Italia-Brasile 1982

Italia-Brasile sta per cominciare

Italia-Brasile sta per cominciare

 

Riscossa azzurra

Ci guardava con lo sguardo truce, il maresciallo Silvio, e con ampi gesti della mani, da buon toscano, imprecando all’indirizzo di quel vecchio allenatore, reo, a suo dire, di non aver saputo dare un gioco alla propria squadra; spiegava a noi ragazzi che non avevamo una sola possibilità di vincere quella partita. Pippo scrollava la testa, come sempre quando parlava il fratello, e sosteneva invece che non era questione di allenatori, ma di giocatori, strapagati e fannulloni.

I clienti intanto entravano ed uscivano dal bar del paese e la Wanda si guardava bene dal disturbare il marito perché andasse a servirli: ci pensava lei, come sempre quando c’era una partita, o in alternativa lasciava che ci pensassero loro stessi, servendosi e poi lasciando i soldi sul bancone prima di andarsene. Capitava che qualcuno decidesse di fermarsi e allora dai, a stringere le sedie per fargli posto all’interno di quella piccola cucina, attigua all’esercizio commerciale, dove attorno alla televisione ognuno di noi, consueti avventori del locale, prendeva posto, come fossimo sulle tribune di uno stadio, magari proprio del Sarriá di Barcellona, dove di lì a poco Italia e Brasile si sarebbero affrontate per l’accesso alle semifinali del Campionato Mondiale di calcio. Erano le 17,15 del 5 luglio 1982: agli ordini del signor Abraham Klein le squadre entrarono in campo per quella che nessuno immaginava sarebbe diventata una partita da leggenda.

Una sfida impossibile

Il Brasile arrivava sulle ali di un girone di qualificazione vinto a punteggio pieno contro Russia, Scozia e Nuova Zelanda, e sorretto dagli elogi di tutta l’opinione pubblica, conquistata dal suo gioco spumeggiante e dal talento unico di fuoriclasse che rispondevano ai nomi di Zico, Sócrates, Falcão, Toninho Cerezo e Júnior; l’Italia invece con l’onta d’aver superato solo per differenza reti un girone eliminatorio che l’aveva vista pareggiare sempre, contro Polonia, Perù e persino il modesto Camerun.

Ciò che le accomunava era solo l’aver entrambe superato nella prima gara del girone dei quarti di finale la malcapitata Argentina, ma il 3 a 1 con cui l’avevano fatto i brasiliani consentiva loro, rispetto al 2 a 1 ottenuto dagli azzurri, il vantaggio di potersi accontentare, nello scontro diretto, anche del solo pareggio per accedere alle semifinali.

Sugli spalti intanto il Brasile è un’onda verde-oro che si muove a ritmo di samba, una banda suona accompagnando le danze di bellissime ragazze dalla pelle color ambra, non sembra esserci una sola ragione al mondo per cui la vittoria possa scappargli.

Dall’altra parte gli azzurri sono chiusi in un silenzio-stampa che li hanno resi invisi persino ai giornalisti italiani: si difendono così dai troppi attacchi verbali ricevuti, facendo gruppo col loro allenatore, il vecchio Enzo Bearzot, e appoggiandosi a quel pubblico che inaspettatamente è giunto numeroso un po’ da tutta la penisola per seguirli.

Vantaggio a sorpresa

Pronti, via. È il minuto cinque del primo tempo: Antonio Cabrini, giovin signore della fascia sinistra, tira fuori dal cilindro un cross che va a morire oltre il secondo palo della porta difesa da Waldir Peres. Sembra innocuo, il portiere non esce, nessun difensore interviene, ma lì appostato c’è l’uomo del destino, Paolo Rossi, sin qui forse il più criticato degli azzurri, che gli si fa incontro, si offre all’impatto di testa, e spedisce la palla in fondo alla rete. Cos’è, uno scherzo? L’Italia in vantaggio davanti ai maestri? Guarda che il calcio è strano! Ci perdoneranno mai per tanta impudenza?

il primo gol di Paolo Rossi

il primo gol di Paolo Rossi

 

Neppure il tempo di stupirsi e le risposte arrivano da sole: il piccolo genio Zico, sfuggito alle attenzioni del coriaceo Claudio Gentile, serve in area un pallone filtrante sul quale si avventa il passo felpato del “Dottor” Sócrates, il nostro difensore in scivolata non riesce a prenderne il tempo e la palla calciata di destro si infila tra palo e portiere.

Riprende a suonare la banda carioca sugli spalti, il calcio torna ad essere bailado, e la storia a fare il suo corso previsto. Ma valle a capire tu le traiettorie dei destini umani!

