La tournée dei Lions del 1971

la foto ufficiale della tournéé del 1971

la foto ufficiale della tournée del 1971

 

Il ruggito dei “Leoni”

Carwyn James non lasciò nulla al caso. L’incarico che aveva ricevuto era troppo importante per permettersi di trascurare anche il più piccolo dettaglio. Contro ogni aspettativa era stato infatti nominato coach dei Lions, la leggendaria selezione composta solo dai migliori giocatori di Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles, che fin dal 1888 si forma periodicamente in vista di lunghe tournée nell’emisfero australe. Un onore per l’ex mediano di apertura gallese, due presenze in Nazionale e una carriera tutta disputata con la maglia del Llanelli RFC.

L’impegno, in effetti, era da far tremare i polsi. James avrebbe guidato lo storico team in maglia rossa nel tour ufficiale del 1971 che si sarebbe svolto in Australia e in Nuova Zelanda, in casa dei temibili All Blacks. Una squadra nel complesso mai battuta nelle series precedenti e che solo cinque anni prima aveva inflitto alla selezione europea un disonorevole “cappotto”: quattro sconfitte su quattro incontri disputati.

Un allenatore rivoluzionario

Appena quarantaduenne, James, pur predicando idee decisamente innovative, convinse i responsabili dei Lions a scommettere su di lui. Il gallese, fautore di un rugby moderno, pretendeva che in partita i giocatori sapessero da soli cosa fare: loro erano i protagonisti e a loro toccava gestire la propria presenza in campo. Compito del coach era invece quello di sapere tutto sugli avversari e insegnare ai propri uomini a usare la testa in sedute di allenamento intense e tiratissime.

Carwin James

Carwin James

 

Una concezione rivoluzionaria, più da selezionatore che da allenatore, che Carwyn James mise immediatamente in pratica subito dopo il conferimento dell’incarico. In vista della tournée, andò così a studiare gli allenamenti di alcuni club rugbistici all’avanguardia, come i Wigan Warriors, e perfino calcistici, come il Manchester United. Un dettagliato dossier sui giocatori neozelandesi e un’accurata relazione sulle tre vittorie ottenute l’anno prima dagli Springboks sudafricani sugli All Blacks completarono il poderoso lavoro di preparazione di James. Tattiche, nozioni e informazioni furono poi trasmesse e insegnate nel ritiro a Eastbourne, nell’East Sussex, ai trentatré selezionati.

Tra loro c’erano molti nazionali gallesi, vincitori dell’ultimo Cinque Nazioni, come John Dawes, John Peter Rhys Williams, Gareth Edwards, Gerald Davies, John Bevan e Barry John. Grandi personalità figuravano però anche tra i convocati delle altre nazioni, come gli irlandesi Fergus Slattery, Mike Gibson e Willie John McBride, gli scozzesi Ian McLauchlan e Gordon Brown e gli inglesi Peter Dixon e John Pullin. Capitano della squadra fu nominato il formidabile tre quarti centro Sidney John Dawes, stella del XV gallese e dei London Welsh.

Il coach cominciò così ad amalgamare la squadra, convinto della bontà delle sue scelte. Se è vero che le ultime selezioni dei Lions avevano sempre avuto difese solide, ma poco coperte da un reparto offensivo troppo sbilanciato in avanti, in questa tournée – ne era certo – le cose sarebbero andate in modo diverso. Gli uomini scelti da James, infatti, oltre a garantirgli un solido blocco difensivo, lo rassicuravano anche sulla tenuta delle linee avanzate. Il suo ottimismo contagiò i giocatori che ben presto maturarono la convinzione che questa volta gli All Blacks avrebbero avuto pane per i loro denti.

Il lungo tour (in due mesi erano previsti ventisei match, di cui quattro contro gli All Blacks) cominciò sotto i migliori auspici. Ottimismo e sicurezza che furono però messi a dura prova già dopo la partita inaugurale, disputata il 12 maggio a Brisbane contro i Queensland Red. Il risultato, 15-11 per il team australiano, fece dire a Des Connor, il coach avversario, di aver visto «i peggiori Lions di sempre».

Barry John guida i Lions contro gli All Blacks (© Getty Images)

Barry John guida i Lions contro gli All Blacks (© Getty Images)

 

I muscoli imballati, l’affiatamento insufficiente e, soprattutto, un jet lag poderoso, furono alla base di un’inattesa sconfitta che servì a James per fare alcuni aggiustamenti. La correzione di rotta fu salutare e nel secondo e ultimo incontro in calendario nella Terra dei canguri, a Sidney, i Lions (da queste parti noti anche come British Isles) si riscattarono, vincendo di misura contro i New South Wales Waratahs. Il trasferimento in Nuova Zelanda per il tour vero e proprio vide così una squadra rinfrancata. I primi test contro club e selezioni locali non ebbero storia: Dawes e compagni si imposero facilmente in tutte le partite, compreso l’insidioso incontro contro il XV Māori, la Nazionale neozelandese composta solo da giocatori di origine polinesiana.

