Alfredo Martini

Alfredo Martini al Giro d'Italia con Fausto Coppi

Alfredo Martini al Giro d’Italia con Fausto Coppi

 

I raggi della vita

18 febbraio 1921. Il riflusso del Biennio Rosso investe l’Appennino toscano e trasforma la stagione dei sogni proletari in una rassegna di occasioni mancate. La riscossa dei lavoratori rimane confinata nei contrasti di un’epoca torrida; le lotte investono Sesto Fiorentino, ma lo stabilimento della Richard Ginori di Colonnata non muta la sua essenza. Pietro Martini avverte il peso degli anni e le fatiche del destino: i suoi genitori gli hanno regalato un nome stupendo, ma la vita lo ha trasformato in un paradosso. È nato Fortunato e rischia di perdere la sua Regina, la donna che ha incarnato la sua gioia nei corpi flessuosi di Artemisia e Armando: quarantadue anni sono troppi, per il terzo parto. Pietro si ribella ai dolori lancinanti del grembo materno, accarezza sua moglie e la porta all’Ospedale Santa Maria Nova: gli occhi di un figlio valgono di più dei pochi risparmi che ha accumulato con il sudore degli altiforni.

Regina si salva e il piccolo Alfredo vede la luce in un sospiro di speranza; il cognome del padre entra nel suo sangue e lo spirito della madre gli accende l’animo. Muove i primi passi nel nido dei Martini: respira la solidarietà della cultura operaia e impara il valore della fatica. Quando comincia la scuola, Pietro e Regina si accorgono che la lettura scorre attraverso le sue pupille con la naturalezza musicale della pazienza: i panorami maestosi di Calenzano e Sesto Fiorentino accompagnano i suoi pensieri nella dimensione vivente della natura e alimentano un volo magico fra salite e discese. Raggi di luce, catene di vento, pedali di sogni.

Il primo chilometro del destino si compie sette anni dopo la corsa disperata alla clinica di maternità. Alfredo chiude gli occhi e si tuffa nella gioia più grande della sua vita: una splendida bicicletta Francioni riflette l’argento in tutto il cortile e brilla nel sorriso di una famiglia intera. Pedala felice: ascolta il cerchio armonico della catena e gli fa accarezzare il cielo dell’Appennino sulle ali della fantasia. Dieci giorni dopo il suo primo giro, raggiunge le Croci di Calenzano per ammirare il Giro d’Italia. Gioca, ride, scherza, poi si ferma a contemplare lo spettacolo della corsa, ma un’immagine maestosa rapisce il suo sguardo: Alfredo Binda scala il pendio con la maglia di Campione del Mondo e incanta i tifosi con la compattezza del suo sforzo. Il piccolo Martini resta immobile, ma l’iride splende nella sua mente con la forza del destino; quando torna a casa, si perde nell’abbraccio della famiglia e legge nei volti scavati di mamma e papà i sacrifici che fanno scintillare la sua bicicletta. Il sellino s’intreccia al quaderno e il manubrio s’immerge nel calamaio: Alfredo assapora la bellezza del sapere e concede le guance al sole della Toscana, ma sa che gli anni del lavoro lo attendono al varco dell’adolescenza; il regime fascista tiene il ginnasio fuori dalla portata dei proletari toscani, ma non spegne la curiosità dei loro figli.

Il giovane Martini si tempra alle Officine Meccaniche Pignone di Firenze, ma i pedali accarezzano la sua giovinezza con la sete di conoscenza: la lettura accompagna le serate d’inverno e la salute riempie di energia i trasferimenti nelle campagne. Quando il tempo non incalza il suo cartellino, Alfredo inforca la bici e segue i più grandi: le scie gli insegnano a conoscere i segnali del corpo e i segreti del vento. L’audacia lo spinge ai nastri di partenza delle corse appenniniche che accolgono i dilettanti e le gambe gli regalano le prime soddisfazioni: Settignano e il Padiglione salutano le prime esultanze e mostrano il suo talento al gruppo rionale fascista Menabeni. Martini corre con gioia, ma non si lascia mai sedurre dall’arroganza dei maestri in camicia nera: l’atmosfera libera della famiglia pulsa nel suo cuore e tiene lontane le nubi della violenza dalla sua mente. Nella pancia del gruppo conosce un ragazzo che adora la bicicletta e vive l’agonismo con l’intelligenza del dovere: si chiama Fiorenzo Magni. L’amicizia nasce spontanea: le gare fanno incrociare sempre più spesso le loro ruote, ma la stima supera i dissidi e costruisce le relazioni più profonde.

