Dhyan Singh Chand

Dhyan Singh Chand

Dhyan Singh Chand

 

Il mago dell’hockey

Cosa ci fa, in un imprecisato giorno del 1919 nel nord dell’India, un ragazzino di quattordici anni trascinato controvoglia dal padre a vedere una partita di hockey su prato? Semplice, sta per diventare il grande, l’inimitabile, l’inarrivabile Dhyan Singh Chand.

Che a noi europei mediterranei, che contempliamo a mala pena questo strano sport giocato all’aperto con mazze e palline, questo nome possa dirci poco, ci può anche stare. Ma che ciò sia avvenuto anche in quella grande nazione, dove l’hockey su prato è un’autentica religione, seppur importata (così come il cricket) dai colonizzatori britannici, è stato un delitto, una bestemmia, un abominio. Eppure è successo.

il giovane Chand

il giovane Chand

 

È infatti accaduto che nel 1979 un anziano signore di settantaquattro anni, senza una rupia in tasca e affetto da un tumore allo stadio terminale, sia stato ricoverato in un’anonima corsia dell’All India Institute of Medical Sciences di Nuova Delhi. Così, come un cittadino comune, tra la freddezza professionale di medici e infermieri a cui quelle generalità – Dhyan Singh – stampate sui suoi documenti, dicevano poco o nulla.

Ci volle un articolo di un giornalista con la memoria lunga per far sapere a tutti chi fosse veramente quel povero vecchio e indurre la direzione del nosocomio a riservare una singola cameretta per colui che un tempo era stato una gloria nazionale. Semplicemente, a quel cognome – anonimo e comune a milioni di altri Singh indiani – si doveva infatti aggiungere Chand, che significa Luna.

Chand in azione

Chand in azione

 

Quel soprannome, cucitogli addosso come una seconda pelle dal suo primo allenatore, risvegliò finalmente dal torpore una nazione intera. Un senso di colpa generale attraversò il paese, solo appena mitigato dalla consapevolezza che lo stesso Dhyan aveva contribuito ad alimentare quell’oblio, a causa della sua grande modestia. «Tu sei senza dubbio consapevole che io sono solo un uomo comune», scrisse di sé con convinzione nella prefazione della sua autobiografia, Goal.

Un ragazzino presuntuoso

Un uomo comune, tuttavia, Dhyan Singh non lo fu mai. Neanche quel giorno in cui il padre Sameshwar Dutt Singh, militare dell’esercito indiano, lo portò ancora adolescente a vedere una partita di quello sport che amava moltissimo. Al punto di sperare, ma senza soverchie illusioni, di far cambiare idea al figlio che, invece, pareva avere in testa solo il wrestling. E invece, inaspettatamente, quel giorno la scintilla scoppiò per davvero.

Colpito dal fascino di quel gioco strano ma intenso, disputato senza tregua tra due squadre composte da militari britannici, il giovane Dhyan rimase così incantato che cominciò a dire ad alta voce che, se avesse giocato lui, il team in quel momento in svantaggio di due reti avrebbe sicuramente vinto. Un ufficiale di Sua Maestà, seduto sugli spalti accanto a padre e figlio, rimproverò aspramente il giovanotto, invero un po’ troppo presuntuoso. Il quale, per nulla intimorito dal tono del vicino e dal comprensibile imbarazzo paterno, insistette così tanto che il britannico, deciso a dare una lezione all’impertinente ragazzino, volle assecondarlo.

All’intervallo convinse così i responsabili della squadra perdente a dargli un bastone per vedere di che pasta fosse veramente fatto. In effetti, ci volle poco per capirlo. Come se avesse sempre giocato ad hockey, l’imberbe adolescente cominciò a mulinare azioni su azioni, svariando come un forsennato contro dei frastornati avversari che, alla fine del match, raccolsero la pallina nella propria rete ben quattro volte. Inutile dire che tutte le marcature furono opera dello scatenato Dhyan.

una travolgente azione di Chand

una travolgente azione di Chand

 

La stupefacente performance non passò inosservata. L’ufficiale, impressionato da ciò che aveva visto, consigliò il suo collega indiano che una carriera militare per il figlio gli avrebbe garantito un sicuro stipendio e l’occasione per giocare ad hockey ad alto livello. Il buon Sameshwar non se lo fece ripetere due volte. Quella era l’occasione per sistemare una volta per tutte il figlio, che aveva dovuto rinunciare agli studi a causa dei suoi continui trasferimenti da una città all’altra del paese.