Una partita rocambolesca

Paolo Rossi, fino a prima del fischio d’inizio una specie di ex giocatore, a cui un allenatore vecchio ed ostinato continuava a regalare, non si sa per quale ragione, una maglia da titolare, di colpo si tramuta in un uomo nuovo e, intercettando un disgraziato pallone malamente passato verso il centro del campo da Toninho Cerezo, si invola verso la porta di Waldir Peres. Sono pochi metri, ma sembrano infiniti: da quando è ritornato a giocare dopo la squalifica successiva allo scandalo del calcio-scommesse, è stata tutta una strada in salita per Paolo, una montagna da scalare che non gli si concedeva mai, ma adesso, adesso, la vetta sembra finalmente vicina e la gente, quella stessa gente di cui aveva sentito mancare la stima, ora sembra tornata con lui. Sarà stato il caldo o forse la luce ad accecare il povero portiere, o forse chissà quale strano vento a spingere più forte il pallone, fatto sta che la palla calciata dalle gambe esili di Rossi gonfia ancora la rete: è il 25’, l’Italia torna in paradiso.

il raddoppio di Pablito

il raddoppio di Pablito

 

È delirio sulle tribune, tricolori sventolano, il bisogno di un paese di uscire dall’inverno degli anni di piombo trova in questo pomeriggio spagnolo l’uomo del riscatto, e quest’uomo ha il nome qualunque di Paolo Rossi. Il passato non conta più niente, il bisogno dell’attaccante italiano è lo stesso bisogno di tutta la nazione, e questo riconoscersi uguali fa scoppiare la scintilla dell’amore. Ma c’è ancora tanto da giocare e da soffrire, qualcuno probabilmente continua ancora a essere pessimista, a non credere all’evidenza, ma di certo questo cuore azzurro gettato oltre l’ostacolo dell’impossibile se non profuma ancora di leggenda, di certo almeno merita il massimo rispetto.

La ripresa è la rincorsa nervosa di un cavallo di razza che si vede superare da quello che credeva un modesto ronzino: non possiede abbastanza fame, non possiede abbastanza umiltà per corrergli dietro, i re fanno fatica da sempre a sporcarsi le mani e oggi è un pomeriggio di rabbia e cuore, non di fioretto, così per poco l’Italia non trova anche il terzo gol, se non fosse per quella scellerata chiamata della terna arbitrale che annulla per fuorigioco il gol di Giancarlo Antognoni apparso ai più regolare.

Non manca molto al termine, il fortino azzurro resiste, Gabriele Oriali è un mastino su Éder, Marco Tardelli e Bruno Conti corrono ovunque, i nostri avversari hanno perso smalto, Zico si è intristito, Sócrates è diventato di una lentezza quasi indolente, e persino le incursioni di Éder, l’uomo dal sinistro proibito, non fanno più paura. Sulla linea offensiva quel disastro di centravanti di nome Serginho un po’ ci aiuta con la sua goffaggine, ma sono talmente tanti i fuoriclasse di questa squadra che, nonostante continuino a cercare soluzioni troppo personali, pensare di poterli fermare tutti è come credere di poter rammendare una rete da pescatore. Così ad un tratto Falcão approfitta di un pertugio apertosi tra le maglie del centrocampo azzurro e vi si infila palla al piede col passo del predestinato.

È un destro naturale, lui, lo conosciamo bene, da qualche tempo frequenta il nostro campionato con la maglia della Roma: sa che probabilmente l’attenzione degli azzurri si concentrerà da quella parte e così, assecondandone il pensiero, con una finta manda fuori tempo mezza difesa e si libera il corridoio centrale per la conclusione di sinistro. È un azzardo, lo sa, ma tira di mezzo esterno, la palla parte centrale e poi si allontana sempre di più man mano che si avvicina alla nostra porta, fino a terminare la sua corsa nell’angolo alto alla destra di Dino Zoff.

Falcão festeggiato per il momentaneo 2-2

Falcão festeggiato per il momentaneo 2-2

 

Ancora abbracci e salti e urla, le ragazze carioca riprendono a ballare mentre noi impietriti restiamo lì a chiederci se un portiere più giovane e scattante del nostro vecchio capitano non avesse potuto evitarli, quei due gol. Era già successo in Argentina quattro anni prima, quei tiri da lontano ci avevano precluso la via della finale e quella del terzo posto: possibile non si fosse capito come stavano le cose?

Pablito e Capitan Zoff

Stavolta è davvero finita, come gliela togli la palla a quelli lì? Toninho Cerezo si muove con dinoccolata sapienza, Júnior è un terzino coi piedi da rifinitore e il collega Leandro uno con tecnica e velocità tali da non dover temere nessuno; il libero Luizinho e lo stopper Oscar, poi, sono due armadi con i piedi di velluto, per non parlare del reparto offensivo. «Ciao mamma, siamo qui» recita uno striscione tra i tanti appesi sulle terrazze del Sarriá: abbiamo sognato e va bene, ma ora cominciamo a salutare, che è meglio, è stato già bello esserci.