Alfredo Martini vince la tappa fiorentina del Giro d'Italia (©Lapresse)

Alfredo Martini vince la tappa fiorentina del Giro d’Italia (©Lapresse)


 

Alfredo e Fiorenzo passano professionisti quando la guerra di Hitler infiamma l’orgoglio di Mussolini e trascina l’Italia nel baratro più oscuro della sua storia. La discesa comincia al Giro di Lombardia, sul pendio mitico del Ghisallo; Martini sbaglia una curva e cade rovinosamente, ma il destino impone alla bicicletta il prezzo peggiore. I resti del telaio e lo spavento di un ventenne alle prime armi incorniciano un fortunoso moto-stop e riportano Alfredo a Milano, ma non allontanano lo spettro della cartolina-precetto: nella primavera del 1941 Martini finisce a La Spezia, ma la fama ciclistica lo tiene lontano dai fronti più caldi. Il suo reparto è pieno di sportivi e gli ufficiali lasciano ampi margini di libertà per gli allenamenti, ma la disciplina militare soffoca gli animi: un principio d’ernia colpisce la schiena di Martini e gli consente di tornare a casa per l’effetto della riforma di leva, ma le sorti dell’Italia non smettono di lacerare il suo animo.

La dolcezza di Elda conforta le sue giornate, ma Alfredo ricorda gli insegnamenti silenziosi di papà Pietro e capisce che le speranze del suo futuro passano attraverso la lotta: non sopporta le armi e odia la guerra, ma aiuta i partigiani delle sue terre con la forza delle sue gambe, collega le unità e assiste gli sventurati. Soffre per il suo amico Fiorenzo: sa che l’orgoglio dei vent’anni lo ha spinto nell’alveo gelido di Salò, ma conosce i suoi valori e lo difende dalle accuse di concorso attivo alla strage di Valibona. Impara a distinguere la furia dal silenzio: mentre pedala, capisce che l’intelligenza della volontà abbatte i limiti e scavalca i muri. Apprende la saggezza dai vecchi del gruppo e dalle buche dell’asfalto, respira le corse, vive le emozioni; non vince molto, ma mette in bacheca il Giro dell’Appennino del 1947 e lascia un segno sul 1950: solleva la coppa del Giro del Piemonte e saluta a braccia alzate le bellezze della sua Firenze nella corsa rosa, prima di assaporare il simbolo del primato.

L’ultimo trionfo è incorniciato dalle vette svizzere e ricorda le sfumature che lo hanno fatto innamorare del ciclismo alle Croci di Calenzano; l’iride affascina la sua sensibilità letteraria e gli accende la passione per il ciclismo. Quando un’ulcera duodenale gli toglie la gioia delle corse, Alfredo apre un negozio di abbigliamento sartoriale e coltiva l’eleganza con la classe di un gregario che conosce i volti della sofferenza: si guadagna la stima degli addetti ai lavori, ma non smette mai di pensare alla bicicletta. Nel 1969 i padroni della Ferretti gli chiedono di guidare la fondazione della squadra dall’ammiraglia: Martini non ha un budget, ma recluta pistard e talenti incompresi in cambio di un’occasione e costruisce tre vittorie di tappa al Giro di Sardegna. Due anni dopo, i destini della Corsa Rosa passano attraverso l’inedito Grossglockner: la ricognizione notturna svela i segreti della montagna e trasforma lo svedese Gösta Petterson nella sorpresa più incredibile dell’albo d’oro.

Alfredo Martini in una delle ultime interviste

Alfredo Martini in una delle ultime interviste


 

Le vittorie si susseguono e il destino chiama: la Federazione affida ad Alfredo la Nazionale e gli regala il sogno delle strade mondiali. Martini s’illumina nell’immagine di Binda e ricorda la saggezza dei suoi maestri: lascia che la voglia di vincere guidi il talento dei campioni, asseconda gli istinti dei cacciatori, cuce le emozioni dei gregari. I ragazzi gli regalano miniere di medaglie: nel 1977 Francesco Moser divora le strade di San Cristóbal, mentre Giuseppe Saronni illumina l’Inghilterra con la fucilata di Goodwood. Nel 1986 Moreno Argentin scopre la gioia a Colorado Springs e due stagioni dopo Maurizio Fondriest tinge d’azzurro il cielo belga di Renaix. La doppietta di Gianni Bugno aggioga Stoccarda e Benidorm, il 1991 e il 1992; altri sette argenti e sette bronzi completano una bacheca irripetibile, ma i metalli pregiati non raggiungono la lucentezza di uno sguardo che è un patrimonio eterno del ciclismo italiano. Il 25 agosto 2014 Alfredo Martini raggiunge la sua Elsa, l’amico di sempre Fiorenzo Magni e il figliolo tecnico Franco Ballerini nella dimensione dell’ineffabile, l’unica che può abbracciare la grande anima della bicicletta tricolore.

Daniel Degli Esposti
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Comments To This Entry
  1. Articolo di rara bellezza, dalla prosa veloce eppure ricercata, mi ha fatto viaggiare assieme a quello che ho conosciuto solo come (grande) CT della nazionale… Splendido lavoro, come sempre!

    Paola on febbraio 18, 2016 Reply

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