Fu così che, dopo un biennio passato nel Children Platoon, il sedicenne Dhyan entrò a far parte dell’esercito indiano dove, più che all’arte della guerra, venne addestrato ad affinare il suo già superlativo patrimonio tecnico. L’opera di costruzione del perfetto giocatore di hockey fu portata avanti, con granitica convinzione, dall’esperto Bale Tiwari, che insegnò al giovane soldato anche i molteplici segreti tattici di uno sport semplice solo in apparenza.

Tra il 1922 e il 1926 Dhyan Singh fu un assoluto protagonista dei campionati militari (vinse una finale praticamente da solo, segnando tre reti decisive negli ultimi quattro minuti), tanto che gli venne attribuito il soprannome di Wizard, Mago, ben presto soppiantato da Chand, affibbiatogli dal suo allenatore, il grande Pankaj Gupta, prevedendo – a ragione – che un giorno il suo nome avrebbe brillato come la Luna. Già a ventun anni, infatti, il suo talento era assolutamente cristallino: a fronte di una velocità non proprio eccelsa, poteva vantare un dribbling ubriacante e imprevedibile, un grande controllo della pallina, un tiro esplosivo e un fiuto per il gol che non si è mai più visto nei campi da hockey.

I trionfi olimpici

Fu così che nel 1926 fu convocato nella rappresentativa militare indiana, invitata in Nuova Zelanda per una serie di amichevoli. La tournée fu, a dir poco, trionfale: diciotto match vinti, uno pareggiato e solo due persi, con centonovantadue reti fatte, di cui oltre cento realizzate dallo stesso Dhyan. La sua bravura gli valse la promozione a caporalmaggiore e l’inserimento nella Nazionale dell’India Britannica in vista dell’Olimpiade di Amsterdam, nel 1928. Nella capitale olandese, la squadra asiatica, dopo aver vinto il girone eliminatorio, si aggiudicò l’oro battendo 3-0 i temutissimi i padroni di casa, con due reti segnate proprio dal giovane fuoriclasse, che si aggiudicò anche la classifica dei marcatori con quattordici centri (su un totale di ventinove).

Chand a Los Angeles 1932

Chand a Los Angeles 1932

 

Il trionfo olimpico degli indiani fu replicato anche nelle due edizioni successive: a Los Angeles, nel 1932, dove vinsero facilmente un minigirone contro Giappone e Stati Uniti (sconfitti 23-1, un record durato fino al 2003), e a Berlino, nel 1936, in cui, dopo un trionfale girone eliminatorio e una semifinale vinta nettamente contro la Francia, sconfissero la Germania per 8-1 in una finale spettacolare.

Il team tedesco, infatti, era stato uno dei pochi a sconfiggere la rappresentativa indiana in un’amichevole precedente. Consapevole della forza degli europei (e del vantaggio di giocare in casa), Dhyan – promosso capitano della squadra – e compagni iniziarono la partita nervosi e contratti, chiudendo il primo tempo con uno striminzito gol di vantaggio. Durante l’intervallo l’asso asiatico, evidentemente insoddisfatto della sua prestazione – anche a causa di una marcatura intimidatoria che gli costò un dente –, decise che i suoi scarpini chiodati non andavano bene e li sostituì con un paio di calzature con la suola di gomma. La mossa si rivelò proficua. Anche gli altri giocatori indiani, però, rientrarono i campo con una nuova determinazione, convinti che era venuto il momento far vedere a tutti di cosa erano capaci.

un gol di Chand nella finale olimpica del 1936

un gol di Chand nella finale olimpica del 1936

 

Non ci fu storia: i padroni di casa furono annichiliti dalle giocate degli avversari che realizzarono altre sette reti (di cui tre del loro capitano), salvando il proprio onore con il gol della bandiera. Il trionfo fu reso immortale da Leni Riefenstahl che incluse il match nel suo Olympia, il film capolavoro sui Giochi berlinesi. Lo stesso Adolf Hitler, pur comprensibilmente deluso, restò talmente impressionato da quel giocatore che gli propose, non si sa quanto seriamente, di arruolarsi nella Wehrmacht con il grado di colonnello. Dhyan, naturalmente, rifiutò cortesemente l’offerta.