Questa storia azzurra, però non è ancora finita: quell’omino col numero 20 sulla schiena ha proprio deciso di rubare i soldi agli scommettitori, oggi, ed è ancora lì, pronto a materializzarsi di nuovo in area brasiliana, dove nessuno lo attende, davanti all’esterrefatto Waldir Peres, lesto ad ingigantirne i limiti, immortalarne le incertezze, nell’attimo in cui gira in rete il pallone sporco calciato da Tardelli da fuori area. Si abbracciano i tifosi sugli spalti bollenti del Sarriá, ci abbracciamo noi dentro la cucina del bar di Pippo, giovani e vecchi, uomini e donne. Palla al centro, ci sono ancora quattordici minuti per l’Italia ed il suo sogno assurdo, per il Brasile e il suo destino rubato.

la rete della vittoria

la rete della vittoria

 

Attacchi, ancora attacchi, ma imprecisi: Gaetano Scirea, il signore della difesa si muove con la solita eleganza anche nell’infuriare della tempesta; Gentile, Beppe Bergomi e Cabrini fanno gli straordinari per impedire ai carioca di avvicinarsi alla porta, ma adesso si fa sempre più dura resistere. Ci provano tutti, ma la porta di Dino Zoff sembra stregata e d’improvviso l’antico nocchiero apparso inadatto pochi istanti prima, diventa il pennone attorno a cui tutti si stringono.

Parla Dino, indica, sbraita, è il capitano Achab sul ponte della nave mentre Moby Dick l’assale, e lui lo sa, lo sappiamo anche noi, ci sarà, ci sarà per forza, il colpo di coda della balena giallo-oro. Eccolo il cross, ecco il balzo del gigante Oscar salito dalla difesa a rinforzare gli attacchi, la palla è incornata, forte, tesa, precisa, nulla può il disperato tentativo di anticiparlo del suo oppositore. Dino la vede schizzare verso il suo angolo sinistro. È il riflesso di un attimo: buttarsi, agganciarla, tenerla, inchiodarla su quella riga bianca e poi morirvici sopra lasciando andare il respiro che in quella frazione di tempo gli si era congelato dentro. Corrono tutti a controllare, no, no, la palla non è entrata e lui lo conferma col gesto della mano guantata: il nostro capitano ha girato di prua, adesso siamo sani e salvi in mare aperto.

Delirio tricolore

Pochi minuti ancora, poi l’arbitro Klein fischia la fine. Enzo Bearzot, vecchio friulano testardo ma dal cuore tenero, salta fuori dalla sua panchina seminterrata e si fa travolgere dall’abbraccio dei suoi ragazzi: è l’alba della sua rivincita personale su tutta una schiera di detrattori. La sua Italia di lì a qualche giorno diventerà Campione del Mondo, superando la Polonia in semifinale e le Germania nella finale di Madrid; l’erba del Sarriá si colora di azzurro e tutti gli italiani scendono per le strade e nelle piazze contagiati da un orgoglio che credevano perduto. Del dolore degli sconfitti non ci curiamo, ma c’è gente immobile sugli spalti, e ci sono i visi tristi e delusi di quei campioni ammirati e invidiati fino a poco prima, mentre Paolo Rossi è ormai diventato Pablito.

Dino Zoff, l'altro protagonista del match

Dino Zoff, l’altro protagonista del match

 

Sul prato del Sarria una squadra che sembrava nata per conquistare il mondo lo perse e un’altra che non aveva, fino ad allora, coscienza di sé la trovò in tempo per entrare nella storia.

Lo stadio Sarriá oggi non esiste più, è stato demolito nel 1997 e al suo posto hanno costruito un grande centro commerciale; anche il bar del mio paese non c’è più, o meglio non ci sono più le persone che lo animavano allora, e non ci siamo più neanche noi, dispersi dalla vita. Di intatto resta solo il ricordo di quel pomeriggio d’estate, della felicità finale che ci aggredì tutti, del senso di onnipotenza che ci pervase e di un pezzo indelebile di vita che vissero, fianco a fianco, una generazione che aveva finito i propri sogni e un’altra che era invece convinta di poter realizzare i propri. Tutto questo fu Italia-Brasile del 5 luglio 1982.

Marco Tonelli
© Riproduzione Riservata

 

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Comments To This Entry
  1. e chi se lo scorda quel giorno! Mi avete fatto riprovare le stesse emozioni di allora

    Cinzia on giugno 22, 2013 Reply
    • Di sicuro, per chi ha avuto la fortuna di viverlo, uno dei giorni più entusiasmanti di sempre… Una gioia indimenticabile. (la Redazione)

      admin on giugno 28, 2013

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