Tommie Smith e John Carlos

Tommie Smith e John Carlos

Tommie Smith e John Carlos

 

La storia del guanto nero

«Mostrano sempre l’immagine,» ha osservato John Carlos in una recente intervista «ma non raccontano mai la storia».

Quei pugni neri levati al cielo furono il simbolo di una protesta silenziosa che segnò profondamente l’America. La fotografia, scattata da John Dominis per la rivista LIFE, è diventata un’icona del Novecento.

Lo scatto, proprio come un quadro post-moderno, rappresenta lo spaccato di un’epoca: due atleti neri che si ribellano all’apartheid, e lo fanno ricordando l’orrore della schiavitù dall’alto di un podio olimpico.

È la premiazione dei 200 metri maschili, ma la scena che si presenta davanti al pubblico trascende il valore sportivo. Più che alla celebrazione di una vittoria si ha la sensazione di assistere a un funerale: il colore dominante è il nero e quel nero si espande sui volti addolorati dei due vincitori, pare diffondersi tutt’attorno e inglobare ogni cosa. Rispettivamente primo e secondo classificato, Tommie Smith e John Carlos in perfetta sincronia e con i piedi scalzi svolgono dei movimenti speculari: pugno al cielo, occhi al suolo. Sul loro petto brilla una medaglia, quasi l’unico elemento capace di distinguerli attraverso il suo luccichio, oro e bronzo.

Guardando la fotografia si ha l’impressione di percepire la tensione palpabile che aleggiava nell’aria, riflessa nell’espressione seria e corrucciata di Smith, nei movimenti decisi e fermi dei due corpi tesi.

I pugni risuonano come un ruggito: sembrano squarciare l’immagine e urlare.

Sono la voce di tutti i neri che hanno subito soprusi da parte di un bianco, quei pugni chiusi. Raccontano la storia di un’ingiustizia amara che agiva in silenzio: un uomo di colore non poteva bere la stessa acqua di un bianco da una fontana, neppure condividere con lui il posto sull’autobus, frequentare la sua stessa scuola.

L’apartheid era un affronto indiretto, continuo e logorante, a cui Smith e Carlos risposero con una protesta sullo stesso tono: silenziosa, ma che nel silenzio sembrava urlare. Nell’aria risuonavano le note dell’inno americano: quell’America alla quale loro appartenevano come regolari cittadini, ma che ogni giorno li rifiutava in un atroce susseguirsi di prepotenze e sopraffazioni. «Oggi ho vinto, ha vinto un americano» dichiarerà Smith, volutamente provocatorio. «Se avessi perso, avrebbe perso un negro».

Smith e Carlos

Smith e Carlos oggi

 

Ma l’immagine da sola non basta a raccontare la storia. Perché a quell’attimo perfetto immortalato da John Dominis seguì, purtroppo, un “dopo” e le sue conseguenze furono intollerabili.

Non si trattò di una messinscena, di un teatrino improvvisato destinato a finire con la conclusione della premiazione: il significato simbolico di quel gesto rimase scolpito in modo indelebile nella memoria della gente, ebbe davvero il potere di scuotere le coscienze.

«Se ne pentiranno tutta la vita», commenta da dietro le quinte un capodelegazione USA. Le cose non andarono diversamente. La pagarono cara.

Una protesta silente

Spiravano venti di contestazione a Città del Messico. È quel 1968 infuocato che ha visto la morte di Martin Luther King, di Bob Kennedy e, infine, il 2 ottobre, la strage di Piazza delle Tre Culture che aveva tinto di sangue le Olimpiadi, inaugurando i Giochi in un’atmosfera di guerra. Quindici giorni dopo, il 17 ottobre, la finale dei duecento metri maschili destinata a diventare immagine-ritratto di quei Giochi all’insegna del boicottaggio.

Lo scatto li ritrae ancora giovanissimi; oggi Tommie e John hanno parecchi anni in più, i capelli brizzolati e negli occhi la consapevolezza di chi nella vita ha conosciuto solo sacrifici. Quel podio immortale fu la loro unica vittoria. Una carriera promettente venne bruciata nel tempo esatto dello scatto. Terminata la cerimonia della premiazione, i due furono immediatamente cacciati dal villaggio olimpico.

Tommie e John erano nati sotto una stella nera. Smith, originario del Texas, era il settimo di undici figli, suo padre lavorava in una piantagione di cotone. Tommie era diventato una celebrità nella sua cittadina natale, Acworth, grazie alla sua abilità nella corsa, l’avevano soprannominato “Tommie The Jet”.

L’unica cosa che li accomunava apparentemente era di essere nati nello stesso mese, giugno, e di essere dotati di un talento straordinario in grado di riscattarli dalle loro umili origini. Gli antenati di Carlos erano stati schiavi; il padre, veterano della Prima Guerra Mondiale, lavorava come calzolaio. Il piccolo John era diventato veloce per necessità: ad Harlem, dove viveva, essere svelti e svegli era indispensabile. Rubava il cibo dai treni merci e più di una volta si era ritrovato a fuggire dai poliziotti che lo inseguivano. Da bambino sognava di diventare un nuotatore olimpico, poi era stato costretto ad adattare i sogni a una realtà ben diversa. Avevano 23 e 24 anni all’epoca ed erano il meglio dell’atletica leggera americana. Entrambi studiavano sociologia alla Berkley University.