Al ritorno in patria Dhyan Singh, per tutti ormai Chand, fu promosso ufficiale per meriti sportivi, ma l’avvicinarsi della tempesta bellica, ridusse di molto l’attività agonistica al di fuori della patria. Così, negli anni successivi, si limitò a partecipare a qualche campionato militare e a giocare alcune partite dimostrative in Estremo Oriente. Quando ormai sembrava che la sua carriera fosse giunta al termine, ecco che nel 1947 fu chiamato ancora una volta a capitanare la rappresentativa indiana in una tournée in Africa orientale. A quarantadue anni suonati, il talento del fuoriclasse asiatico non si era ancora affievolito: giocò infatti ventidue partite, vincendole tutte e segnando la bellezza di sessantuno gol.

Bene, poteva bastare. Dhyan Chand decise che era giunta l’ora di appendere gli scarpini al chiodo. Al suo attivo un palmarès inimitabile: tre ori olimpici, un numero impressionante di trofei e match vinti, un bottino di reti incalcolabile (sicuramente oltre i mille). Su di lui, negli anni, sono nati aneddoti e miti popolari, privilegio che, d’altra parte, è riservato solo ai campionissimi.

In Olanda, per esempio, gli ruppero la mazza, credendo che vi fosse nascosto all’interno un magnete, tanto era straordinario il suo controllo sulla pallina da gioco. Per lo stesso motivo, in Giappone, con meno fantasia, andarono alla ricerca di tracce di colla sulla superficie del suo inseparabile strumento di lavoro. In Austria, infine, costruirono una statua che lo rappresentava a quattro mani e quattro bastoni: nessun uomo normale, infatti, cioè con due mani e un solo bastone, avrebbe potuto giocare in quel modo.

la statua di Chand davanti allo stadio di New Delhi

la statua di Chand davanti allo stadio di New Delhi

 

Dhyan Singh Chand è stato sicuramente il più grande giocatore di hockey su prato di tutti i tempi. Un Pelé, un Tazio Nuvolari, un Jesse Owens, un Eddy Merckx del bastone, il cui erede non è ancora stato trovato. Gli Indiani, che ora fanno a gara per non dimenticare più il loro grande Luna, sono scettici.

Per loro, infatti, non si troverà mai.

Marco Della Croce
© Riproduzione Riservata

 

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Comments To This Entry
  1. grazie anche a nome di tutti gli amanti di questo sport meraviglioso

    SImone on aprile 15, 2013 Reply
    • Grazie a te! Seguici, l’hockey troverà ancora spazio su SdS (mdc)

      admin on aprile 16, 2013
  2. Che bella storia, non la conoscevo. L’hockey su prato è una disciplina quasi sconosciuta in Italia, ma muove l’interesse di milioni di persone in molte altre parti del mondo. E’ arrivato il tempo che questo sport, come altri cosiddetti “minori”, entri finalmente a pieno titolo nella cultura sportiva di tutti quegli italiani per cui esiste solo il calcio.

    Gianni Pasini on aprile 16, 2013 Reply
    • Il tuo desiderio è anche il nostro. Seguici ancora: nei prossimi mesi ci occuperemo sempre di più di tutti gli sport, dai più popolari ai meno conosciuti. Perché, come te, anche noi crediamo che solo attraverso la conoscenza si possa contribuire a costruire, anche qui da noi, la stessa cultura sportiva esistente nei Paesi più evoluti (La Redazione).

      admin on aprile 17, 2013
  3. Attratto da ogni singola parola di questo articolo. Grazie.
    Massimo

    Massimo on aprile 17, 2013 Reply
    • semplicemente grazie! (mdc)

      admin on aprile 17, 2013

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