non sfruttò l’occasione. Quella quarantaquattresima mossa apparve inconcepibile agli occhi di Kasparov che, al turno successivo, sconfisse il computer. Il turbamento, però, rimase. Tra sé e sé studiò quella mossa, trascorse notti insonni nel tentativo di capirne la logica, alla fine ci riuscì: quella scelta avrebbe permesso a Deep Blue di arrivare allo scacco matto in meno di venti mosse. La prospettiva che il computer fosse in grado di vedere così avanti sulla logica del gioco terrorizzò Kasparov. Da quel momento in poi si mise a sbraitare e a dire, a chiunque avesse voglia di ascoltarlo, che c’era una mente umana dietro la macchina. Secondo Nate Silver fu proprio quella paura, scatenata dalla quarantaquattresima mossa, a decretare la sconfitta del campione russo.

La sconfitta

La sconfitta

 

Effettivamente l’ipotesi di Silver trova riscontro nella conclusione della seconda partita; quando Kasparov lasciò la vittoria a Deep Blue senza un motivo apparente, dato che, come fu dimostrato, avrebbe potuto continuare il gioco. Uno dei programmatori della macchina, Murray Campbell, sostenne che la quarantaquattresima mossa fosse in realtà dovuta ad un baco informatico. A volte il computer svolgeva una mossa completamente casuale, si trattava di una misura di emergenza presa quando non era in grado di scegliere tra le azioni preferibili. È stata dunque una mossa del tutto insensata a dare il colpo finale alla determinazione di Kasparov? Pare sia andata così, che l’onnipotenza di un uomo sia stata stroncata dall’idea che non sempre la logica ha un senso. Fu così che la macchina sconfisse l’essere umano.

Feng-Hsiung Hu, che aveva dedicato gran parte del sua vita a creare quel cervello di silicio, obbiettò che non si poteva, in realtà, parlare davvero di vittoria da parte dell’intelligenza artificiale. Nel suo libro “Behind Deep Blue” scrisse: «La sfida era in realtà tra uomini, in due ruoli diversi: l’uomo come giocatore e l’uomo come costruttore. Nella partita del 1996, vinse l’uomo come giocatore; nella rivincita del 1997, l’uomo vinse come costruttore».

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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