Guidati dalle idee del loro maestro, il sociologo Harry Edwards, fondatore dell’Olympic program for human rights, decisero di sfruttare il loro personale momento di gloria per dare voce a chi non ne aveva. Sul manifesto dell’Ophr era scritto: perché dovremmo correre in Messico e strisciare a casa? Su quel podio olimpico non dovevano salire semplicemente due uomini, ma un’intera etnia, un popolo. Smith e Carlos, in accordo con Edwards, scelsero di agire con una protesta non violenta, ma rappresentativa, in grado di lanciare un segnale al mondo.

Salgono sul podio scalzi, per ricordare la povertà degli schiavi neri in America, indossano i “pimp socks” calzini che nel linguaggio dei ghetti hanno un significato di protesta. Smith porta una sciarpa nera in omaggio all’orgoglio dei neri americani, mentre Carlos ha il collo adornato da una collanina di pietre colorate: ogni pietra simboleggia un nero che si è battuto per i diritti ed è stato linciato.

Ma il vero pezzo forte sono i guanti, simbolo del Black power, il movimento delle pantere nere. Ne indossano uno soltanto: Smith il destro, Carlos il sinistro. La scelta in realtà è stata frutto del caso. Il giorno della premiazione Carlos si accorse di aver dimenticato i suoi guanti al villaggio olimpico, l’unico modo per rimediare era dividere il paio di Tommie. Uno a testa. Quei guanti diventarono il simbolo stesso della protesta. L’urlo nero.

Un uomo di nome Peter Norman

Quello che davvero la fotografia rappresenta oggi, al di là di tutte le didascalie possibili e le letture rivoluzionarie, è la storia di tre uomini legati da un atroce destino. C’è un volto che nell’immagine passa sempre in secondo piano: è Peter Norman. L’uomo bianco, che apparentemente acquisisce il peso di una figura di sfondo. Quel giovane australiano, invece, pagò più di tutti l’aver aderito alla protesta. Poco prima della premiazione, Norman incontrò Smith e Carlos negli spogliatoi e assistette ai loro accurati preparativi. Fu lui a farsi avanti e a dire: «Sono con voi. Anch’io voglio fare qualcosa». Gli diedero il distintivo dell’Olympic program for human rights. Diverrà il suo marchio di infamia.

I successi atletici di Peter Norman in Australia saranno cancellati. Non gli sarà più concesso partecipare a un’altra Olimpiade malgrado gli ottimi risultati nelle qualifiche, in seguito la rottura del tendine d’Achille porrà definitivamente fine alla sua carriera. Norman, in patria, è stato condannato allo stesso ostracismo che Smith e Carlos patirono in America.

Il funerale di Peter Norman

Il funerale di Peter Norman

 

Questi eroi del Novecento subirono una persecuzione che durò circa un decennio. Ricevevano minacce telefoniche a ogni ora del giorno e della notte, insulti, venivano trattati come appestati. La moglie di Carlos non riuscì a reggere la tensione continua e si suicidò.

I tre vennero catapultati dal podio a una vita di stenti: condannati ai mestieri più duri. Smith lavorò come scaricatore al porto di New York, Carlos come buttafuori e Norman in una macelleria. Negli occhi della gente non c’era la minima traccia di approvazione o riconoscimento per quello che avevano fatto. Quella fotografia in realtà è la storia di tre uomini soli, che pagarono per tutta l’esistenza il prezzo del loro coraggio, la denuncia sociale a un razzismo non ancora sopito.

Solo con il nuovo secolo le cose cambiarono: Smith e Carlos vennero riabilitati. Il primo trovò lavoro come docente di sociologia, degno erede del suo maestro, il secondo come insegnante di educazione fisica.

Nel 2005, in un’America non ancora completamente libera da discriminazioni razziali ed etniche, Tommie, John e Peter si trovano riuniti per celebrare l’inaugurazione di un monumento che consacra il loro gesto. Anche se un po’ ammaccati, delusi, amareggiati dalla vita in realtà si riscoprono essere gli stessi uomini di allora, capaci di denunciare le ingiustizie con un pugno chiuso, che non vuole colpire, ma si innalza verso il cielo come un richiamo.

Si rispecchiano in quelle statue di marmo, rivivendo quell’attimo che li accompagna come un eterno presente. In quel loro gesto risuona tuttora la protesta silenziosa di milioni di esseri umani umiliati dalla follia del razzismo.

Un anno dopo, il 9 ottobre 2006, sono di nuovo insieme. Stavolta in occasione del funerale di Peter Norman, stroncato a sessant’anni da un arresto cardiaco. Sono Smith e Carlos a reggere la bara. La banda suona in sottofondo Chariots of Fire. Un pallido ricordo dell’inno americano che era stato melodia di tutta un’altra storia.

Alice Figini
© Riproduzione Riservata

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