Si arrivò così al 26 giugno, data del primo test contro gli All Blacks, disputato nel Carisbrook Stadium di Dunedin davanti a quarantacinquemila spettatori sicuri della vittoria dei propri colori. Ma le cose andarono in un modo diverso dalle aspettative dei locali. Dopo un primo tempo finito 3-3, grazie a due calci di punizione, nella seconda frazione i Lions realizzarono una meta, con McLauchlan e un altro penalty, con Barry John, chiudendo il match con un sorprendente 9-3.

La vittoria mise le ali agli europei, che nei giorni successivi travolsero tutti gli avversari in calendario. Sull’altro versante, invece, l’inattesa sconfitta convinse Ivan Vodanovich, coach dei padroni di casa, a operare radicali cambiamenti in vista del secondo test, in programma il 10 luglio a Christchurch. I risultati arrivarono subito: davanti a quasi sessantamila spettatori, gli All Blacks travolsero i Lions 22-12 (primo tempo 8-6), segnando quattro mete contro le due degli avversari (entrambe di Davies), segno di una ritrovata forza offensiva.

Fergus Slattery in azione

Fergus Slattery in azione

 

Ma gli uomini di James non si persero d’animo. Convinti di non aver ancora dato il meglio di sé, decisero che quella sarebbe stata l’ultima sconfitta. Le quattro partite (tutte vincenti) che giocarono nelle due settimane che li separavano dal terzo match, in calendario il 31 luglio, servirono al coach a dare nuove motivazioni ai suoi giocatori.

E così, sul terreno dell’Athletic Park di Wellington, gli ospiti, al massimo della condizione, giocarono la partita perfetta. Il primo tempo fu da incubo per i neozelandesi, che subirono un parziale di 13-0, in virtù di due mete e un drop. Nella seconda frazione i Lions si limitarono a gestire il controllo dell’ovale, concedendo agli avversari soltanto una meta che evitò loro un imbarazzante “zero” nel tabellino finale.

Le due vittorie erano già un grande risultato per i Lions, che per la prima volta non avrebbero perso il confronto complessivo contro gli All Blacks. Ma gli uomini di James miravano al successo pieno, così come i padroni di casa erano decisi a mantenere la loro imbattibilità relativa.

Un pareggio spettacolare

Fu così che il 14 agosto le due squadre scesero in campo, per la quarta e ultima volta all’Eden Park di Auckland, davanti a sessantamila spettatori, in un clima di grande tensione sportiva. Con entrambe le squadre decise a vincere, ne uscì fuori un incontro equilibrato, caratterizzato da un’emozionante altalena di azioni. Alle due mete neozelandesi (di cui una convertita), seguite da due calci di punizione, gli europei risposero con una meta di Dixon, una conversione e due penalty del solito John, oltre a un formidabile drop da quarantacinque metri dell’estremo Williams. Finì con uno spettacolare 14-14.

JPR Williams inutilmente contrastato da Ian Kirkpatrick (© Getty Images)

JPR Williams inutilmente contrastato da Ian Kirkpatrick (© Getty Images)

 

Il pareggio decretò la vittoria per 2-1 dei Lions sugli All Blacks. Un risultato storico, inaspettato, ma meritato. La tournée aveva messo in vetrina una grande squadra, composta da ottimi giocatori, come Barry John, che realizzò trenta dei quarontotto punti totali e che da allora fu chiamato The King. Ma fu soprattutto grazie al carisma e alle idee di Carwyn James se la prestigiosa selezione in maglia rossa ebbe finalmente la meglio contro una scuola che in Europa era considerata irraggiungibile.

Dopo quel tour i concetti visionari e innovativi del coach gallese, fino ad allora derisi o ignorati, cominciarono ad aver sempre di più diritto di cittadinanza, facendo breccia in molti giovani allenatori britannici e francesi che da quel momento iniziarono a predicare un rugby che da quelle parti nessuno aveva ancora visto.

Marco Della Croce
© Riproduzione Riservata

 

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Comments To This Entry
  1. Bell’articolo, i tour dei Lions sono uno dei punti più alti del rugby mondiale da sempre.
    Una piccola nota per i neofiti: la squadra che nell’articolo viene citata, i Wigan Warriors, presso cui l’allenatore Carwin James, prima del tour, si recherà per studiarla sono una squadra di Rugby a 13, altrimenti detto Rugby League. Il rugby a 13 è un diverso sport, giocato particolarmente in Australia e Inghilterra e, in misura minore, in Nuova Zelanda e Francia e si differenzia dal rugby a 15, o Rugby Union, non solo per il numero di giocatori, ma soprattutto per la mancanza di ruck nella contesa del pallone a terra e della rimessa laterale e per una mischia ordinata no contest e praticamente simbolica. Ne consegue che il pallone viene giocato sempre alla mano, con schemi veloci e articolati. Moltissime azioni offensive del rugby a 15 moderno sono state”copiate” dai cugini del rugby a 13: loop, incroci, giocatori”esca”, doppia linea d’attacco, calci all’ala. Anche in questo, in un’ epoca dove i “puristi” del rugby a 15 vedevano come il fumo negli occhi quelli del 13 e squalificavano a vita chi andava a giocare”dagli altri”, Carwin James fu un innovatore e un precursore!

    Andrea B. on febbraio 8, 2018 Reply

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